Siria, sospesa la Costituzione. Erdogan manda i suoi emissari
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoDAMASCO – Jolani si è messo la giacca, e non è un modo di dire. Dismessa la mimetica, il leader dei ribelli islamisti ieri si è presentato all’incontro con il ministro degli Esteri e il capo dell’intelligence turche a Damasco in abiti civili, un completo blu con camicia bianca. È un altro passo verso la “normalizzazione” dell’ex qaedista che ha espugnato la capitale siriana con le armi ma senza spargimenti di sangue, e ora vuole dare di sé l’immagine di un leader politico, non più, non solo, militare. L’evento, del resto, è già storia: Hakan Fidan, il capo della diplomazia di Ankara, e il responsabile dei servizi, Ibrahim Kalin, sono i primi esponenti stranieri a visitare Damasco dalla caduta di Assad. Kalin ha anche pregato, nella Moschea degli Omayyadi, e si è fatto fotografare davanti alla statua di Saladino, il primo Sultano di Egitto e Siria, nella città vecchia. Segni, simboli, che certificano la centralità di Erdogan nella partita siriana, e l’influenza di Ankara sui nuovi gove…
DAMASCO – Jolani si è messo la giacca, e non è un modo di dire. Dismessa la mimetica, il leader dei ribelli islamisti ieri si è presentato all’incontro con il ministro degli Esteri e il capo dell’intelligence turche a Damasco in abiti civili, un completo blu con camicia bianca. È un altro passo verso la “normalizzazione” dell’ex qaedista che ha espugnato la capitale siriana con le armi ma senza spargimenti di sangue, e ora vuole dare di sé l’immagine di un leader politico, non più, non solo, militare. L’evento, del resto, è già storia: Hakan Fidan, il capo della diplomazia di Ankara, e il responsabile dei servizi, Ibrahim Kalin, sono i primi esponenti stranieri a visitare Damasco dalla caduta di Assad. Kalin ha anche pregato, nella Moschea degli Omayyadi, e si è fatto fotografare davanti alla statua di Saladino, il primo Sultano di Egitto e Siria, nella città vecchia. Segni, simboli, che certificano la centralità di Erdogan nella partita siriana, e l’influenza di Ankara sui nuovi governanti. Da ieri la Turchia ha anche un nuovo incaricato d’affari, Burhan Koroglu, che si occuperà delle relazioni diplomatiche con la Siria in attesa di riaprire l’ambasciata, quando ci saranno le condizioni. Una settimana così il Rais non la viveva da tempo.
Mentre i suoi emissari entravano trionfali a Damasco, a Raqqa gli arabi protestavano contro quelli che considerano “occupanti”, i curdi delle forze democratiche siriane, nemici giurati del presidente turco: ci sono stati spari, e alcuni feriti. Nel nordest la situazione è incandescente da giorni: martedì, dopo scontri violenti tra forze filo turche e curde, si era arrivati a una tregua su Manbiji mediata dagli americani. Ma ieri le violenze sono riprese, attorno alla Diga Tishrin, tra Manbij e Raqqa, nella zona di Hasake e in quella di Dayr az Zor. Washington e Ankara trattano per un nuovo cessate il fuoco. In Turchia è arrivato ieri anche il segretario di stato Blinken per discutere della situazione in Siria, che sarà al centro di un summit internazionale convocato sabato in Giordania.
Di tutto questo i nuovi governanti di Damasco si occupano in parte: sanno che il dialogo con l’esterno è fondamentale per conquistare legittimità, ma hanno altre emergenze da gestire, le casse vuote, l’economia ferma, la sicurezza precaria, le armi ancora diffuse in tutto il Paese, la complessa transizione politica.
L’esecutivo temporaneo, espressione del gruppo islamista che ha guidato la rivolta contro Assad, Hts, ha annunciato che saranno sospesi il parlamento e l’attuale Costituzione fino al primo marzo prossimo, quando dovrebbe terminare l’incarico del governo provvisorio. Il portavoce Obaida Arnaout ha spiegato che «sarà formato un comitato legale e per i diritti umani» per esaminare la Carta e «apportare emendamenti. La nostra priorità è preservare le istituzioni e proteggerle», ha dichiarato, aggiungendo che sulle libertà religiose e personali la nuova Siria «rispetterà le diversità del Paese, che rimarrà così com’è». Nella defunta Costituzione, che risale al 2012, l’Islam non era indicato come religione di stato.
Intanto l’organizzazione internazionale per le armi chimiche, che ieri ha convocato una riunione di emergenza, la prima dal 2018, ha lanciato l’allarme su possibili rischi di contaminazione se i bombardamenti di Israele colpissero depositi e siti di produzione, mentre il G7 e gli Stati Uniti chiedono ai ribelli di mettere in sicurezza, dichiarare e distruggere quel che resta dell’arsenale di Assad. Il Jolani con la giacca ha promesso cooperazione.