Il generale Carmine Masiello: “Non solo Medio Oriente il prossimo fronte sarà quello africano”
di Gianluca Di FeoChe il clima sia cambiato lo si capisce entrando negli uffici del comando di via XX Settembre: dai soldati semplici ai generali, tutto il personale ora indossa la tuta mimetica. È una delle riforme decise dal capo di Stato maggiore, il generale Carmine Masiello, che a nove mesi dal suo insediamento presenta per la prima volta la rivoluzione avviata non solo nelle tecnologie ma soprattutto nel modo di pensare per adeguare l’Esercito ai nuovi scenari: “Bisogna prepararsi all’ipotesi peggiore”.
Generale, lei si è arruolato nel 1981 all’acme della Guerra Fredda, poi ha servito in quasi tutte le missioni di pace: cosa significa essere militari in un mondo che riscopre le guerre calde?
“Un ritorno al passato, perché quando mi sono arruolato eravamo formati alla prospettiva di un conflitto totale. Cerco di pensare a quello che ero e a cosa era allora l’Esercito. Oggi ci vogliono militari diversi: le guerre attuali mettono in discussione lo stereotipo del militare come figura improntata alla …
Che il clima sia cambiato lo si capisce entrando negli uffici del comando di via XX Settembre: dai soldati semplici ai generali, tutto il personale ora indossa la tuta mimetica. È una delle riforme decise dal capo di Stato maggiore, il generale Carmine Masiello, che a nove mesi dal suo insediamento presenta per la prima volta la rivoluzione avviata non solo nelle tecnologie ma soprattutto nel modo di pensare per adeguare l’Esercito ai nuovi scenari: “Bisogna prepararsi all’ipotesi peggiore”.
Generale, lei si è arruolato nel 1981 all’acme della Guerra Fredda, poi ha servito in quasi tutte le missioni di pace: cosa significa essere militari in un mondo che riscopre le guerre calde?
“Un ritorno al passato, perché quando mi sono arruolato eravamo formati alla prospettiva di un conflitto totale. Cerco di pensare a quello che ero e a cosa era allora l’Esercito. Oggi ci vogliono militari diversi: le guerre attuali mettono in discussione lo stereotipo del militare come figura improntata alla rigidità, persino la stessa struttura gerarchica. C’è bisogno di una capacità di adattamento che è in contrasto con i canoni dell’organizzazione gerarchica. E questo è il passo più difficile che sto cercando di fare: cambiare la cultura dell’Esercito. Non è semplice e non è facile: ma è indispensabile iniziare a farlo, altrimenti saremo inevitabilmente perdenti. Lo saremo perché la tecnologia mette in discussione tutti i legami, le armi e i metodi di combattimento. Solo i valori dell’Esercito sono immutabili: restano la nostra forza. Si è visto in ogni crisi: noi ci siamo e non ci fermiamo mai, nonostante le difficoltà, perché dentro abbiamo un fuoco che ci ha portati a scegliere questa vita e a essere pronti a fare tutto per il Paese, fino all’estremo”.
Adesso c’è la prospettiva di missioni per potenziare la forza di pace Onu in Libano, che potrebbe risentire del caos in Siria, o per un contingente di stabilizzazione di un’eventuale futura tregua in Ucraina. Impegni ancora più difficili di quelli svolti attualmente…
“Stiamo rivedendo tutto l’iter formativo. Il passo più difficile è appunto quello culturale: dobbiamo uscire dall’approccio degli ultimi venti anni che era quello dell’approntamento, ossia della preparazione solo in vista di una specificazione missione, in Libano o altrove. Ora il cambio degli scenari mondiali impone di passare da approntamento a addestramento. Bisogna essere pronti all’ipotesi peggiore e quindi sapere fare tutto: avere la capacità di fronteggiare situazioni nuove, il che impone di pensare fuori dagli schemi. Dobbiamo spingere le nostre donne e i nostri uomini a esplorare strade nuove, dal punto di vista della riflessione e delle procedure. Ad esempio, in addestramento bisogna imparare a sbagliare: gli errori sono costruttivi. Scenari complessi richiedono flessibilità per misurarsi con l’imprevisto: sapere rischiare, uscire dalla comfort zone”.
Sono idee rivoluzionarie rispetto alla cultura che ha dominato l’esercito italiano sin dalla nascita…
“Noi stiamo assistendo a una rivoluzione militare e ci vuole un approccio che non può essere evoluzionario. E’ lo spirito con cui cerco di formare i futuri quadri. Noi come gli altri eserciti occidentali ci siamo ritrovati impreparati davanti alla situazione che si è verificata in Ucraina e ora stiamo correndo per reagire. Per vincere però non bisogna reagire ma agire. Lo sforzo più significativo che stiamo facendo è pensare a quali saranno le sfide dei prossimi 15-20 anni. Lavoriamo su due binari: reazione e proattività”.
Che cosa significa?
“Reagire all’Ucraina e prepararsi all’Africa. Penso che sarà un problema grosso. Come dice il ministro Crosetto, dobbiamo occuparci di Africa perché sicuramente l’Africa si occuperà di noi. La sfera del nostro interesse nazionale, il cosiddetto Mediterraneo allargato, si spinge fino a Sahel. E dobbiamo concentrarci su questo continente, che è quello del futuro ma su cui c’è l’attenzione di tanti: è arrivato il momento che l’Italia e l’Europa comincino a occuparsene seriamente”.
In Ucraina si combattono contemporaneamente tre conflitti. Uno tradizionale di carri armati e artiglieria; uno innovativo di droni e cyber; infine una guerra ibrida e di disinformazione. Quant’è difficile adeguare l’Esercito a questa triplice realtà?
“E’ difficile ma non impossibile. L’Esercito è estremamente flessibile. Ritornare alla guerra classica non è un grosso problema, basta ripartire dai “sacri testi” della Guerra Fredda su cui la mia generazione di ufficiali si è formata negli anni Ottanta. Nessuno pensava più a trincee e campi minati: stiamo lavorando, abbiamo attrezzato aree addestrative. Il governo ha preso coscienza del rinnovo dei mezzi pesanti, stanziando fondi per tank e cingolati: non c’era mai stato un progetto così impegnativo ma a essere onesti l’Esercito è stato a lungo ipofinanziato e lo sconta adesso”.
E sulla parte tecnologica?
“Sulla cyber abbiamo una certa tradizione e siamo confidenti di potere contrastare le offese. Abbiamo creato il 9° reggimento Rombo che è il nostro fiore all’occhiello: sintetizza le capacità cibernetiche con quelle per operare nella dimensione elettromagnetica. Per me è una priorità: è la punta diamante del futuro tecnologico dell’Esercito. In quel reggimento c’è l’Unità 23 in cui sono concentrati i cervelli migliori, quelli che hanno la capacità di vedere gli sviluppi e realizzare gli strumenti necessari. Nella selezione del personale stiamo molto attenti a individuare chi ha specifiche competenze sui computer e software. E diamo un punteggio incrementale ai concorsi a chi ha già il patentino per i droni”.
I droni sono già ovunque i protagonisti dei conflitti…
“Stiamo facendo una sforzo enorme: c’è bisogno della dronizzazione della forza armata. Abbiamo appena chiuso un contratto per cominciare a equipaggiare due brigate con qualche centinaia di droni. Ne serviranno tanti: vanno distribuiti fino alle unità più piccole e devono entrare nel modo di pensare fino al livello tattico. Il problema è come tenerli aggiornati. Un mio omologo mi ha detto: “Il drone ha una vita tecnologica di 5-6 mesi, poi bisogna pensare ad altro”. Questo con le nostre regole crea un problema; oserei dire che dobbiamo riflettere come produrli in proprio e comunque sfruttare al massimo capacità dei nostri ragazzi e ragazze”.
Il contrasto alla disinformazione è una sfida mai vista prima…
“Guardi questa mail arrivata sulla mia posta elettronica: è il messaggio di un sedicente soldato russo che scrive in perfetto italiano di combattere in Ucraina per la pace e di amare il nostro Paese... Il problema c’è. Stiamo sviluppando iter formativi per i nostri quadri, ma solo all’interno del mondo militare. Abbiamo un reggimento comunicazioni operative, il “Pavia”, che ha le skills per aiutarci in questa attività. In fondo eravamo abituati alla guerra informativa: orientare gli atteggiamenti della popolazione era qualcosa che facevamo durante le missioni di pace per creare consenso intorno ai nostri contingenti. Dobbiamo però imparare a difenderci, soprattutto sui social: serve un’azione informativa ed educativa per il nostro personale”.
Si discute di aumentare gli organici. Il precedente capo di Stato maggiore della Difesa parlava di 10 mila persone in più. Bastano?
“Parlare di numeri è sempre difficile. Ritengo che 10mila in più non bastino ma questo non vuol dire che bisogna creare strumento di professionisti di non so quante migliaia di donne e uomini. Il discorso è politico e mi limito alle valutazioni tecniche: penso che ci siano attività che non richiedono soldati professionisti con una preparazione approfondita e lunga come l’attuale. A livello di Stato maggiore dell’Esercito stiamo ragionando su sistema di tipo misto: quali incarichi possono essere affidati a volontari che restano in servizio per un anno? Ad esempio possiamo formarli solo per il contributo alla sicurezza di Strade Sicure. Queste riflessioni sono collegate alla creazione di una riserva, dimenticata dopo la fine della leva: invece serve perché l’Ucraina insegna c’è bisogno della capacità di prolungare gli sforzi a lungo. Penso appunto a un sistema misto: volontari in ferma breve, che poi alimentano la riserva e questo costituisce titolo preferenziale per entrare stabilmente nelle forze armate. Ciò permetterebbe di aumentare l’organico in maniera meno onerosa”.
Come si trasformano la selezione e soprattutto come si abbassa l’età media dei militari per affrontare le nuove sfide?
“Trasformare la selezione è stata una delle mie priorità. Abbiamo modificato i parametri dei concorsi per i volontari in ferma iniziale, la cui immissione in servizio contribuisce all’abbassamento età media. Non c’è più la barriera delle prove fisiche: stiamo adottando un sistema, già usato da altri eserciti, che è di accompagnarli una volta arruolati a raggiungere nei primi tre mesi la forma fisica di cui abbiamo bisogno. Le cose vanno meglio: il concorso del 2025 ci ha dato 3200 idonei, un numero altissimo che non si vedeva da tempo e ci ha obbligato ad aumentare le infrastrutture per l’addestramento usando la base del 9° reggimento alpini all’Aquila. Nei primi quindici giorni un decimo degli idonei lascia: perché vogliono affermarsi diversamente, perché non sono abituati ai ritmi della caserma o non sono interessati alla vita militare. In sintesi, nei primi quindici giorni prende forma la dialettica tra la passione o l’ambizione personale e le regole della vita militare. Non è un problema: chi sceglie questa vita deve sapere che ci sono regole da accettare. Questi volontari in ferma iniziale – tre anni di servizio rinnovabili per altri tre - vanno tutti nelle unità operative, perché da giovani devono fare il soldato sul serio”.
Lei ha lanciato una campagna interna sostenendo che le idee non hanno gradi…
“Questa è una mia fissazione: ridurre distanza tra centro e reparti, mettere lo Stato maggiore al servizio delle unità. In un’organizzazione gerarchica non è semplice: c’è bisogno del convincimento e del coinvolgimento di tutti. Ci sono diverse iniziative: ho creato una casella di posta elettronica chiamata “Meno burocrazia” a cui tutti possono scrivere e sono arrivati tanti suggerimenti, soprattutto sugli aspetti organizzativi e procedurali. Tante proposte le stiamo concretizzando, ad esempio sulla logistica. Poi in ogni reparto è stato introdotto un responsabile dell’innovazione, che può essere un ufficiale o un graduato: l’importante è che abbia la capacità di guardare avanti. E questa figura si interfaccia con il comandante del reggimento Rombo: può fare arrivare le idee al vertice. L’ultima iniziativa che ho inventato si chiama “un caffè con il capo”: ogni settimana incontro cinque-sei tra soldati, sottufficiali e ufficiali che abbiano meno di quarant’anni, ossia quelli che intercettano le novità. All’inizio sono intimoriti, poi ci togliamo le giacche con i gradi e si sciolgono: da ogni colloquio esco con idee sulla formazione, sulle aspirazioni, sull’organizzazione. Cose che non sarei mai riuscito a immaginare, perché dal vertice non si riescono a vedere e attraverso la gerarchia non sarebbero mai arrivate sulla mia scrivania”.