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L’asilo ad Assad per salvare la faccia: “La Russia non tradisce i suoi amici”

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Mosca tenta di salvare la reputazione dopo la caduta dell’alleato siriano. Ma si prepara ad evacuare lo scalo di Khmeimim e il porto di Tartus
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Qualcuno sui social ha provato a spacciare fotografie d’archivio scattate nel 2013 in un ospedale siriano come le prime immagini dell’arrivo di Bashar al Assad e della moglie Asma a Mosca. Il solito tiro mancino.

Il dittatore in fuga

Al momento l’unica traccia dei due coniugi oramai esuli in Russia è la traiettoria radar dell’aereo che domenica sera 8 dicembre li ha portati dalla base di Hmeimim a un aeroporto militare di Mosca. Interrogato più volte, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov si è rifiutato di fornire dettagli. “Non ho nulla da dirvi sull’andirivieni del presidente Assad”, ha replicato ai giornalisti. Non ha voluto neppure confermare che il presidente Vladimir Putin gli abbia concesso asilo. Si è limitato a dire che “tali decisioni non possono essere prese senza il capo dello Stato” e che, al momento, “in agenda non c’è nessun incontro” tra i due leader. Ma nessuno dubita. “Gli troveremo una dacia nelle vicinanze di Mosca”, ha commentato il politologo russo-israeliano …

Qualcuno sui social ha provato a spacciare fotografie d’archivio scattate nel 2013 in un ospedale siriano come le prime immagini dell’arrivo di Bashar al Assad e della moglie Asma a Mosca. Il solito tiro mancino.

Il dittatore in fuga

Al momento l’unica traccia dei due coniugi oramai esuli in Russia è la traiettoria radar dell’aereo che domenica sera 8 dicembre li ha portati dalla base di Hmeimim a un aeroporto militare di Mosca. Interrogato più volte, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov si è rifiutato di fornire dettagli. “Non ho nulla da dirvi sull’andirivieni del presidente Assad”, ha replicato ai giornalisti. Non ha voluto neppure confermare che il presidente Vladimir Putin gli abbia concesso asilo. Si è limitato a dire che “tali decisioni non possono essere prese senza il capo dello Stato” e che, al momento, “in agenda non c’è nessun incontro” tra i due leader. Ma nessuno dubita. “Gli troveremo una dacia nelle vicinanze di Mosca”, ha commentato il politologo russo-israeliano Vladimir Khanin. C’è anche chi ha ricordato che, stando a un’inchiesta del 2019 di “Global Witness”, i Makhlouf, cugini di Assad, possiederebbero 19 appartamenti da 40 milioni di dollari in due grattacieli della City di Mosca.

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Salvare la faccia

Dove alloggerà il clan Assad, però, poco importa. Quello che conta per il Cremlino è salvare la reputazione di alleato affidabile che Putin si era guadagnato nel 2015 intervenendo in Siria. “La Russia non tradisce i suoi amici in difficoltà”, ha rivendicato il diplomatico Mikhail Uljanov. “Oggi sono pochi i Paesi al mondo dove il presidente è un uomo di parola. Stiamo salvando una famiglia che verrebbe annientata come Muammar Gheddafi in Libia”, gli ha fatto eco il deputato Mikhail Sheremet. Tutta la propaganda di Stato si affanna a limitare il danno d’immagine, spiegando che il regime siriano era oramai spacciato. “Non potevamo essere più patrioti della Siria che il compagno Assad”, ha osservato l’opinionista politico Andrej Medvedev. “Il tentativo di mantenere Assad al potere sarebbe comunque stato destinato al fallimento”, ha commentato il politologo Fjodor Lukjanov.

Punti strategici

Molti osservatori, però, non nascondono la loro preoccupazione per il destino delle due basi militari russe in Siria, avamposti strategici per la presenza russa nel Mediterraneo e in Africa: lo scalo aereo di Khmeimim, vicino a Latakia, e il porto di Tartus, l’unico porto russo in acque calde. “È prematuro parlarne. Sarà oggetto di discussione con coloro che saranno al potere in Siria”, ha detto Peskov assicurando che la Russia sta facendo “tutto il possibile e tutto il necessario per stabilire un contatto con coloro che possono essere responsabili della sicurezza”. Ma si ipotizza già l’evacuazione dei militari che, però, via mare richiederebbe di circumnavigare l’Europa e via aerea di predisporre centinaia di voli. Un’altra opzione sarebbe negoziare l’apertura di nuove basi in Libia, ma è una scommessa altrettanto costosa e senza garanzie di successo.

Il politologo Andrej Kortunov, tuttavia, è fiducioso. Ricorda che Mosca ha ancora vari assi da giocare, a partire dagli scambi commerciali. Ma è in minoranza. I più dubitano che “i nuovi vertici siriani” - che soltanto domenica erano chiamati “ribelli armati” e prima ancora “terroristi” - faranno il gioco dell’esercito russo che li ha combattuti e bombardati per nove anni. Ieri hanno issato la loro bandiera, coi tre colori dei califfati, verde bianco e nero, e tre stelle rosse, anche davanti all’ambasciata siriana a Mosca. Un altro smacco.

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