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Siria, Assad riappare a Damasco ma il suo potere ora vacilla

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Lo scenario. L’intelligence russa aveva dato l’allarme dell’attacco imminente contro Aleppo ma i generali del regime non hanno impedito l’offensiva dei ribelli e dei jihadisti
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Bashar al-Assad affida a una foto scattata assieme al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi il tentativo di dimostrare che si trova a Damasco ed è saldamente al controllo del potere. Pochi però sono pronti a scommettere sul suo futuro, tra i suoi nemici e soprattutto tra i suoi amici più cari. Dicono che giovedì, di fronte alla trionfale offensiva della coalizione ribelle di Idlib, sia stato convocato al Cremlino dove abbia subìto l’ira dei suoi protettori. L’intelligence russa aveva infatti dato l’allarme sull’attacco imminente contro Aleppo, spedendo i suoi aerei a compiere bombardamenti preventivi sulle caserme dell’Hts, la principale organizzazione della resistenza sunnita. Invece i generali del regime non hanno fatto nulla per impedire che le colonne di veterani jihadisti si rovesciassero sulla seconda città del Paese: le difese si sono dissolte, con il forte sospetto di defezioni prezzolate.

Per il Cremlino è l’ennesima prova dell’inadeguatezza di Bashar, catapultat…

Bashar al-Assad affida a una foto scattata assieme al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi il tentativo di dimostrare che si trova a Damasco ed è saldamente al controllo del potere. Pochi però sono pronti a scommettere sul suo futuro, tra i suoi nemici e soprattutto tra i suoi amici più cari. Dicono che giovedì, di fronte alla trionfale offensiva della coalizione ribelle di Idlib, sia stato convocato al Cremlino dove abbia subìto l’ira dei suoi protettori. L’intelligence russa aveva infatti dato l’allarme sull’attacco imminente contro Aleppo, spedendo i suoi aerei a compiere bombardamenti preventivi sulle caserme dell’Hts, la principale organizzazione della resistenza sunnita. Invece i generali del regime non hanno fatto nulla per impedire che le colonne di veterani jihadisti si rovesciassero sulla seconda città del Paese: le difese si sono dissolte, con il forte sospetto di defezioni prezzolate.

Per il Cremlino è l’ennesima prova dell’inadeguatezza di Bashar, catapultato sul trono del padre nel 2000 solo per effetto della morte imprevista del fratello maggiore Bassel, l’erede designato al vertice della Siria. All’inizio, l’ex medico oftalmico con studi in Inghilterra e la moglie Asma, cittadina britannica d’origine siriana, sono stati testimonial del tentativo di migliorare i rapporti con l’Occidente. Ma Bashar non è mai stato considerato all’altezza del padre Hafez, spesso chiamato “la Volpe di Damasco”, che aveva trasformato il golpe baathista in una dittatura personale e giocato con astuzia sui tavoli internazionali. I russi ritengono che il successore non abbia saputo affrontare l’insurrezione democratica avvenuta nel 2011 sull’onda della primavera araba, poi trasformata nella guerra santa sunnita contro Damasco da cui è scaturito l’Isis. In quei lunghi anni di scontri casa per casa, Bashar e il suo clan sono sopravvissuti solo grazie all’intervento di Mosca, che ha mandato jet, tank e mercenari della Wagner; e di Teheran, che ha mobilitato le milizie sciite e gli hezbollah libanesi.

Una volta soffocata nel sangue la ribellione nelle grandi città, con l’uso persino delle armi chimiche, i suoi tutori hanno meditato di sostituirlo con una figura meno coinvolta nei massacri e più incisiva nel governo. Ogni candidato però è stato bocciato per i veti incrociati del Cremlino e della teocrazia iraniana. Adesso il problema si ripropone, perché i pupari sentono il bisogno di insediare a Damasco un leader in grado di risollevare le forze governative. Sabato i misteriosi movimenti di tank del regime tra Hama e la capitale hanno fatto ipotizzare che fosse iniziato lo scontro per la presidenza. A mettersi in marcia sono stati infatti i reparti comandati dai due generali indicati come aspiranti alla successione: la 25sima divisione delle forze speciali e la Quarta divisione corazzata.

La 25esima è l’unità delle famigerate Tigri, guidate dal generale Suheil al-Hassan, esponente di spicco della comunità alawita che è la base del regime. Al-Hassan si presenta come un guerriero duro e puro, incorruttibile e addirittura con un’aurea mistica. Dicono componesse poesie dedicate ai nemici sunniti e le declamasse con gli altoparlanti prima di andare all’assalto contro di loro, uccidendo soldati e civili. I suoi commandos sono gli unici che venerdì notte hanno raggiunto Aleppo, dove la propaganda sostiene stiano tendendo agguati contro i capi di Hts. Per i russi al-Hassan è l’unica carta vincente.

La Quarta divisione corazzata è invece nelle mani del fratellino di Bashar, Maher, legatissimo a Teheran. Maher è stato indicato come artefice di traffici di droga, spesso assieme agli Hezbollah libanesi, e di altri business che lo hanno portato a scontrarsi con la cognata, ultimamente descritta come una sorta di Lady Macbeth pronta a incitare alla violenza il marito. Una litigiosità provocata dagli affari ed estesa a vari cugini, tanto da minare dall’interno la solidità del clan Assad e metterne in discussione la sopravvivenza.

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