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Al valico tra Libano e Siria la coda infinita di chi torna e chi scappa: “Qui è cambiato tutto”

(afp)
Da Europa e Usa la diaspora rientra nel Paese: “Ma sarà un posto libero?”
3 minuti di lettura

Masnaa (confine Libano-Siria) – Al valico di Masnaa due Sirie si incontrano e non si guardano. Fanno finta di non essere qui, ignorano la gioia degli uni e l’inquietudine degli altri. Hanno lo stesso passaporto ma niente da dirsi. Siriani che tornano perché il regime di Assad è caduto e siriani che se ne vanno perché il regime è caduto. Le due file di macchine sono divise da una barriera che non è neanche un metro ma oggi non potrebbe essere più alta.

(reuters)

Tornare

Sul taxi che la riporta a Damasco dopo tredici anni, Balkis, una donna di quarant’anni e due figlie, progetta nel dettaglio la sua vendetta privata. «Voglio andare a piazza Omayyadi e mettermi a parlare male della famiglia di Assad. Non l’ho mai potuto fare, sono cinquant’anni che gli Assad hanno cucito la bocca a un intero popolo. Voglio parlare male di loro e poi cantare».

Masnaa (confine Libano-Siria) – Al valico di Masnaa due Sirie si incontrano e non si guardano. Fanno finta di non essere qui, ignorano la gioia degli uni e l’inquietudine degli altri. Hanno lo stesso passaporto ma niente da dirsi. Siriani che tornano perché il regime di Assad è caduto e siriani che se ne vanno perché il regime è caduto. Le due file di macchine sono divise da una barriera che non è neanche un metro ma oggi non potrebbe essere più alta.

(reuters)

Tornare

Sul taxi che la riporta a Damasco dopo tredici anni, Balkis, una donna di quarant’anni e due figlie, progetta nel dettaglio la sua vendetta privata. «Voglio andare a piazza Omayyadi e mettermi a parlare male della famiglia di Assad. Non l’ho mai potuto fare, sono cinquant’anni che gli Assad hanno cucito la bocca a un intero popolo. Voglio parlare male di loro e poi cantare».

"Niente peggio di Assad”

Balkis l’abbiamo incontrata mentre attendeva insieme ai genitori in un’altra fila, il controllo passaporti dell’aeroporto di Beirut. Che l’improvvisa caduta del tiranno ha trasformato in uno degli hub dove la diaspora siriana si ritrova in piccoli gruppi, si abbraccia, si riprende col telefonino, si conta e si misura, «tu da quanto tempo?», «io da cinque anni», «io da otto, ma con tutta la famiglia», «sono fuggito subito, nel 2011», «torniamo in un Paese libero», «chissà com’è un Paese libero», «ma sarà un Paese libero?», e comunque tutti d’accordo che «peggio di Assad nessuno». Adesso a migliaia si mettono in marcia, in aereo, in auto, in treno, dall’Europa o dagli Stati Uniti, per riprendersi la patria. È il fiume che potrebbe diventare marea e spingere una grossa fetta dei 6 milioni di siriani fuggiti all’estero a rientrare. Sinwar, un trentenne di Aleppo dall’aria disorientata, è sbarcato in ciabatte e privo di bagaglio. «Tredici anni di esilio volontario a Istanbul, per colpa di una guerra civile che non ho combattuto ma per la quale il regime mi riteneva coinvolto». Tiene in mano il passaporto blu scuro della Repubblica siriana con una fierezza come prima d’ora mai.

(afp)

Fuori dall’aeroporto ci sono i taxi che per 200 dollari portano direttamente a Damasco, passando da Masnaa, il valico della frontiera a metà, perché da una parte ci sono i poliziotti libanesi che controllano i documenti e dall’altra niente. I doganieri siriani sono tutti fuggiti domenica mattina all’alba, quando i ribelli dell’Hts hanno messo piede nei sobborghi della capitale e si è capito che l’esercito siriano era fragile quanto il carattere del dittatore che lo comandava.

Balkis è arrivata apposta da Filadelfia, dove vive da anni la famiglia di origine. Le figlie sono rimaste negli Stati Uniti e a loro ha solo detto che la mamma tornava nel suo Paese e che era un Paese nuovo dove nessuno le chiudeva più la bocca, racconta, mentre contratta il prezzo del viaggio col tassista. La spunta per 180 dollari per un tragitto che si copre di solito in due ore e mezzo, «ma faccia presto che alle 4 comincia il coprifuoco».

La cioccolata

Si arriva a Masnaa seguendo i fuochi d’artificio di chi ancora festeggia la liberazione, vengono offerti i cioccolatini e anche da questo lato del confine le bandiere siriane hanno le tre stelle simbolo dei ribelli di al Jolani. Hassan, sei anni, entrerà in Siria per la prima volta con suo padre Amer che ha lasciato Qousseir nel 2013 quando fu ripresa dall’esercito di Assad aiutato dai miliziani libanesi di Hezbollah. «Finalmente sono fiero di essere siriano, la vergogna ha cambiato lato».

People make their way as they attempt to cross into Lebanon at the Masnaa border crossing between the Lebanon and Syria, after Syrian rebels announced that they have ousted Syria's Bashar al-Assad, December 9, 2024. REUTERS/Mohammed Yassin  (reuters)

Dall’altra parte della barriera di cemento si muove un’altra diaspora, silenziosa. In tre giorni 35.000 famiglie siriane sono arrivate nella valle della Bekaa, in Libano, forse convinte di essere protette dalla presenza di Hezbollah. I volti, in quella coda, sono tirati, non si vedono segni di vittoria. Nessuno ha voglia di parlare. «Si va via perché si va via». Qualcuno era parte del regime, altri lo consideravano la sciagura migliore. Quale che sia la spiegazione, quella Siria non c’è più, e la nuova fa paura. La maggior parte dei profughi verso il Libano è sciita, molti provengono dalla zona di Sayyidah Zaynab, diventata in dieci anni una roccaforte iraniana. Si fugge con gran fretta, e il timore di essere respinti. Le autorità libanesi fermano chi è “senza documenti”. Alcuni tentano di forzare il valico, respinti. Come accade per quasi tutto il giorno sull’altra traiettoria di questo esodo incrociato, al confine turco. Migliaia di siriani cercano di attraversare i valichi chiusi. La polizia li respinge, nascono discussioni, qualche parapiglia. Circa 500 auto riescono a passare. Taha, ingegnere: «I miei fratelli sono già a Damasco, abbiamo una marea di lavoro da fare». A sera, Erdogan annuncia la riapertura del valico di Yayladagi, storica rotta commerciale chiusa nel 2013. La Siria che torna, ma non sa ancora dove.

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