Dittatori in esilio: piscine e rancori, la seconda vita dei raìs defenestrati
di Enrico FranceschiniLONDRA – Le indiscrezioni dicono che Bashar al-Assad andrà a vivere in uno dei grattacieli di lusso della nuova Mosca, sorta dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Scegliendo di fuggire fra le braccia di Putin in Russia, il presidente siriano è diventato l’ultimo in una lunga serie di dittatori che si rifugiano all’estero in un Paese disposto a ospitarli. Uno di questi lo intervistai per Repubblica negli anni Ottanta: Ferdinand Marcos, il deposto leader delle Filippine, che incontrai insieme alla moglie Imelda nella villa sulle colline di Honolulu, alle Hawaii, dove li aveva accolto l’America di Ronald Reagan. Ecco un elenco di tiranni in esilio.
Ben Ali
Nel gennaio 2011 il presidente della Tunisia fuggì in fretta e furia in Arabia Saudita, travolto dalle proteste pro-democrazia della Primavera Araba che un mese prima erano cominciate nel suo Paese. Insieme ad altri membri della sua famiglia, riempì valige di mazzette di dollari e di lingotti d’oro: alcuni dei suoi parenti si rif…
LONDRA – Le indiscrezioni dicono che Bashar al-Assad andrà a vivere in uno dei grattacieli di lusso della nuova Mosca, sorta dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Scegliendo di fuggire fra le braccia di Putin in Russia, il presidente siriano è diventato l’ultimo in una lunga serie di dittatori che si rifugiano all’estero in un Paese disposto a ospitarli. Uno di questi lo intervistai per Repubblica negli anni Ottanta: Ferdinand Marcos, il deposto leader delle Filippine, che incontrai insieme alla moglie Imelda nella villa sulle colline di Honolulu, alle Hawaii, dove li aveva accolto l’America di Ronald Reagan. Ecco un elenco di tiranni in esilio.
Ben Ali
Nel gennaio 2011 il presidente della Tunisia fuggì in fretta e furia in Arabia Saudita, travolto dalle proteste pro-democrazia della Primavera Araba che un mese prima erano cominciate nel suo Paese. Insieme ad altri membri della sua famiglia, riempì valige di mazzette di dollari e di lingotti d’oro: alcuni dei suoi parenti si rifugiarono in Francia, qualcuno in Italia, lui scelse il regno amico saudita, usando jet privati e yacht per mettersi al sicuro. Condannato in absentia a 35 anni di carcere da un tribunale tunisino, Ben Ali si vede espropriare una sontuosa villa e centinaia di proprietà ed aziende in patria, ma aveva nascosto beni per miliardi di dollari all’estero nel corso del suo lungo periodo al potere. È morto a Gedda nel 2019.
Idi Amin
Fuggì in Arabia Saudita, nel 1979, anche il feroce dittatore dell’Uganda, che aveva fama di “mangiare i bambini” e che, dopo il raid israeliano a Entebbe per liberare gli ostaggi catturati da terroristi palestinesi uccise personalmente a rivoltellate qualcuno dei suoi soldati presi di sorpresa dai commando dello Stato ebraico. Nel proprio Paese aveva fatto morire e torturare più di 200 mila dissidenti durante un regno del terrore. Non dovevano essergli rimasti molti soldi perché a Riad visse in un quartiere della classe media fino alla morte, nel 2003, senza mostrare alcun rimorso per i suoi massacri.
Hissene Habrè
Preso il potere in Ciad nel 1982 con un colpo di Stato, Habré era soprannominato “il Pinochet africano” per avere imprigionato più di 40 mila oppositori politici usando tortura e violenze indiscriminate. Dopo avere perso il potere nel 1990, sono circolate accuse personali nei suoi confronti anche di stupri e di avere tenuto donne in un regime di schiavitù sessuale. Ma scelse il Paese sbagliato per l’esilio: arrivato in Senegal con 11 milioni di dollari in contanti, all’inizio faceva la bella vita, con due mogli e due famiglie tenute in due ville separate. Poi ha cominciato a mostrare il suo carattere brutale litigando con un vicino per i bidoni dell’immondizia. Arrestato e condannato all’ergastolo per crimini di guerra, è morto in carcere nel 2021 dopo avere contratto il Covid.
Jean-Claude Duvalier
Detto “Baby Doc”, per differenziarlo dal padre, il dittatore che lo aveva preceduto, noto come “Papa Doc”, Duvalier junior fuggì da Haiti nel 1986 dopo 15 anni contrassegnati da ruberie, omicidi e tortura. Scelse come rifugio la Francia, dove arrivò con valige di Louis Vuitton e milioni di dollari nascosti in banche svizzere. Altri Paesi si rifiutarono di accoglierlo, allora si stabilì in un castello vicino a Parigi e in una villa in Costa Azzurra dove lo si vedeva sfrecciare su auto di lusso e abiti firmati di Givenchy. Ma dopo il divorzio dalla moglie negli anni ’90 i soldi cominciarono a scarseggiare, finì per vivere in un modesto appartamento con due camere da letto, nel 2011 tornò ad Haiti, dove fu arrestato e imprigionato e dove morì tre anni più tardi.
Reza Pahlavi
L’ultimo Scià di Persia, salito al trono nel 1943, fuggì da Teheran nel 1979 per la rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini. Accusato di feroce repressione durante il suo lungo regno dittatoriale, Pahlavi passo l’esilio da un Paese all’altro: dagli Stati Uniti, dove fu curato per una leucemia cronica, a Panama, dal Messico all’Egitto, dove morì nel luglio 1980 all’età di 60 anni. Il presidente americano Jimmy Carter, grande difensore dei diritti umani, gli permise con riluttanza di venirsi a curare negli Usa, una decisione che secondo alcune versioni risultò nell’assalto all’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, dove 52 diplomatici americani vennero tenuti in ostaggio per un anno: un evento che contribuì alla sconfitta di Carter nelle elezioni presidenziali contro il repubblicano Ronald Reagan.
Ferdinand Marcos
“Cittadini romani, prestatemi orecchio! Sono venuto a seppellire Cesare, non a farne l’elogio. Il male che un uomo fa gli sopravvive, il bene, spesso, resta sepolto con le sue ossa”. Ascoltai con le mie orecchie Ferdinand Marcos citare il famoso monologo di Marco Antonio dal “Giulio Cesare” di Shakespeare, durante la cena nella villa del deposto dittatore delle Filippine, alle Hawaii. Eravamo a tavola, su una collina di Honolulu, con una splendida vista sulla baia sottostante. Nel pomeriggio avevo chiacchierato a lungo con Imelda, la moglie del presidente ed ex-first lady delle Filippine, nota per una collezione di migliaia di scarpe: “Non erano mica così tante”, negò spudoratamente. Con noi c’era anche Cristina Ford, ex-moglie italiana del magnate dell’auto.
Al momento di andare a mangiare, dallo studio al piano di sopra, Ferdinand scese in sala da pranzo, citò Shakespeare come prova che quanto lui aveva fatto di bene per le Filippine sarebbe stato dimenticato e si scagliò in una serie di invettive contro il presidente Reagan, che nel 1986 lo aveva convinto a fuggire da Manila, dopo un’elezione truffa e l’imposizione della legge marziale, anziché stroncare nel sangue le manifestazioni di protesta come Marcos avrebbe voluto. In compenso, a Honolulu girava su una Mercedes corazzata e viveva in una residenza con piscina degna di una stella di Hollywood.
Già malato, l’ex-presidente morì tre anni dopo nel suo dorato esilio americano. Il male che ha fatto gli sopravvive, ma il presunto bene ha avuto una rivincita: nel 2022 suo figlio, Ferdinand Marcos junior, è stato eletto presidente delle Filippine, dove è tornata anche Imelda, venendo eletta quattro volte deputata. E continuando a collezionare scarpe.