La situazione sul campo continua a peggiorare per il regime siriano e i suoi protettori alzano il livello della minaccia. Mosca e Teheran hanno mandato a Damasco i due generali più feroci, che negli scorsi anni sono riusciti a sconfiggere i ribelli sunniti facendo strage della popolazione: l’iraniano Seyyed Javad Ghafari viene chiamato “il Macellaio di Aleppo”, invece il russo Alexander Chayko ha proseguito pure in Ucraina l’abitudine di sparare sugli abitanti inermi, diventando uno dei “Boia di Bucha”. Dal suo arrivo i jet Sukhoi hanno ricominciato a bombardare gli ospedali, come avevano fatto sistematicamente nel momento più cruento della guerra civile: una tattica che serve solo a seminare terrore.
I raid aerei non stanno fermando l’avanzata degli insorti sunniti, guidati dalla formazione jihadista Hts, che hanno conquistato Aleppo e ieri hanno completato l’accerchiamento di Hama, dove in serata sono riprese le voci di ritirata dei militari governativi. Gli scontri avvengono alle…
La situazione sul campo continua a peggiorare per il regime siriano e i suoi protettori alzano il livello della minaccia. Mosca e Teheran hanno mandato a Damasco i due generali più feroci, che negli scorsi anni sono riusciti a sconfiggere i ribelli sunniti facendo strage della popolazione: l’iraniano Seyyed Javad Ghafari viene chiamato “il Macellaio di Aleppo”, invece il russo Alexander Chayko ha proseguito pure in Ucraina l’abitudine di sparare sugli abitanti inermi, diventando uno dei “Boia di Bucha”. Dal suo arrivo i jet Sukhoi hanno ricominciato a bombardare gli ospedali, come avevano fatto sistematicamente nel momento più cruento della guerra civile: una tattica che serve solo a seminare terrore.
I raid aerei non stanno fermando l’avanzata degli insorti sunniti, guidati dalla formazione jihadista Hts, che hanno conquistato Aleppo e ieri hanno completato l’accerchiamento di Hama, dove in serata sono riprese le voci di ritirata dei militari governativi. Gli scontri avvengono alle porte della città mentre a ovest le avanguardie sono a 35 chilometri dall’aeroporto di Khmeimim e a 60 chilometri dal porto di Tartus. I due pilastri della strategia di Mosca in Medio Oriente e Africa sono già nel raggio d’azione dei droni utilizzati con sorprendente abilità dai ribelli – assistiti da tecnici ucraini - , che si sono dimostrati capaci di localizzare e distruggere i comandi nemici.
Putin ieri ha avuto un colloquio telefonico con Erdogan, ribadendo che «bisogna far finire l’aggressione terroristica contro la Siria il prima possibile». Il Cremlino non è disposto a rinunciare alle basi e ha inscenato una dimostrazione di forza senza precedenti nel Mediterraneo: tutta la flotta è uscita in mare da Tartus e ha lanciato cinque missili a lungo raggio, tra cui per la prima volta un ipersonico Zircon. Un messaggio rivolto più alla Nato che non ai guerriglieri, ma che appare velleitario.
Il problema dei padrini di Bashar al-Assad infatti resta quello di trovare rinforzi per fermare la coalizione sunnita. Le milizie sciite irachene mobilitate da Teheran sono state bloccate di nuovo dai velivoli americani A-10 Warthog, che ieri hanno appoggiato l’attacco della Syrian Defence Force - la compagine a maggioranza curda creata dal Pentagono - per occupare l’area di Deir ez-Zor: si tratta del crocevia de?le strade che dall’Iraq conducono a Damasco. I movimenti degli Hezbollah da Beirut verso la capitale siriana sono stati invece bombardati dall’aviazione israeliana, che ha assassinato con un raid mirato Salman Jumaa, l’ufficiale di collegamento tra l’organizzazine libanese e l’esercito siriano.
I gruppi filoiraniani sono ovunque sotto il tiro incrociato e Teheran sta valutando di far intervenire direttamente le sue truppe: «Se ci sarà una richiesta del governo di Damasco, la prenderemo in considerazione», ha dichiarato il ministro degli Esteri Araghchi. Non è chiaro se gli ayatollah stiano addirittura valutando di schierare le forze armate: finora solo il corpo dei Guardiani della Rivoluzione ha preso parte alla guerra civile. Resta però il problema di come trasferire i soldati: per passare via terra occorrerebbe il permesso dell’Iraq, con il successivo ostacolo delle postazioni presidiate dai curdi sotto tutela Usa, mentre un ponte aereo verrebbe osteggiato dagli intercettori israeliani, che già lunedì – stando a notizie non confermate – avrebbero obbligato due voli cargo diretti a Damasco a invertire la rotta.
Il dittatore ha solo una speranza: che la coalizione ribelle si divida. L’elemento di frizione sono i rapporti con i curdi. Hts ha offerto un patto reciproco di non aggressione mentre la Syrian National Army – un altro gruppo sunnita interamente manovrato dalla Turchia – sta concentrando reparti intorno alla roccaforte curda di Manbji. In questa battaglia di tutti contro tutti, il numero di vittime continua a crescere: l’ong Osservatorio siriano per i diritti umani ha contato 602 morti, tra cui 104 civili. Ma aumentano soprattutto i profughi: i combattimenti si allargano a macchia d’olio e ogni comunità fugge nel timore di vendette. Solo gli sfollati curdi arrivati a Raqqa sarebbero più di 100 mila.