La crisi in Francia, i socialisti aprono al governo “a tempo”: l’ira di Mélenchon
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI — Emmanuel Macron lancia le consultazioni per formare un nuovo «governo di interesse nazionale» basato su accordi di «non sfiducia». Dopo la caduta di Michel Barnier, il presidente cerca una soluzione alla crisi scoppiata nel mezzo dell’approvazione della Finanziaria. La novità è la trattativa aperta con i socialisti, che sono riusciti a bloccare Macron nel progetto di una nomina-lampo con un altro premier di destra, e oggi hanno iniziato a discutere di un esecutivo di larghe intese che gli alleati della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon continuano invece a escludere. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha annunciato a sorpresa di voler discutere con macronisti ed esponenti della destra sulla base di «concessioni reciproche» per la formazione di un governo con «contratto a tempo determinato».
PARIGI — Emmanuel Macron lancia le consultazioni per formare un nuovo «governo di interesse nazionale» basato su accordi di «non sfiducia». Dopo la caduta di Michel Barnier, il presidente cerca una soluzione alla crisi scoppiata nel mezzo dell’approvazione della Finanziaria. La novità è la trattativa aperta con i socialisti, che sono riusciti a bloccare Macron nel progetto di una nomina-lampo con un altro premier di destra, e oggi hanno iniziato a discutere di un esecutivo di larghe intese che gli alleati della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon continuano invece a escludere. Il segretario socialista, Olivier Faure, ha annunciato a sorpresa di voler discutere con macronisti ed esponenti della destra sulla base di «concessioni reciproche» per la formazione di un governo con «contratto a tempo determinato».
Faure, ricevuto a mezzogiorno all’Eliseo, ha spiegato di essere pronto a fare dei compromessi anche sulla richiesta di abrogazione della riforma delle pensioni, tabù assoluto per Macron. In cambio, però, i socialisti chiedono che l’esecutivo sia guidato da un premier di sinistra. Una condizione rifiutata dalla destra dei Républicains che dovrebbe partecipare a questo patto di non belligeranza. Proprio per la difficoltà del rebus, il nome favorito nel totopremier continua a essere quello di François Bayrou, leader del partito centrista Modem, storico alleato dei macronisti ma capace di dialogare con destra e sinistra. «Sarebbe un buon primo ministro», ha detto l’ex premier socialista Bernard Cazeneuve. Un altro ex premier, Edouard Philippe, ora leader del partito centrista Horizons, ha auspicato «un’alleanza che vada dai repubblicani alla sinistra socialdemocratica».
Macron ha promesso la nomina del nuovo premier «nei prossimi giorni» e continua a guidare personalmente le consultazioni anche se Faure ha proposto che sia designato un «prefiguratore», una sorta di arbitro tra gli interessi dei vari partiti.
La svolta dei socialisti potrebbe segnare la fine del cartello elettorale Nouveau Front Populaire (Nfp) formato alle ultime legislative di luglio dai partiti della gauche: Ps, Verdi, comunisti e Insoumis. Il Nfp, vinto il secondo turno, aveva rivendicato nel precedente giro di consultazioni di veder nominata la sua candidata premier.
Il leader dalla France Insoumise Mélenchon ha precisato oggi che i socialisti non hanno «nessun mandato» del Nfp per trattare con Macron. E l’eurodeputata di Fi, Manon Aubry, ha accusato i compagni di «tradimento». Secondo l’Eliseo, le consultazioni saranno allargate lunedì alle altre forze della gauche. Sia Verdi che comunisti sono disposti a lavorare in un esecutivo allargato a determinate condizioni.
Nella soluzione politica allo studio resterebbero esclusi la France Insoumise e il Rassemblement National, che Macron ha definito «estremisti irresponsabili» nel suo discorso in tv seguito da 17 milioni di francesi. La leader dell’estrema destra ha già avvertito: «Posso tranquillamente votare un’altra mozione di sfiducia». La scommessa di Macron - tutta in salita - è che Le Pen e Mélenchon siano marginalizzati in parlamento e non raggiungano la soglia dei 289 voti necessari per far cadere un nuovo esecutivo.