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Il grande gioco siriano

(reuters)

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Ankara guida l’operazione contro Assad e in dieci giorni mette a segno un punto contro Teheran e Mosca. Il terremoto su Damasco arriva fino a Kiev: gli Usa puntano sul colpo a Cremlino e ayatollah per la pace in Ucraina
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Dalla Turchia a Israele, chi vince e chi perda nel grande gioco siriano. Il presidente turco Erdogan si “prende” Damasco, mentre l’Iran è il grande sconfitto della partita siriana. Il regime di Assad era l’anello cruciale dell'alleanza militare anti-Israele e anti-Occidente di cui fanno parte anche gli Hezbollah, gli Houti e Hamas.

Chi vince

Recep Tayyp Erdogan 

Turchia, Erdogan regista e trionfatore a Damasco

di Gabriella Colarusso

Con un doppio da fuoriclasse della politica, Recep Tayyip Erdogan si è posizionato al centro dei due grandi conflitti il cui esito determinerà il futuro della regione euroasiatica: la Siria e l’Ucraina. Il Raìs si “prende” Damasco, incassando i dividendi del sostegno che non ha mai fatto mancare all’opposizione siriana – unico leader Nato. Ma lo fa saltando in corsa sul cavallo dell’ex qaedista al Jolani.

Perché è vero che i servizi turchi si preparavano da alm…

Dalla Turchia a Israele, chi vince e chi perda nel grande gioco siriano. Il presidente turco Erdogan si “prende” Damasco, mentre l’Iran è il grande sconfitto della partita siriana. Il regime di Assad era l’anello cruciale dell'alleanza militare anti-Israele e anti-Occidente di cui fanno parte anche gli Hezbollah, gli Houti e Hamas.

Chi vince

Recep Tayyp Erdogan 

Turchia, Erdogan regista e trionfatore a Damasco

di Gabriella Colarusso

Con un doppio da fuoriclasse della politica, Recep Tayyip Erdogan si è posizionato al centro dei due grandi conflitti il cui esito determinerà il futuro della regione euroasiatica: la Siria e l’Ucraina. Il Raìs si “prende” Damasco, incassando i dividendi del sostegno che non ha mai fatto mancare all’opposizione siriana – unico leader Nato. Ma lo fa saltando in corsa sul cavallo dell’ex qaedista al Jolani.

Perché è vero che i servizi turchi si preparavano da almeno tre mesi all’offensiva di Hts, e che da Istanbul è arrivata la luce verde all’operazione. Ma nemmeno Erdogan si aspettava una galoppata così rapida fino a Damasco. Ora può rinsaldare la sua influenza a discapito di russi e iraniani, rimpatriare i 4 milioni di profughi siriani che vivono in Turchia, guadagnandosi un enorme credito politico all’interno del Paese, e trattare con gli americani l’assetto del nord est controllato dai curdi. Ma è una strada non priva di possibili inciampi. Il Raìs dovrà aiutare i ribelli di Hts a ottenere il riconoscimento internazionale, evitando la rinascita dell’Isis e una nuova guerra civile, che è un rischio reale se Erdogan si comporterà come nuovo sultano in Siria.

A cominciare dalla resa dei conti con i curdi, che potrebbe portare a una loro integrazione pacifica nel nuovo puzzle siriano o all’apertura di un nuovo fronte. Quello che sicuramente il leader turco può rivendicare è un ribaltamento immediato dei rapporti di forza con Putin, le cui mosse l’avevano reso “vulnerabile” proprio a partire dal teatro siriano. Ora l’equilibrio gioca a favore di Ankara, che da qualche giorno controlla anche l’Osce: nel prossimo anno sarà il suo presidente, il neoletto diplomatico turco Sinirlioglu, a fare da facilitatore dei colloqui per il cessate il fuoco tra Russia e Ucraina.

Donald Trump (afp)

Stati Uniti, Trump usa il raìs come monito per lo zar

dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli

NEW YORK – Trump vuole usare il crollo del regime di Assad per favorire la pace in Ucraina, tenendo gli Usa fuori dalla Siria. Non è detto però che riesca a centrare entrambi gli obiettivi, perché ci sono variabili fuori dal suo controllo.

Il messaggio che ha pubblicato sul proprio social Truth dopo la caduta di Damasco è chiaro: «Assad è scappato perché il suo protettore, la Russia guidata da Vladimir Putin, non era più interessata a difenderlo». Questo perché Mosca è indebolita dalla guerra in Ucraina e l’Iran ha perso influenza per gli attacchi israeliani contro Hezbollah, mentre anche Zelensky vuole la pace: «Conosco bene Vladimir. È il momento di agire». In altre parole, Putin rischia di fare la stessa fine di Assad e quindi gli conviene trattare con Trump la fine della guerra in Ucraina.

Nello stesso tempo il presidente eletto vuole tenere gli Usa fuori dalla Siria, perché ha promesso di mettere fine ai conflitti, ma questo non dipende solo da lui. Il Pentagono ha una presenza nella zona orientale del paese, per evitare il ritorno dell’Isis che ha bombardato proprio ieri, e sostenere gli alleati curdi.

Abbandonare queste postazioni per vederle occupate dai jihadisti non aiuterebbe l’immagine di Trump che, se Damasco diventasse un nemico controllato da al Qaeda in grado di minacciare Israele, i paesi alleati del Golfo, quelli europei e gli stessi Stati Uniti, rischierebbe di fare una figura simile a Biden in Afghanistan. Washington poi non ha alcun interesse a lasciare a Mosca le basi di Tartus e Latakia che Putin usa per seminare il caos in Medio Oriente, Africa settentrionale inclusa la Libia e Mediterraneo.

Volodymyr Zelensky 

Ucraina, Zelensky festeggia il colpo inferto a Mosca

dal nostro inviato Paolo Brera

KIEV – L’Ucraina si gioca tutto, con il cambio di timone a Washington; eppure è la caduta di Damasco a prendersi il palco, mica gli echi dell’incontro a Parigi tra il presidente Zelensky e Trump. Intrecci e relazioni con la Siria sono pochi, ma il ministero degli Esteri è tra i primi a brindare al crollo del regime ricordando che il Cremlino spinse Assad a riconoscere il tentativo russo di annettere la Crimea e occupare parti di Donetsk e Lugansk.

Dal 2022 l’Ucraina ha interrotto le relazioni diplomatiche con la Siria, ora è pronta a «spianare la strada alla ripresa» — twitta il ministro Andriy Sibiga — invertendo la rotta diplomatica nonostante il rischio di precipitare da un despota all’islamismo. Al governo ucraino non interessa la stabilità o il destino della Siria che fu di Assad, ma quello del suo protettore: «Così è e sarà sempre per tutti i dittatori che fanno affidamento su Putin: tradisce sempre chi conta su di lui», insiste Sibiga. Troppo presto per capire come i nuovi assetti influenzeranno la guerra in Ucraina, ma il barometro per Kiev segna miglioramento.

«Il regime di Bashar — sostiene il consigliere Mykhailo Podolyak — crolla per le perdite che l’Ucraina ha inflitto alla Russia. Con meno Wagner; meno aerei russi e meno flotta del Mar Nero, in pochi giorni il regime perde il controllo sul Paese che governa dagli anni ‘70». Ieri l’ambasciata Usa ha ammonito: «È aumentata la minaccia di missili e droni contro infrastrutture civili critiche». Suona l’ennesimo allarme, la capitale surgelata tira dritto. Sui social e nei caffè i toni sono prosaici: «Ma per chi fanno il tifo questi idioti? Meno luoghi da controllare ha Putin in giro per il mondo, meglio si concentrerà su noi», dice Yurich. «Vero — replica Marina — ma sembra un avvertimento a Putin: gli scherzi sono finiti».

Chi perde

Ali Khameni 

Iran, Khamenei, il grande sconfitto è a Teheran

di Fabio Tonacci

Il tentativo di minimizzare è tanto prevedibile quanto velleitario, perché neppure la censura più retriva può oscurare quel che è sotto gli occhi di tutti: il grande sconfitto della partita siriana è l’Iran di Khamenei. Il regime di Bashar al Assad era l’anello cruciale dell’Asse della Resistenza, come Teheran chiama l’alleanza militare anti-Israele e anti-Occidente di cui fanno parte anche Hezbollah, gli Houti e Hamas. Dalla Siria per anni sono transitate indisturbate le armi che la Repubblica islamica ha fornito alle milizie sciite libanesi e che hanno permesso di bombardare il nord dello Stato ebraico e di resistere all’operazione di terra dell’Idf intenzionato a creare una zona cuscinetto fino al fiume Litani.

«La caduta del governo siriano è stata una battuta d’arresto che non distruggerà l’Asse», dichiara il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, promettendo che l’Iran continuerà a sostenere i gruppi militanti «anche senza la Siria». Solo le parole di un governo che sta perdendo punti di riferimento e persino in imbarazzo per non aver neanche abbozzato una difesa militare del proprio alleato, dato che l’esercito siriano si è squagliato come neve al sole del deserto di fronte all’avanzata dei jihadisti.

«Ma Assad non ha mai chiesto aiuto all’Iran per respingere l’offensiva», sostiene Araghchi, ammettendo però la propria sorpresa per la rapidità con cui Damasco è caduta. Non ci crede nessuno. L’Asse, dopo 15 mesi di guerra a Gaza e in Libano, si è trovato sguarnito, privo di forze e incapace di una vera reazione. Hanno pesato gli attacchi dell’aviazione israeliana sull’Iran e le perdite inflitte a Hezbollah. E ora, «è il popolo siriano a dover decidere sul futuro del proprio paese», ha detto il presidente iraniano Pezeshkian.

(agf)

Russia, Putin ora punta a salvaguardare le due basi

di Rosalba Castelletti

La Russia era oramai pronta alla caduta dell’alleato siriano Bashar al-Assad, ma si era pilatescamente lavata le mani già da giorni tanto che Konstantin Kosaciov, vicepresidente del Consiglio di Stato, la Camera alta del Parlamento russo, aveva detto fuori dai denti che, «nel caso di una guerra civile su vasta scala, i siriani se la sarebbero dovuti vedere da soli». Questione di priorità.

Stavolta neppure una massiccia campagna aerea avrebbe ribaltato le sorti sul terreno dopo che l’esercito siriano era di fatto evaporato davanti all’inarrestabile avanzata dei jihadisti. Tanto valeva perciò risparmiare le risorse militari. Del resto, concordano per una volta blogger militari e politologi indipendenti, vista la rapidità con cui il regime di Assad è caduto, parlare di “sconfitta di Mosca in Siria” sarebbe esagerato, se non ingeneroso.

L’obiettivo adesso è minimizzare i danni. Quando nel 2015 Vladimir Putin intervenne in Siria per salvare Assad, mirava innanzitutto a dimostrare che, con lui al potere, la Russia era tornata a essere una grande potenza mondiale. Successo che ha usato per vendersi agli altri attori mediorientali come un alleato affidabile in contrapposizione all’Occidente. L’avere offerto asilo umanitario ad Assad e alla sua famiglia mira proprio a ricordare che Mosca non abbandona i suoi partner.

Restano, però, da salvaguardare le due basi militari russe in Siria, lo scalo aereo di Khmeimim e il porto di Tartus. A meno che, come sostengono le agenzie russe, gli insorti non abbiano davvero garantito la loro sicurezza, perdere le due basi costituirebbe un duro colpo per le ambizioni geopolitiche di Putin nel Mediterraneo e in Africa. E il fatto che l’impegno in Ucraina gli sia, in un certo senso, costato la Siria, potrebbe renderlo ancora più inflessibile e meno prono al compromesso con Kiev.

Benjamin Netanyhau 

Israele, Netanyahu teme un Califfato ai suoi confini

di Francesca Caferri

I carri armati israeliani sono schierati, da giorni, in massa sulle alture del Golan: all’orizzonte dei tank si vede Quneitra, città siriana passata fra le prime sotto il controllo dei ribelli anti-Assad. Ai cittadini dell’area è stato intimato di non uscire: sulle loro teste volano i jet con la stella di David che anche ieri hanno bombardato Damasco. Israele ha un problema in più oggi: ed è l’instabilità che potrebbe crearsi oltre il confine.

Da anni, dopo le tensioni dell’era di Assad padre, la convivenza con Bashar è stata vista come scomoda ma necessaria a Tel Aviv: ma l’afflusso in massa delle forze iraniane per sradicare la rivolta scoppiata nel 2011 ha cambiato tutto. Da allora Israele – ancor di più nell’ultimo anno – ha intensificato gli attacchi in Siria, puntando a eliminare obiettivi scomodi (persone o armamenti) iraniani nel Paese: probabilmente però neanche Netanyahu si aspettava che questo, insieme al crollo di Hezbollah, avrebbe indebolito Assad al punto di lasciare la partita completamente in mano ai ribelli.

Il risultato ora è uno scenario da incubo per lo Stato ebraico, che non a caso da giorni è corso a rinforzare la sua presenza militare sul Golan. Un vuoto di potere a Damasco o peggio ancora, la prospettiva di uno Stato islamista sono ipotesi che Netanyahu non avrebbe voluto vedere materializzarsi alle porte di Israele. Salvo usarle ora – notizia di ieri – per tentare di rinviare per l’ennesima volta la sua deposizione – è prevista per domani – nel processo per corruzione che lo vede imputato.

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