Esteri

Caduta Hama, Assad rischia di perdere tutta la Siria

L’analisi: la conquista della città da parte delle milizie islamiste dimostra la profondità della crisi del regime di Damasco. E anche i suoi protettori, Russia e Iran, sono in difficoltà

3 minuti di lettura

La caduta di Hama potrebbe significare la fine del regime di Bashar al-Assad. In tredici anni di guerra civile la città era sempre rimasta sotto il controllo governativo; ora i migliori reparti della dittatura sono stati sbaragliati dalla marcia trionfale dei ribelli sunniti. In una settimana la coalizione creata dal leader jihadista Abu Mohammed al-Jolani ha conquistato due delle città più importanti del Paese, avanzando di oltre centoventi chilometri. I suoi droni da ieri vengono lanciati su Damasco e sulla base dell’aviazione russa.

Hama è un luogo simbolo. Nel 1982 l’allora presidente Hafez al-Assad, il padre di Bashar, stroncò con ferocia la rivolta della popolazione sunnita: la repressione provocò oltre 30 mila morti. La sua caduta è un segnale di rivincita: il timore è che adesso prendano le armi le comunità sunnite di tutta la Siria, incluse quelle dei sobborghi della capitale e di Homs dove l’insurrezione nel 2018 venne soffocata nel sangue, usando persino gli ordigni chimici.

Sono state segnalate proteste isolate e attentati in villaggi della regione meridionale: la crisi militare del regime potrebbe dissolvere la cappa di terrore e animare il fuoco della ribellione. Il clan Assad ha schierato le truppe scelte sul fronte di Hama ma sono bastati tre giorni di scontri per metterle in fuga: i miliziani si sono impossessati di caserme piene di munizioni, di carri armati, di missili d’ogni tipo. Mosca e Teheran non riescono a intervenire. Putin ha scagliato i suoi aerei contro la roccaforte ribelle di Idlib, con bombardamenti che hanno ucciso cento persone e ne hanno ferite trecento. Ieri notte pure la flotta ha lanciato missili Kalibr contro gli avamposti delle milizie sunnite. Ma il conflitto in Ucraina ha ridotto al minimo il contingente russo, che negli scorsi anni fu determinante nella riscossa del regime.

Teheran non trova uomini da mandare in sostegno di Bashar al-Assad. Gli Hezbollah libanesi sono stati decimati dal conflitto con Israele: l’unica colonna che ha cercato di raggiungere Damasco da Beirut è stata attaccata lunedì notte dai caccia israeliani. Le formazioni sciite irachene faticano ad attraversare il confine. I curdi delle Sdf, Syrian Defence Forces, appoggiati dai jet americani, stanno infatti bloccando a Deir ez-Zor l’autostrada che collega l’Iraq alla capitale. Pochissimi gruppi sono riusciti a passare lungo le piste del deserto. La situazione è così critica che due giorni fa il ministro degli Esteri iraniano ha detto di essere pronto ad accogliere una richiesta formale del governo siriano per mandare le forze armate della Repubblica islamica. Ma l’aviazione israeliana finora ha impedito ai voli cargo iraniani l’atterraggio in Siria.

Mosca e Teheran stanno trattando con Ankara, nella convinzione che possa frenare la coalizione degli insorti. Erdogan però vuole un cambio di regime a Damasco, che apra il governo agli esponenti sunniti. E soprattutto intende trasformare la regione tra la frontiera e Aleppo in un protettorato turco, da cui scacciare per sempre i curdi. Da sabato decine di migliaia di curdi si sono messi in viaggio verso Raqqa e le altre zone protette dall’Sdf: secondo le stime della tv Rudaw sono già in centomila.

Con la caduta di Hama, la Siria è geograficamente spaccata in due. Anche la regione costiera di Latakia, cuore della comunità alawita che fornisce i quadri della dittatura, è a portata di tiro degli insorti: sono arrivati a cinquanta chilometri dal mare. I russi hanno fatto uscire le loro navi dal porto di Tartus, la base strategica nel Mediterraneo: le tengono a largo, dove più facilmente possono difendersi dalle incursioni dei droni. Pechino ha chiesto ai suoi cittadini di lasciare il Paese “il prima possibile”.

Gran parte degli insorti sono jihadisti: molti sono reduci di Al Nusra o dell’Isis, alcuni provenienti dalle ex Repubbliche sovietiche dell’Asia. Ma finora tutte le milizie sunnite hanno obbedito all’ordine di Abu Mohammed al-Jolani ed evitato rappresaglie: non ci sono notizie di violenze o saccheggi. Ad Aleppo hanno ripristinato i servizi pubblici e le reti di telefonia cellulare, distribuito cibo, asfaltato le strade devastate dagli ultimi combattimenti. I quartieri cristiano e curdo sono stati rispettati; i soldati di leva del regime che si sono arresi sono stati rilasciati. E’ un’operazione di propaganda per trasmettere un messaggio tranquillizzante al Paese: “Noi vogliamo una Siria dove tutte le comunità convivano”. Al momento la coalizione forgiata a Idlib dall’accordo tra tredici formazioni sotto la guida di Hts, Hay?at Tahrir al-Sham ossia la costola siriana di Al Qaeda, si mantiene unita. Ha messo in campo un vero esercito con 60 mila uomini ben equipaggiati, che usa un misto delle tattiche tipiche dell’Isis e di altre ispirate al conflitto ucraino, frutto delle lezioni di istruttori arrivati da Kiev.

Alcuni caposaldi della dittatura sono stati espugnati con colonne di pickup blindati: autobombe hanno distrutto le postazioni difensive, poi gli altri veicoli hanno fatto irruzione. E’ lo schema vincente dello Stato islamico, che venne azzerato nel 2018 solo dall’entrata in scena dei caccia americani. Allo stesso tempo le milizie sunnite impiegano droni sofisticati di provenienza ucraina per spiare le mosse dell’avversario ed eliminare i comandi nemici: hanno evitato di cadere nelle trappole tese dai generali di Damasco, che si ritiravano dai villaggi per poi colpire con l’artiglieria i miliziani che li occupavano. Abituati ad affidarsi agli alleati stranieri, i pretoriani del regime non sanno come affrontare un nemico che continua a sorprenderli: non hanno idee, né uomini all’altezza della sfida.

I commenti dei lettori