PARIGI — Nella notte in cui viene firmato il cessate il fuoco in Libano, la Francia cambia improvvisamente posizione sul possibile arresto di Benjamin Netanyahu in base al mandato di arresto della Corte penale internazionale dell’Aja. Di primo mattino, quando i primi libanesi festeggiano l’annuncio della tregua, il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot spiega che esiste una «questione di immunità» sul premier israeliano. La settimana scorsa lo stesso Barrot aveva sottolineato il «pieno sostegno» alla Corte dell’Aia e ribadito che «la Francia applicherà sempre il diritto internazionale».
La svolta francese è più che una coincidenza. Secondo i media israeliani, è una concessione che Parigi ha dovuto fare per essere associata all’annuncio degli Stati Uniti sulla tregua di 60 giorni.
«Israele — scrivono Haaretz e l’emittente Kan — ha condizionato il coinvolgimento della Francia nell’accordo di cessate il fuoco in Libano all’annuncio pubblico da parte di Parigi che non avrebbe rispe…
PARIGI — Nella notte in cui viene firmato il cessate il fuoco in Libano, la Francia cambia improvvisamente posizione sul possibile arresto di Benjamin Netanyahu in base al mandato di arresto della Corte penale internazionale dell’Aja. Di primo mattino, quando i primi libanesi festeggiano l’annuncio della tregua, il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot spiega che esiste una «questione di immunità» sul premier israeliano. La settimana scorsa lo stesso Barrot aveva sottolineato il «pieno sostegno» alla Corte dell’Aia e ribadito che «la Francia applicherà sempre il diritto internazionale».
La svolta francese è più che una coincidenza. Secondo i media israeliani, è una concessione che Parigi ha dovuto fare per essere associata all’annuncio degli Stati Uniti sulla tregua di 60 giorni.
«Israele — scrivono Haaretz e l’emittente Kan — ha condizionato il coinvolgimento della Francia nell’accordo di cessate il fuoco in Libano all’annuncio pubblico da parte di Parigi che non avrebbe rispettato il mandato di arresto della Cpi nei confronti di Netanyahu». Emmanuel Macron si è affrettato a rivendicare un «successo diplomatico» della Francia, al centro dei negoziati e presente nel meccanismo di «sorveglianza rafforzata» che dovrà vigilare sull’accordo. Il coinvolgimento di Parigi nell’accordo è stato fortemente voluto dal governo libanese ma anche osteggiato da Netanyahu, con cui il leader francese è in freddo da mesi.
Qualche giorno fa, il premier israeliano aveva espresso al telefono con Macron la sua “rabbia” per il mandato d’arresto, esortando Parigi a bloccare l’applicabilità della sentenza.
Mentre il leader francese ha continuato a lavorare per una tregua, riallacciando un canale di comunicazione con quel che resta di Hezbollah, moltiplicando contatti con Teheran, la notizia del mandato di arresto della Cpi contro Netanyahu ha rischiato di far di nuovo saltare le trattative. Ed è qui che entra in gioco anche l’Italia, con il G7 dei ministri degli Esteri a Fiuggi. La dichiarazione finale del vertice sulla Cpi è rimasta volutamente prudente, rimandando alle posizioni dei singoli Stati.
E il padrone di casa Antonio Tajani ha messo le mani avanti nella conferenza stampa conclusiva, ricordando che Israele non riconosce la Cpi e che secondo alcuni giuristi esistono immunità. «Almeno finché Netanyahu è in carica il mandato è inapplicabile» ha sottolineato Tajani, aggiungendo ieri in parlamento: «Stiamo effettuando, in raccordo con altri Paesi dell’Ue, approfondimenti giuridici anche in relazione alla prevalenza del diritto internazionale generale sulle immunità».
La nuova linea francese è stata poi formalizzata in una nota del ministero degli Esteri. La Francia terrà conto “dell’immunità” diplomatica di cui godrebbe il premier israeliano, ha sottolineato il Quai d’Orsay riferendosi a un articolo dello Statuto di Roma che istituisce la Cpi e tratta della questione dell’immunità per i dirigenti di quei Paesi che non riconoscono la Corte, come Israele. L’articolo dello statuto resta aperto a diverse interpretazioni. E la lettura evocata dalla Francia è stata già contestata dai giudici dell’Aja a fine ottobre attraverso una sentenza sul rifiuto della Mongolia di applicare il mandato di arresto su Vladimir Putin.
Insomma la questione è aperta dal punto di vista giuridico e il ministro Barrot ha chiarito che «spetta in ultima istanza all’autorità giudiziaria pronunciarsi». La Francia non vuole insomma teorizzare né rischiare di indebolire la Cpi ma intanto ha lanciato un messaggio politico distensivo chiaro e forte in direzione del governo Netanyahu e che ieri ha comunque annunciato che farà ricorso contro il mandato di arresto.