PARIGI — È un Natale col brivido quello che si prospetta in Francia. A far paura sono parole come “spread” e “shutdown”, termini finora sconosciuti ai francesi e che adesso vengono usati per descrivere uno scenario da incubo che ormai nessuno esclude più. Cosa succede se il governo di Michel Barnier viene sfiduciato nel mezzo dell’approvazione della Finanziaria? Il destino dell’esecutivo di Parigi, tenuto a battesimo a settembre dopo mesi di trattative, è ormai appeso a un filo. Anzi, a una serie di «linee rosse» che Marine Le Pen ha posto come condizioni per non far cadere Barnier. Un lungo elenco, su cui il premier ha cominciato a fare concessioni senza però ottenere ancora garanzie che basti a fermare la corsa lanciata in parlamento verso la sfiducia.
Sui media francesi non si fa che parlare del possibile blocco dei pagamenti dello Stato, con quasi 6 milioni di dipendenti pubblici potrebbero restare senza stipendio dal primo gennaio, o dell’ipotesi – lanciata dall’ex premier Elisa…
PARIGI — È un Natale col brivido quello che si prospetta in Francia. A far paura sono parole come “spread” e “shutdown”, termini finora sconosciuti ai francesi e che adesso vengono usati per descrivere uno scenario da incubo che ormai nessuno esclude più. Cosa succede se il governo di Michel Barnier viene sfiduciato nel mezzo dell’approvazione della Finanziaria? Il destino dell’esecutivo di Parigi, tenuto a battesimo a settembre dopo mesi di trattative, è ormai appeso a un filo. Anzi, a una serie di «linee rosse» che Marine Le Pen ha posto come condizioni per non far cadere Barnier. Un lungo elenco, su cui il premier ha cominciato a fare concessioni senza però ottenere ancora garanzie che basti a fermare la corsa lanciata in parlamento verso la sfiducia.
Sui media francesi non si fa che parlare del possibile blocco dei pagamenti dello Stato, con quasi 6 milioni di dipendenti pubblici potrebbero restare senza stipendio dal primo gennaio, o dell’ipotesi – lanciata dall’ex premier Elisabeth Borne – di non poter usare più la tessera sanitaria in ospedale. E se questi timori vengono smentiti dalla stessa Le Pen, secondo cui lo shutdown all’americana sarebbe evitato riconfermando la legge di Bilancio del 2024, il panico comincia a essere contagioso. Il termometro della febbre sono i mercati finanziari: lo spread tra i titoli di Stato francesi e tedeschi è ai massimi dalla crisi finanziaria del 2012 e il costo del debito è salito ieri per la prima volta al di sopra di quello della Grecia.
La crisi politica a Parigi arriva nel momento peggiore per l’Europa, a poche settimane dalle nuove elezioni in Germania e dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Il tempo rimasto per salvare Barnier, l’ex Mr. Brexit dell’Ue ora alle prese con un altra missione quasi impossibile, è poco. Ancora prima della legge di Bilancio, da varare a metà dicembre, un primo scoglio sarà lunedì il finanziamento della Sécurité Sociale, il Welfare francese. Il governo sarà costretto a chiedere un’approvazione senza voto, usando l’arma costituzionale dell’articolo 49.3, ma esponendosi così a una mozione di sfiducia che la sinistra ha già detto di voler presentare, e a cui il Rassemblement National di Le Pen è pronto ad associarsi.
Arrivato a settembre con l’ambizione di riportare il deficit della Francia al 5 per cento del Pil, Barnier ha promesso a Bruxelles una manovra record da 60 miliardi di euro, ma ora appare travolto dalla pressione dell’estrema destra che con i suoi quasi cento deputati è l’ago della bilancia all’Assemblée Nationale. Il premier ha deciso ieri a sorpresa di cancellare l’aumento della tassa sull’elettricità, con cui il governo sperava di incassare 3 miliardi di euro. Alla leader sovranista però non basta. Le Pen ha già rilanciato con una lista di nuove richieste da esaudire entro lunedì, tra cui non tagliare i rimborsi su alcuni farmaci, abbandonare l’aumento dei contributi previdenziali delle aziende e la proroga sull’adeguamento all’inflazione delle pensioni.
Barnier deve ora decidere se piegarsi completamente davanti a Le Pen. E per paradosso è quello che chiedono alcuni macronisti come l’ex ministro Gérald Darmanin, paventando il caos all’orizzonte. Una crisi di governo farebbe precipitare la Francia in una paralisi istituzionale. Macron ha convocato nel luglio scorso le elezioni politiche anticipate, ottenendo un parlamento senza maggioranza, e ora secondo la Costituzione non è possibile organizzare un nuovo voto prima del luglio 2025. I socialisti, con l’ex presidente François Hollande tornato a pesare, stanno già lavorando all’ipotesi di un premier tecnico per il dopo Barnier, ma intanto c’è chi punta alle dimissioni di Macron, considerato come responsabile di questa situazione di grave instabilità.
Il capo dello Stato ripete che resterà all’Eliseo fino al 2027. Contro di lui però si sta creando una «maggioranza di opposizioni». Se Mélenchon da mesi punta a una presidenziale anticipata, ora potrebbe convenire anche a Le Pen su cui pende la minaccia dell’ineleggibilità a marzo, quando ci sarà la sentenza nel processo sull’uso dei fondi europei del suo partito. Secondo un sondaggio, più di metà dei francesi (63%) è favorevole alle dimissioni del capo dello Stato in caso di una crisi di governo.