Il dissidente al Bunni: “Ora è tempo di tornare in Siria per ricostruire lo Stato di diritto”
di Francesca Caferri“Certo che ne valeva la pena!”. La felicità rende la voce di Anwar al Bunni da Berlino più squillante che mai. A 61 anni, questo avvocato specializzato in diritti umani è uno dei volti più noti dell’esilio siriano – sei milioni di persone – all’estero: arrestato per la prima volta nel 2006 per il lavoro in difesa dei dissidenti, sopravvissuto a sei anni di carcere duro, a due tentativi di assassinio in cella e a una caccia senza pietà prima di riuscire a fuggire, nel 2019 è stato la mente del cervello del processo che per la prima volta ha visto la condanna, in Germania, di due esponenti del regime di Bashar al Assad per crimini contro l’umanità, creando il precedente giuridico per un procedimento che da anni i dissidenti si augurano raggiunga lo stesso ex presidente.
Avvocato, qual è la prima cosa che ha pensato domenica notte?
“Ho visto davanti a me i volti delle persone morte in carcere, di quelle che ho lasciato lì quando sono uscito e che oggi, a più di dieci anni di distanz…
“Certo che ne valeva la pena!”. La felicità rende la voce di Anwar al Bunni da Berlino più squillante che mai. A 61 anni, questo avvocato specializzato in diritti umani è uno dei volti più noti dell’esilio siriano – sei milioni di persone – all’estero: arrestato per la prima volta nel 2006 per il lavoro in difesa dei dissidenti, sopravvissuto a sei anni di carcere duro, a due tentativi di assassinio in cella e a una caccia senza pietà prima di riuscire a fuggire, nel 2019 è stato la mente del cervello del processo che per la prima volta ha visto la condanna, in Germania, di due esponenti del regime di Bashar al Assad per crimini contro l’umanità, creando il precedente giuridico per un procedimento che da anni i dissidenti si augurano raggiunga lo stesso ex presidente.
Avvocato, qual è la prima cosa che ha pensato domenica notte?
“Ho visto davanti a me i volti delle persone morte in carcere, di quelle che ho lasciato lì quando sono uscito e che oggi, a più di dieci anni di distanza, non so se sono vive o morte. Gli amici scomparsi, quelli morti: ho guardato i video delle celle che si aprivano cercando qualche faccia nota. Poi ho pensato a tutto quello che abbiamo programmato in questi anni: la ricostruzione dello Stato di diritto, dei diritti umani, delle leggi: ho pensato che era tempo di tornare a lavoro”.
Lei è da 25 anni una delle anime della società civile: i gruppi che hanno sconfitto il regime sono lontanissimi da lei e da quelli come lei. Potrete convivere?
“Io non giudico da dove vengono e in cosa credono: giudico quello che hanno fatto. Hanno sconfitto la dittatura e non hanno toccato le minoranze. Ascolto i loro discorsi e sono discorsi da rivoluzionari: e io sono un rivoluzionario. Hanno dimostrato al mondo che in Siria non c’era una guerra civile, ma una rivoluzione che si batteva, in modo diverso, contro un unico nemico. Siamo tutti parte di questa rivoluzione”.
Tredici anni di guerra, sei milioni di siriani fuggiti, 310mila morti nelle statistiche ufficiali, più di 600mila in quelle ufficiose, 75mila persone scomparse nelle carceri, un’intera generazione uccisa o esiliata: ne valeva la pena?
“Sì. Senza nessun dubbio. È stato lungo, è stato difficile, abbiamo combattuto contro assassini brutali, il mondo si è dimenticato di noi …ma abbiamo vinto noi”.
E adesso?
“Adesso è tempo di tornare: e torneremo in migliaia. Personalmente, prenderò il primo volo Berlino-Damasco e lavorerò alla ricostruzione dello Stato di diritto, delle leggi e sul tema dei prigionieri. Non senza aver prima abbracciato quella parte della famiglia che è rimasta a Damasco, pagando un prezzo alto per la mia fuga”.