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Siria, i ribelli avanzano su Hama. Erdogan a Russia e Iran: “Ora spegniamo l’incendio”

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Cinquantamila persone in fuga dalle zone dei combattimenti. I curdi pronti a lasciare Aleppo, dove i cristiani rischiano di restare soli con le milizie
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La guerra civile siriana è già tornata a essere una partita doppia, che si gioca sul campo di battaglia e sui tavoli delle diplomazie. I padrini internazionali del conflitto adesso devono prendere atto dei nuovi equilibri di potere: la Turchia ha dimostrato di essere più forte della Russia e dell’Iran, che dopo la caduta di Aleppo sono pronte a ridiscutere il futuro del Paese pur di non perdere tutto. La situazione sul terreno infatti resta molto precaria per il regime di Damasco e per i suoi protettori.

Gli aerei di Mosca bombardano senza sosta le posizioni degli insorti sunniti, colpendo con bombe a grappolo le colonne di veicoli che si spostano lungo le strade e le roccaforti di Idlib che alimentano la grande offensiva. Ma l’impegno sul fronte ucraino ha ridotto il contingente di Putin al minimo, senza più la feroce potenza di fuoco che aveva raso al suolo i centri di resistenza ribelli dal 2015 in poi. La reazione dell’esercito siriano è debole e non c’è modo di trovare rinf…

La guerra civile siriana è già tornata a essere una partita doppia, che si gioca sul campo di battaglia e sui tavoli delle diplomazie. I padrini internazionali del conflitto adesso devono prendere atto dei nuovi equilibri di potere: la Turchia ha dimostrato di essere più forte della Russia e dell’Iran, che dopo la caduta di Aleppo sono pronte a ridiscutere il futuro del Paese pur di non perdere tutto. La situazione sul terreno infatti resta molto precaria per il regime di Damasco e per i suoi protettori.

Gli aerei di Mosca bombardano senza sosta le posizioni degli insorti sunniti, colpendo con bombe a grappolo le colonne di veicoli che si spostano lungo le strade e le roccaforti di Idlib che alimentano la grande offensiva. Ma l’impegno sul fronte ucraino ha ridotto il contingente di Putin al minimo, senza più la feroce potenza di fuoco che aveva raso al suolo i centri di resistenza ribelli dal 2015 in poi. La reazione dell’esercito siriano è debole e non c’è modo di trovare rinforzi.

Hezbollah non può spostare uomini dal Libano; le caserme dei Guardiani della Rivoluzione sono state crivellate dagli israeliani e le milizie filo-iraniane sono in difficoltà. Domenica notte i gruppi sciiti che stavano affluendo dall’Iraq hanno dovuto fare i conti con l’altro protagonista del risiko siriano: gli Stati Uniti, che mantengono basi nell’Est per la lotta contro l’Isis. I caccia A-10 americani hanno sparato sui convogli, causando oltre 50 vittime.

Il raid Usa è stato coordinato con le truppe curde delle Sdf, Syrian Democratic Forces, equipaggiate dal Pentagono, che in queste ore combattono contro gli sciiti legati a Damasco mentre trattano con gli insorti sunniti di Hts, sigla per “Hayat Tahrir al-Sham” ossia “Comitato per la liberazione del Levante”, registi della coalizione che ha occupato Aleppo. Grazie all’accordo, i curdi stanno evacuando i sobborghi meno difendibili nel timore di rappresaglie e potrebbero lasciare lo storico quartiere all’interno delle mura: una prospettiva che rischia di togliere l’unica protezione ai ventimila cristiani. Secondo l’Onu, 50 mila abitanti di ogni etnia sarebbero fuggiti.

Dopo avere preso Aleppo, la coalizione ribelle è avanzata per 130 chilometri fino alle periferia di Hama – quarta città del Paese – e ora sta cercando di consolidare le linee prima di proseguire l’offensiva. I miliziani di Hts impiegano droni killer – in apparenza di origine ucraina - per distruggere i tank e le avanguardie governative. In più stanno rastrellando le armi abbandonate dall’esercito in fuga: dozzine di veicoli corazzati; quattro jet; missili contraerei di vario tipo, cannoni e tante munizioni.

Nonostante i ranghi siano composti da veterani jihadisti, finora l’Hts sembra rispettare gli ordini del leader Abu Muhammad al-Jolani, l’ex capo qaedista che ha impartito una svolta moderata, e non ci sono notizie di vendette o saccheggi. La sua marcia trionfale potrebbe riaccendere i focolai di rivolta anche nelle altre zone sunnite del Paese, in particolare a Homs e nelle periferie della capitale: nei giorni scorsi ci sono state proteste sporadiche e un paio di assalti contro uffici dell’intelligence. Se dovessero estendersi, nulla potrebbe salvare il regime di Bashar al-Assad dal collasso.

A Mosca e Teheran è chiara la gravità della crisi. E sanno che l’unico modo di tutelare i loro interessi in Siria è trovare un’intesa con la Turchia, che controlla la fascia sul confine ad Afrin e ha esteso la sua influenza sulla coalizione sunnita di Idlib. Ieri Vladimir Putin ha parlato con il presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian, poi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è volato da Damasco ad Ankara. Il suo collega turco Hakan Fidan ha dichiarato: «Gli ultimi sviluppi mostrano che il governo siriano deve riconciliarsi con il suo popolo e con la legittima opposizione». E il presidente Erdogan ha aggiunto: «Siamo pronti a fare il necessario per spegnere l’incendio nella regione. Spero che si trovi un accordo e l’instabilità che va avanti da tredici anni venga risolta». Resta da capire quale sia il prezzo chiesto dai turchi: oltre al clan di Assad, quelli che rischiano di più sono i curdi, che vedono minacciato il futuro dell’autoproclamato Rojava. E che non sanno se la Casa Bianca di Donald Trump sarà ancora disposta a tutelarli.

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