L'Irlanda al voto, tra boom di immigrati, scandali e un inaspettato tesoretto da 25 miliardi
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Un altro colpo all’establishment? Domani, 29 novembre, si vota in Irlanda, e i temi principali sono tre: immigrazione secondo i critici “incontrollata", emergenza abitativa e costo della vita. E Sinn Féin, l’ex braccio politico dei terroristi dell’Ira, proverà a rovinare i piani dei due storici partiti di centro(destra), che si sono sempre alternati al potere da quando la Repubblica di Irlanda è stata fondata nel 1921: Fine Gael del Taoiseach (primo ministro) Simon Harris, e Fianna Fáil del ministro degli Esteri (e già premier) Micheál Martin.
Il crollo inatteso di Mary Lou
Fino a quest’estate, Sinn Féin aveva ingrossato la sua popolarità, con picchi nei sondaggi al 35% di preferenze, praticamente doppiando i due partiti tradizionali. Quello di Mary Lou McDonald è un partito di sinistra ma nazionalista, socialista ma populista, e la sua retorica sul welfare e la crisi abitativa ha attecchito a Dublino e in molte aree dell’isola, dove oramai comprare una casa è sempre più un’i…
LONDRA - Un altro colpo all’establishment? Domani, 29 novembre, si vota in Irlanda, e i temi principali sono tre: immigrazione secondo i critici “incontrollata", emergenza abitativa e costo della vita. E Sinn Féin, l’ex braccio politico dei terroristi dell’Ira, proverà a rovinare i piani dei due storici partiti di centro(destra), che si sono sempre alternati al potere da quando la Repubblica di Irlanda è stata fondata nel 1921: Fine Gael del Taoiseach (primo ministro) Simon Harris, e Fianna Fáil del ministro degli Esteri (e già premier) Micheál Martin.
Il crollo inatteso di Mary Lou
Fino a quest’estate, Sinn Féin aveva ingrossato la sua popolarità, con picchi nei sondaggi al 35% di preferenze, praticamente doppiando i due partiti tradizionali. Quello di Mary Lou McDonald è un partito di sinistra ma nazionalista, socialista ma populista, e la sua retorica sul welfare e la crisi abitativa ha attecchito a Dublino e in molte aree dell’isola, dove oramai comprare una casa è sempre più un’impresa. Addirittura, ci sono 58mila nuclei familiari in lista di attesa per alloggi popolari, e visto che la popolazione irlandese è cresciuta sensibilmente negli ultimi anni causa migranti e rifugiati, secondo alcune stime governative bisogna costruire almeno 35mila nuove abitazioni all’anno.
Il nodo riunificazione
Ma un eventuale trionfo di Sinn Féin avrebbe un enorme significato politico anche perché sarebbe l’ennesimo passo verso la possibile riunificazione dell’Irlanda (obiettivo che del resto è nella costituzione del Paese). Questo perché due anni fa il partito di McDonald ha vinto, per la prima volta nella storia, anche le elezioni parlamentari in Irlanda del Nord, dove ora la prima ministra è Michelle O’Neill, l’altra donna al comando insieme a Mary Lou. Sinn Féin al potere sia a Dublino che a Belfast potrebbe spianare la strada per un eventuale referendum sulla riunificazione delle due Irlande, che McDonald vuole addirittura entro i prossimi cinque anni.
Ma i sogni di Sinn Féin sembrano infranti, almeno secondo i sondaggi. L’ultimo prima del voto di domani dà infatti i tre partiti principali tutti intorno al 20%. Insomma, Sinn Féin ha perso 15 punti negli ultimi mesi. Un crollo dovuto sostanzialmente a due motivi. Il primo: una serie di gravi scandali, anche sessuali e di pedofilia, da parte di alcuni suoi rappresentanti e portavoce, con il partito che sembra non essersi attivato per tempo per affrontare questi casi.
Secondo: la crisi migratoria, che ha relegato Sinn Féin in un cul de sac, in quanto, da partito socialista, ha sempre evocato porte aperte agli stranieri. Una posizione che lo ha alienato soprattutto nelle aree più popolari e meno istruite dell’isola dove è altissimo il numero di richiedenti asilo. Così, dopo il flop alle elezioni locali della scorsa estate, Mary Lou McDonald ha inasprito le politiche migratorie del suo programma. Ma ciò, oltre a non convincere i cittadini preoccupati dall’alto numero di arrivi di stranieri, ha contestualmente alienato anche la base di sinistra e più accogliente del partito. Per questo il premier Harris ha convocato elezioni anticipate adesso, evitando di arrivare a marzo: spera di prendere così in contropiede Sinn Féin, in questo momento in grossa difficoltà.
Le polemiche sull'immigrazione
La questione migranti si fa sempre più seria in Irlanda, un paese tradizionalmente molto accogliente. Ma fino a quando? Prima della guerra in Ucraina, l’immigrazione rappresentava l’1% delle preoccupazioni dei cittadini. Ora invece è schizzata al 41%, subito dietro all’emergenza abitativa e al costo della vita. L’Irlanda in proporzione ha accolto più rifugiati ucraini di tutti gli altri Paesi del mondo, ma gli stranieri continuano a giungere anche da altri Paesi di Africa, Asia e Medio Oriente: 150mila nuovi arrivi nel 2023, record degli ultimi 17 anni. Mentre i richiedenti asilo sono arrivati all’1% della popolazione.
Popolazione record
Le tensioni crescono, soprattutto nelle zone rurali, dove i centri di accoglienza sono stati spesso installati senza alcun preavviso, anche in comunità molto piccole. Nel frattempo, a livello nazionale, la popolazione è cresciuta a 5.089.478 (+0,64% rispetto al 2023), tanto che si sono dovute aggiungere quattro nuove circoscrizioni elettorali e il Parlamento Dáil Éireann stavolta avrà 174 seggi, 14 in più rispetto alle ultime elezioni nel 2020, proprio per riflettere la nuova realtà demografica.
L’estrema destra
Eppure, l'Irlanda è l’unico Paese in Europea che non ha, e non avrà nemmeno stavolta, un partito di estrema destra alla Camera. Ciò perché, nonostante gruppi e influencer populisti, xenofobi e razzisti soffino sempre più sul fuoco soprattutto sui social media, come accaduto l’anno scorso con i riots scatenati dall’uccisione di una bambina in centro a Dublino da parte di un uomo di origine algerina, non è mai esistita una formazione organica. E di certo, nessun partito avrà la maggioranza assoluta di 88 seggi, perché non hanno presentato candidati sufficienti per raggiungerla - consci che non ce l’avrebbero mai fatta.
"Mai con Sinn Féin”
I due partiti di "establishment”, Fine Gael e Fianna Fáil, dovrebbero conquistare almeno una quarantina di seggi a testa. Dunque, il remake di un governo di coalizione (magari insieme ad altri partitini come i Verdi e altri indipendenti) è molto probabile. Anche perché sia Harris che Martin hanno già messo in chiaro che non formeranno un esecutivo con Sinn Féin, in nessuna circostanza.
I nazionalisti di McDonald già nel 2020 avevano vinto le elezioni, almeno nel voto popolare, con il 24,5% delle preferenze, contro il 22,2% di Fianna Fáil e il 20,9% di Fine Gael allora guidato dall’ex premier Leo Varadkar, dimessosi a sorpresa lo scorso aprile per ragioni personali, e lasciando il posto proprio a Simon Harris.
Il complicato sistema elettorale irlandese
Ma quattro anni fa, Sinn Féin prese comunque un seggio in meno di Fianna Fáil (38 a 37) per il complicato sistema elettorale irlandese: un proporzionale che si basa su preferenze multiple e che dunque impone numerosi riconteggi delle stesse schede per assegnare i voti delle preferenze numero 2, numero 3 e così via. Generici exit poll nazionali verranno pubblicati alle 22 locali (le 23 in Italia) di venerdì 29.
Un clamoroso tesoretto
Le speranze dei due partiti tradizionali si basano soprattutto su un clamoroso tesoretto nelle casse dello Stato da circa 25 miliardi di euro per il 2024, rispetto ai 8,6 delle stime di inizio anno. La principale ragione è la maxi-multa dell’Unione Europea ad Apple per aver approfittato di “scappatoie" del sistema di tassazione irlandese: una sanzione da 13 miliardi di euro (più un miliardo di interessi) da versare a Dublino. Che, paradossalmente, si era opposta alla sentenza, giudicando “regolare” il comportamento del gigante di Cupertino, per proteggere il suo regime low-cost nei confronti dei colossi internazionali e hi-tech attratti dalla "corporation tax” sull'isola del 12,5%, ora salita al 15% (non per scelta, ma per l’accordo internazionale Ocse del 2021 che ha fissato tale tetto minimo).
Pil record ed economia reale
In ogni caso, Fine Gael e Fianna Fáil hanno così potuto promettere nuovi soldi nelle tasche degli irlandesi, qualcosa che oramai pochissimi governi in Europa possono permettersi. Nella legge di bilancio dello scorso mese, il governo ha annunciato 250 euro di contributi statali alle famiglie per le bollette, benefit per i nuclei con figli, meno tasse sulle persone fisiche e 3 miliardi di investimenti nelle infrastrutture pubbliche. Ma il bello, in termini di spesa statale e benefit, deve ancora arrivare. Harris e Martin hanno già assicurato nuovi fondi alla sanità pubblica, un altro punto dolentissimo dell’Irlanda per i suoi servizi spesso inefficienti. Anche perché, nonostante il Pil dell’Irlanda sia astronomico in Occidente grazie a multinazionali e hi-tech, il ricasco sulla società ed economia reale è decisamente limitato.
Ma la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti - Paese “fratello” dell’Irlanda - potrebbe interrompere questa “bonanza” per Dublino, visto che il presidente eletto ha sempre promesso di riportare le imprese americane oltreoceano in patria, mediante incentivi e persino sanzioni, qualora queste non dovessero piegarsi ai suoi voleri.
Il premier TikTok
Simon Harris, il più giovane Taoiseach della storia irlandese con i suoi 38 anni, è stato ribattezzato come il “premier TikTok” per la sua esuberante presenza sui social media.
Fino a un paio di settimane fa, era in testa ai sondaggi con picchi del 25%. Poi però il suo consenso è crollato dopo un video diventato virale online: durante la campagna elettorale a Cork, una “caregiver” lo ha incalzato, accusandolo di non fare nulla per badanti, infermieri e assistenti sociali. Ma invece di provare a convincerla del contrario, Harris ha reagito in maniera stizzita, stringendo la mano alla donna con astio, per poi scappare. Una spiacevole ritirata che molti irlandesi hanno giudicato decisamente poco empatica, oltre che inappropriata, come hanno dimostrato gli ultimi sondaggi.
Martin verso la premiership
Micheál Martin invece, 64 anni, è uno dei politici più navigati, esperti e moderati del Paese. Uno “smooth operator” nato a Cork, è stato già premier dal 2020 al 2022, prima di lasciare il posto all’alleato di coalizione Varadkar (e poi a Harris) per un accordo di condivisione delle cariche tra i due partiti.
Ora per la stessa intesa, se Fianna Fáil e Fine Gael torneranno a governare insieme, Martin sarebbe destinato a essere nominato di nuovo Taoiseach, anche perché Fianna Fáil dovrebbe tornare a essere primo partito secondo gli ultimi sondaggi. A meno che, come già visto nel 2020, Sinn Féin e McDonald non cavalchino il sentimento anti-establishment per sorprendere clamorosamente, e di nuovo, tutti.