Suicidio assistito, Imbrogno: “Gli inglesi più pragmatici, in Italia siamo ostaggi dei politici”
di Romina MarcecaFabiano Antoniani, noto come dj Fabo, scelse di morire in Svizzera con il suicidio assistito il 27 febbraio del 2017. Era diventato cieco e tetraplegico dopo un incidente a Milano. Con lui c’era il radicale Marco Cappato, esponente dell’associazione “Luca Coscioni”, che il giorno successivo si autodenunciò. Subì un processo per aiuto al suicidio, venne assolto. Accanto a dj Fabo c’era anche Valeria Imbrogno, la sua fidanzata.
La Gran Bretagna è vicina a una legge sulla morte assistita. In Italia bisogna ancora attendere.
«La situazione italiana, purtroppo, è bloccata dalla politica. Tutto quello che riguarda i diritti dei cittadini sul fine vita viene messo da parte. Sicuramente l’Inghilterra ha un approccio alla vi…
Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, scelse di morire in Svizzera con il suicidio assistito il 27 febbraio del 2017. Era diventato cieco e tetraplegico dopo un incidente a Milano. Con lui c’era il radicale Marco Cappato, esponente dell’associazione “Luca Coscioni”, che il giorno successivo si autodenunciò. Subì un processo per aiuto al suicidio, venne assolto. Accanto a dj Fabo c’era anche Valeria Imbrogno, la sua fidanzata.
La Gran Bretagna è vicina a una legge sulla morte assistita. In Italia bisogna ancora attendere.
«La situazione italiana, purtroppo, è bloccata dalla politica. Tutto quello che riguarda i diritti dei cittadini sul fine vita viene messo da parte. Sicuramente l’Inghilterra ha un approccio alla vita più pragmatico, lontano dalla nostra cultura. Questo pragmatismo se lo porta anche nelle considerazioni rispetto alla legge sulla morte assistita. I nostri politici invece di mandarci avanti ci spingono indietro. Fabiano non aveva idea di quanto fosse ostico raggiungere la legge. Oggi sarebbe il primo a essere arrabbiato con i nostri politici. Ci sono stati i referendum e la grande raccolta di firme, ma la questione è ben lungi dal risolversi».
Resta congelata nella sentenza della Corte costituzionale che porta il nome di Fabiano.
«Sì, in assenza di una legge nazionale, ha legalizzato l’accesso alla procedura ma solo a precise condizioni di salute delle persone».
La battaglia di Fabiano è stata vana, dopo 7 anni?
«Fino a quando non si conclude con una legge questa guerra non può dirsi vinta, abbiamo vinto piccole battaglie. C’è da aggiungere che ai grandi progressi della medicina fanno da contraltare leggi troppo antiquate che vanno ringiovanite. Penso al reato di aiuto al suicidio contestato a Marco Cappato per la vicenda di Fabiano».
Come è andata la sua vita?
Ho fatto mille cose, come si aspettava Fabiano. Sono psicologa e criminologa anche nelle carceri, maestra di boxe. Fabiano mi aveva detto “Ti lascerò tanto da fare”. E quindi gestisco anche il numero bianco e la formazione dei volontari dell’associazione “Luca Coscioni” insieme a Matteo Mainardi. Stiamo cercando di colmare il gap tra politica e cittadino, a cui non è chiaro quello che può e non può fare anche sul testamento biologico. Fabiano è dentro tutto questo».
Fabiano è dovuto morire lontano da casa. Come è stato?
«Inevitabilmente è stato doloroso. È un’altra cosa morire nel proprio Paese e in casa propria. Fabiano si batteva perché non succedesse più a nessuno dopo di lui. Io continuo il suo percorso per la libertà».