DAMASCO — Non vogliamo altro sangue, ma non perdoneremo i torturatori: per loro non ci sarà nessuna amnistia come per i soldati, promette il capo carismatico dei ribelli siriani ora al governo, Ahmad al Shara (Jolani), che pezzo dopo pezzo prova a definire i contorni della legge nella nuova Siria mentre le trattative per la transizione politica si intensificano e sul terreno la situazione resta tesa, con numerosi episodi di violenza ed esecuzioni sommarie di fedeli dell’ex regime nell’hinterland di Damasco, Hama e Latakia.
In rete sono circolate le immagini di corpi trascinati in strada e di due uomini sparati alla nuca mentre erano inginocchiati con le mani legate, ma non è stato possibile fino ad ora verificare in modo indipendente la loro identità. Nella provincia costiera, roccaforte degli alawiti, gruppi armati hanno dato alle fiamme la tomba dell’ex presidente siriano Hafez Assad, padre di Bashar, a Qardaha, mentre nelle case e nei palazzi pubblici di Damasco i cittadini s…
DAMASCO — Non vogliamo altro sangue, ma non perdoneremo i torturatori: per loro non ci sarà nessuna amnistia come per i soldati, promette il capo carismatico dei ribelli siriani ora al governo, Ahmad al Shara (Jolani), che pezzo dopo pezzo prova a definire i contorni della legge nella nuova Siria mentre le trattative per la transizione politica si intensificano e sul terreno la situazione resta tesa, con numerosi episodi di violenza ed esecuzioni sommarie di fedeli dell’ex regime nell’hinterland di Damasco, Hama e Latakia.
In rete sono circolate le immagini di corpi trascinati in strada e di due uomini sparati alla nuca mentre erano inginocchiati con le mani legate, ma non è stato possibile fino ad ora verificare in modo indipendente la loro identità. Nella provincia costiera, roccaforte degli alawiti, gruppi armati hanno dato alle fiamme la tomba dell’ex presidente siriano Hafez Assad, padre di Bashar, a Qardaha, mentre nelle case e nei palazzi pubblici di Damasco i cittadini si affrettano ad ammainare la vecchia bandiera del regime per issare il drappo bianco-verde-nero, con tre stelle rosse, usato dai rivoluzionari. Il nuovo che nasce mentre il vecchio è in fuga.
L’ex primo ministro siriano Muhammad al Jalali, che ha consegnato il potere nelle mani di al Shara e del nuovo premier al Bashir, ha raccontato di aver tentato di contattare l’ex presidente Bashar al Assad domenica mattina ma non ha ricevuto risposta. Lui non è agli arresti domiciliari, così come gli ex ministri, ha assicurato, ma ha perso i contatti con l’ex titolare dell’Interno e della Difesa, mentre l’ex ministro dei Trasporti ha lasciato la Siria. Nella capitale, ieri, è nato il primo gabinetto della nuova era, tra i ministri non c’è nessuna donna. Segnali non incoraggianti per la comunità internazionale che ha chiesto il rispetto dei diritti delle minoranze e della parità di genere per valutare la cancellazione di Hts dalla lista delle organizzazioni terroristiche.
Sul terreno, Israele continua i suoi attacchi aerei contro le basi militari mentre Erdogan incassa un’altra vittoria: il ritiro dei curdi dall’enclave di Manbij dopo scontri violenti con le forze arabe filo-turche. La tregua è stata mediata dagli americani che non vogliono il riaccendersi di un nuovo focolaio di guerra nel nord-est. Su tutto, prevale la preoccupazione per le armi chimiche, che la Siria ancora possiede. Oggi l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha convocato una riunione di emergenza oggi per discutere della situazione e lavorare a un accordo con i nuovi governanti che porti alla distruzione degli arsenali.