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Olaf Scholz, il “cancelliere-robot” che venne affossato dalla presunzione e dai litigi tra alleati

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Nato 66 anni fa a Osnabrück, in Bassa Sassonia, il cancelliere tedesco ostenta da sempre un incrollabile fiducia in se stesso e nel suo asciutto senso dell’umorismo. Una tempra inossidabile che gli è valsa un soprannome famoso, “Teflon-Olaf”, Olaf l’Inscalfibile
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Berlino — Olaf Scholz non è il primo cancelliere della Spd costretto a gettare la spugna prima della scadenza naturale del suo governo. Anzi, a ben vedere è un destino che condivide con tutti i suoi predecessori socialdemocratici: Willy Brandt, Helmut Schmidt e Gerhard Schroeder. Ma raramente un cancelliere “rosso” è arrivato alla fine della sua corsa afflitto da indici di impopolarità più devastanti. E il più antico partito dei lavoratori langue ai minimi dalla sua fondazione, oltre un secolo e mezzo fa.

Nato 66 anni fa a Osnabrück, in Bassa Sassonia, Scholz ostenta da sempre un incrollabile fiducia in se stesso e nel suo asciutto senso dell’umorismo. Una tempra inossidabile che gli è valsa un soprannome famoso, “Teflon-Olaf”, Olaf l’Inscalfibile, ma anche “Scholz-O-Mat”, l’automa Scholz (che lui reputa, da bravo nordico, «azzeccato»). Più di recente, è stato un collega della Csu, Alexander Dobrindt, ad affibbiargli altri due nomignoli, ma micidiali: “Koma-Kanzler”, che non ha bisog…

Berlino — Olaf Scholz non è il primo cancelliere della Spd costretto a gettare la spugna prima della scadenza naturale del suo governo. Anzi, a ben vedere è un destino che condivide con tutti i suoi predecessori socialdemocratici: Willy Brandt, Helmut Schmidt e Gerhard Schroeder. Ma raramente un cancelliere “rosso” è arrivato alla fine della sua corsa afflitto da indici di impopolarità più devastanti. E il più antico partito dei lavoratori langue ai minimi dalla sua fondazione, oltre un secolo e mezzo fa.

Nato 66 anni fa a Osnabrück, in Bassa Sassonia, Scholz ostenta da sempre un incrollabile fiducia in se stesso e nel suo asciutto senso dell’umorismo. Una tempra inossidabile che gli è valsa un soprannome famoso, “Teflon-Olaf”, Olaf l’Inscalfibile, ma anche “Scholz-O-Mat”, l’automa Scholz (che lui reputa, da bravo nordico, «azzeccato»). Più di recente, è stato un collega della Csu, Alexander Dobrindt, ad affibbiargli altri due nomignoli, ma micidiali: “Koma-Kanzler”, che non ha bisogno di traduzione, e “Klebe-Kanzler”, il cancelliere incollato alla poltrona.

Le tappe più importanti della sua carriera sono quattro. Negli anni ‘80, Scholz è a capo dei Giovani socialisti, coltiva stretti rapporti con la Ddr e scrive fiammeggianti articoli contro «l’imperialismo della Nato», il capitalismo predatorio e gli Stati Uniti. Poi intraprende la più classica delle carriere di un politico Spd: scala il partito ad Amburgo finché ne diventa sindaco, tra il 2011 e il 2018, contemporaneamente entra nel “cerchio magico” di Gerhard Schroeder e dei riformisti socialdemocratici e salta da una poltrona all’altra: segretario generale, vicepresidente, e dopo un tentativo fallito alle primarie, diventa capo del partito per investitura dei vertici.

In quegli stessi anni, Scholz è anche ministro delle Finanze dell’ultimo governo di coalizione di Angela Merkel. E in Europa lascia una buona impressione: poco ortodosso, spazza via la dirigenza ordoliberale del ministero e si sceglie dei consiglieri più “anglosassoni”. Il suo merito, in quegli anni, è far dimenticare il suo predecessore, Wolfgang Schäuble, il sommo sacerdote dell’austerità, inflitta anzitutto alla Grecia. Scholz è anche tra i sostenitori (lui ha sempre lasciato filtrare: tra gli ispiratori) del Recovery Fund, il colossale piano di aiuti anti-Covid, frutto di un accordo tra Francia e Germania di cui ha approfittato soprattutto l’Italia.

Quando arriva la campagna elettorale del 2021, il leader Spd comincia la corsa in salita, ma recupera sull’avversario della Cdu Armin Laschet grazie a un’illusione ottica. Fa preparare dei manifesti in cui scrive «So fare la cancelliera», si candida come clone di Angela Merkel, la capa di governo più longeva della storia. Scholz vince la scommessa anche grazie alle polemiche che travolgono il suo rivale Laschet, colto in flagrante mentre ridacchia tra gli alluvionati del sudovest della Germania.

Quando diventa cancelliere, Scholz deve buttarsi su un terreno inesplorato per la solida Germania, quello delle coalizioni a tre. Si allea con i Verdi e i Liberali, supera faticosamente la crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina, non quella della “finanza creativa” dei fondi extra bilancio, bocciata dalla Corte costituzionale di Karlsruhe. Da allora è stato un anno di agonia e di litigi sempre più insanabili, nella coalizione imbrigliata dal “freno al debito”. Non a caso, sarà questa la grande sfida del prossimo governo, di qualunque colore esso sia: riformarla o vedere sprofondare la Germania ancora di più nella più grave crisi economica del dopoguerra.

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