Bint Jbeil – La chiamano tregua per mancanza di sinonimi. Un vocabolo che definisca un cessate il fuoco in cui il fuoco non cessa del tutto, del resto, deve essere ancora inventato. In Libano si continua a sparare, le bombe esplodono sopra e sotto al Litani, i raid dei droni vanno avanti. Gli ospedali adesso curano i feriti di tregua, ossimori viventi di un accordo che per ora regge, domani chissà.
Ci vuole pazienza per arrivare a Bint Jbeil, ribattezzata da Hezbollah «la capitale della resistenza e della liberazione». Si trova a tre chilometri dalla Linea Blu e a un tiro di cecchino da Maroun el Ras, villaggio libanese sovrastante dove sono tuttora appostate le truppe dello Stato ebraico. Alle otto della mattina di ieri, sulla piazza più esposta e distrutta di Bint Jbeil, due passanti sono stati azzoppati da proiettili di fucile di precisione provenienti dalla collina dell’Idf. Si sentono diverse cannonate. E così, tutto vacilla.
Si avanza verso sud per chilometri quasi a pass…
Bint Jbeil – La chiamano tregua per mancanza di sinonimi. Un vocabolo che definisca un cessate il fuoco in cui il fuoco non cessa del tutto, del resto, deve essere ancora inventato. In Libano si continua a sparare, le bombe esplodono sopra e sotto al Litani, i raid dei droni vanno avanti. Gli ospedali adesso curano i feriti di tregua, ossimori viventi di un accordo che per ora regge, domani chissà.
Ci vuole pazienza per arrivare a Bint Jbeil, ribattezzata da Hezbollah «la capitale della resistenza e della liberazione». Si trova a tre chilometri dalla Linea Blu e a un tiro di cecchino da Maroun el Ras, villaggio libanese sovrastante dove sono tuttora appostate le truppe dello Stato ebraico. Alle otto della mattina di ieri, sulla piazza più esposta e distrutta di Bint Jbeil, due passanti sono stati azzoppati da proiettili di fucile di precisione provenienti dalla collina dell’Idf. Si sentono diverse cannonate. E così, tutto vacilla.
Si avanza verso sud per chilometri quasi a passo d’uomo tra due ali di rovine, incrociando lo sguardo sospettoso delle vedette di Hezbollah e quello perso di chi siede sui frammenti della propria casa. Lungo la via si incontrano alcuni check-point, ruspe e blindati dell’esercito regolare libanese, che evidentemente qualcosa prova a fare in qualità di improbabile garante dell’armistizio tra Israele e il Partito di Dio. A Bint Jbeil, città sciita che una volta contava 18 mila abitanti, si viene per testarne la fragilità.
Sulla piazza dove sono stati feriti un vecchio e un ragazzo, la cupola della moschea è appoggiata su un tappeto di detriti. Lì attorno gironzola un 27 enne che sotto la giacca porta la stola gialla di Hezbollah e la foto di suo fratello ucciso in battaglia. «Martire felice», recita la scritta. Inutile chiedergli il nome, la professione, la storia personale: in posti che fino a quattro giorni fa erano il fronte si chiamano tutti Ali, le generalità cominciano e finiscono lì.
«Abbiamo ricevuto l’ordine di non rispondere alle provocazioni dei sionisti», dice il 27 enne, supposto Ali. «Provocazioni, sì, come le volete chiamare le decine di violazioni dell’accordo? I due che hanno ferito stamani non fanno parte della resistenza, non avevano armi né simboli del Partito. Provocazioni, solo provocazioni, si aspettano che rispondiamo per ricominciare a bombardarci…noi siamo pronti, basta che i capi ci diano il segnale e riprendiamo a combattere, ho un fratello da vendicare e un nemico da respingere».
Sono parole a effetto per il taccuino del giornalista straniero che si avventura a Bint Jbeil, capitale della resistenza perché non è mai stata occupata completamente dall’Idf. E perché nel 2000 Nasrallah venne quassù nello stadio del paese a tenere il discorso “della vittoria” dopo lo storico ritiro israeliano. Anche oggi Hezbollah esulta, fingendo di non vedere le perdite, il cratere scavato dalle bombe a Beirut e nel sud del Libano, la mancanza di un leader carismatico alla guida. «La nostra è una vittoria divina, abbiamo fermato Israele», dichiara il nuovo segretario generale, Naim Qassem, nel suo primo discorso dopo il cessate il fuoco. «Collaboreremo con l’esercito libanese per l’attuazione dell’accordo, il sostegno alla Palestina prosegue».
Non una parola sulle ripetute violazioni della pausa da parte dell’Idf, segno che la tregua regge perché, ora come ora, fa comodo a entrambi. Hezbollah ha bisogno di rifiatare e di riorganizzarsi, Netanyahu, dopo il mandato di arresto della Corte dell’Aia, di mostrarsi più disposto al compromesso. Però i due proiettili di stamani a Bint Jbeil si sono conficcati sui nervi dei locali e raccontano di movimenti. Anche perché nell’arco di un’ora dalla piazza si avvertono distintamente due cannonate in lontananza. «Ogni notte dalle 2 alle 3 ci bersagliano con l’artiglieria, le esplosioni vengono da quella parte». Il dito dell’uomo, anche lui un “giallo”, però senza denti e più corpulento dell’altro, punta verso le colline dell’est.
«Netanyahu vuole dimostrare che grazie agli americani ha libertà di azione», ragiona Ghassam Jawad, analista politico-militare libanese. «Hanno persino colpito con un missile Bissarieh, vicino a Sidone, per un’incomprensibile minaccia indiretta. Sparano per non far tornare gli sfollati nei villaggi al confine, sono irritati dalle file di auto con la bandiera di Nasrallah che rientrano contravvenendo ai loro ordini».
L’Idf per la giornata di ieri ammette soltanto un attacco aereo su «attività terroristiche e movimenti di un lanciarazzi nel Libano meridionale». La stampa locale invece segnala: un carro armato ha tirato su una casa di Burj al-Moulouk, il proprietario si è salvato per caso; truppe Idf sono avanzate nel quartiere ovest di Khiyam e nei pressi della piazza centrale di Markaba; cannonate a Bani Hayann alle 12.50; cannonate a Tallusa, Hula e Taibe alle 13; a Khiyam diverse raffiche di mitra dell’Idf hanno scatenato il panico a un funerale sciita che, secondo i parenti del morto, «era stato autorizzato dall’esercito libanese e dall’Unifil»; alle 22 un drone ha lanciato due missili su Wata Al-Khiyam. Se questa è una tregua, è la più armata delle tregue.