LONDRA – Sette giorni che hanno sconvolto la Siria: si può riassumere così la caduta del regime totalitario di Bashar al-Assad per mano dei ribelli guidati da Abu Mohammad al Jolani, leader di Hayat Tahir al-Sham (Hts), il movimento islamico sbocciato da due organizzazione terroristiche, al Qaeda e Isis, con le quali Jolani ha tuttavia rotto i rapporti da tempo, abbandonando l’ideologia della guerra santa globale per adottare un’identità nazionalista siriana. Il breve spazio di una settimana per la fine di un’era, durata più di mezzo secolo fra Assad padre e Assad figlio, evoca i “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, celebre libro-reportage del giornalista americano John Reed sulla rivoluzione bolscevica e il crollo dell’impero zarista russo. Ma in Siria, come del resto in Russia, il rapido epilogo è maturato al termine di un assai più lungo declino: una corrosione del sistema così profonda che è bastato togliere una carta perché crollasse tutto il castello.
La Primavera Araba…
LONDRA – Sette giorni che hanno sconvolto la Siria: si può riassumere così la caduta del regime totalitario di Bashar al-Assad per mano dei ribelli guidati da Abu Mohammad al Jolani, leader di Hayat Tahir al-Sham (Hts), il movimento islamico sbocciato da due organizzazione terroristiche, al Qaeda e Isis, con le quali Jolani ha tuttavia rotto i rapporti da tempo, abbandonando l’ideologia della guerra santa globale per adottare un’identità nazionalista siriana. Il breve spazio di una settimana per la fine di un’era, durata più di mezzo secolo fra Assad padre e Assad figlio, evoca i “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, celebre libro-reportage del giornalista americano John Reed sulla rivoluzione bolscevica e il crollo dell’impero zarista russo. Ma in Siria, come del resto in Russia, il rapido epilogo è maturato al termine di un assai più lungo declino: una corrosione del sistema così profonda che è bastato togliere una carta perché crollasse tutto il castello.
La Primavera Araba
Nel 2011 lo scontento popolare contro il regime totalitario di Bashar al-Assad, al potere dal 2000 dopo la morte del padre Hafez al-Assad (che aveva tenuto la Siria sotto un pugno di ferro nei precedenti trent’anni), mette in moto una serie di dimostrazioni di massa pro-democrazia come parte della più ampia Primavera Araba, il movimento di proteste popolari di piazza sbocciato in Tunisia e poi diffusosi in tutto il Medio Oriente e parte del Nord Africa, soppresso con il restauro quasi ovunque di regimi autoritari. Anche in Siria per alcuni mesi l’autocrazia di Assad figlio traballa, ma con una feroce repressione il presidente-padrone riesce a rimanere al potere e poco per volta le manifestazioni si esauriscono. Gli Assad appartengono però agli alawiti, una sette islamica sciita, dunque della stessa variante musulmana dell’Iran, di cui fa parte soltanto il 10 per cento della popolazione siriana, che è a maggioranza sunnita, branca dell’Islam rivale degli sciiti: un altro fattore che li rende impopolari.
La guerra civile
Nonostante il fallimento della Primavera Araba, il dissenso contro il regime centrale rimane, trasformando progressivamente la protesta di piazza in isolati e multiformi conflitti armati insurrezionali. Tra il 2013 e il 2015, una parte di formazioni ribelli, con l’assistenza militare degli Stati Uniti e dei Paesi del Golfo Persico, conquista due importanti città, Raqqa e Idlib. Ma entro il 2018, grazie al cruciale sostegno di Iran e Russia, le truppe governative hanno la meglio, riprendendo gran parte del territorio. A fare la differenza sono i bombardamenti a tappeto dei russi, che colpiscono indiscriminatamente zone civili, una tecnica già sperimentata in Cecenia e successivamente usata in Ucraina; e la presenza sul terreno di migliaia di militanti di Hezbollah, il gruppo paramilitare libanese finanziato e manovrato da Teheran, che sono mandati in prima linea a combattere. In parallelo, dal 2014 i ribelli islamici dell’Isis hanno preso il controllo di parte della Siria centro-orientale, che diviebe parte di un “Califfato” dove viene applicata in modo feroce la sharia. Nel giro di sei anni vengono in larga misura sconfitti e sostituiti dall’esercito indipendentista curdo, con l’appoggio dei bombardamenti e dei raid delle forze speciali dell’America e degli attacchi aerei russi. Altre province della Siria vedono affermarsi sacche di resistenza, come quelle dei drusi lungo il confine con Israele.
I ribelli islamici
In questo puzzle emerge Hayat Tahir al-Sham, mantenendo il controllo di una enclave nei pressi di Idlib, che è governato con pragmatismo e relativa moderazione, da dove conducono occasionali scontri contro le forze governative siriane. Sortite, attentati e bombardamenti si incrementano dall’inizio del 2024, ma sembra un conflitto a bassa intensità che Assad può tollerare: un errore che probabilmente suo padre non avrebbe commesso. Poi, una settimana fa, i ribelli di Hts lanciano una fulminante offensiva, ritenendo che il momento sia propizio per almeno due ragioni. La prima è che le vaste perdite sofferte dagli Hezbollah nella recente guerra contro Israele impedisce ai militanti libanesi di intervenire nuovamente in difesa di Assad. La seconda è che la Russia, pur riprendendo a bombardare in Siria per la prima volta dal 2016, è distratta dal conflitto in Ucraina, su cui riversa uomini, mezzi e risorse. Un terzo apparente motivo deve essere stato la constatazione che l’esercito siriano preferisce fuggire più che combattere: Aleppo, una città di 2 milioni di abitanti, è caduta in mano ai ribelli praticamente senza sparare un colpo. “Se i soldati di Assad non combattono, non possiamo essere noi a salvarlo”, ha detto al New York Times una fonte iraniana.
Tutto in sette giorni
Il primo dicembre i ribelli avanzano nella periferia meridionale di Idlib: sette dei loro militanti muoiono per l’esplosione di un deposito minato dalle forze governative, che si ritirano appena li vedono comparire all’orizzonte. Entro sera, le forze di opposizione prendono il controllo dei dintorni di Aleppo, uccidendo una ventina di soldati governativi e sei consiglieri militari iraniani. Nelle successive 24 ore, due ondate di bombardamenti russi causato decine di vittime, prevalentemente civili, ma il 2 dicembre i ribelli occupano completamente Aleppo. Il 3 dicembre l’avanzata prosegue verso sud, con gli scontri più pesanti sul fronte della città di Hama, che cade in mano ai ribelli il 4. Il 5 dicembre l’offensiva conquista Homs, un po’ più a sud, e continua la marcia verso Damasco senza incontrare più una vera resistenza e senza nuovi bombardamenti russi. Il 6 i ribelli sono ai sobborghi della capitale, il 7 ci entrano mentre si sparge la voce che il presidente Assad è fuggito qualche ora prima.
In tutto, circa 400 persone hanno perso la vita nella settimana di offensiva, di cui una metà forze ribelli o civili, il resto forze governative. Di città in città, i ribelli hanno aperto le porte delle prigioni, liberando fra gli altri numerosi prigionieri politici e dissidenti in carcere da anni, abbattendo statue di Assad padre e figlio, e venendo generalmente accolti con scene di giubilo dalla popolazione.
Cosa può succedere
La Siria rimane divisa in almeno tre parti: i ribelli islamici hanno il controllo delle maggiori città lungo una fascia verticale sul versante occidentale del Paese, da Aleppo ad Hama fino a Damasco; le forze curde occupano il versante nord-orientale, al confine con la Turchia; gruppi seguaci dell’Isis mantengono il controllo di sacche isolate nelle regioni centrali. All’interno della Siria operano inoltre distaccamenti militari di Russia, Turchia e Stati Uniti, mentre il personale militare e civile iraniano è frettolosamente rientrato in patria. Molto dipende dalle reazioni delle potenze in campo, in particolare la Turchia. Al-Jolani, il leader dei ribelli, si è impegnato a una convivenza fra tutti gli elementi della società siriana, sia dal punto di vista politico che da quello religioso, e ha parlato perfino di dissolvere il proprio movimento, ma non è chiaro se si tratti di intenzioni sincere o di una tattica per guadagnare il favore di tutti fino al momento in cui prenderà effettivamente il potere.
Sotto gli Assad, padre e figlio, la Siria è rimasta sostanzialmente un Paese laico: resta da vedere se i ribelli islamici proveranno a imporre la sharia nei loro territori o comunque a inasprire le norme religiose, o se invece dimostreranno tolleranza. Dal caos potrebbe nascere una nuova guerra civile; un califfato islamico come quello che sognava l’Isis sia pure su scala geograficamente più ridotta; un nuovo conflitto contro Israele. La cautela con cui la diplomazia occidentale sta reagendo agli eventi suggerisce anche una quarta ipotesi: la sia pur timida speranza che lo sconvolgimento degli ultimi sette giorni, perlomeno, non faccia rimpiangere i cinquant’anni del crudele regime degli Assad.