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Il direttore di “Die Zeit” Di Lorenzo: “Mi aspetto una grande coalizione, l’ultradestra non vincerà”

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Secondo il direttore del settimanale, la crisi può dare una scossa che rilanci l’economia e rafforzi i rapporti con i partner europei
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Milano — Vede come ipotesi più probabile una “Grosse Koalition” tra Cdu-Csu e socialdemocratici, esclude un governo di destra in Germania e spera: «Spero che in Europa prevalga la razionalità e si trovino nuove basi». Per Giovanni Di Lorenzo, da vent’anni direttore del settimanale Die Zeit e tra i nomi più noti del giornalismo tedesco, la Germania è scossa alle fondamenta, ma non vicina all’abisso».

Eppure la crisi economica e politica tedesca preoccupa l’Europa...

«Non è la prima volta che accade. Anche all’inizio degli Anni 2000 si parlava della Germania come il “malato d’Europa”. Allora il cancelliere Gerhard Schröeder introdusse una serie di riforme che gli costarono la permanenza al governo. Riforme di cui approfittò invece Angela Merkel».

E questa volta che cosa è cambiato?

«La guerra tra Russia e Ucraina ha scombussolato i piani della prima coalizione a tre nella storia tedesca, richiedendo uno sforzo economico straordinario che non era previsto nel bilancio del governo.…

Milano — Vede come ipotesi più probabile una “Grosse Koalition” tra Cdu-Csu e socialdemocratici, esclude un governo di destra in Germania e spera: «Spero che in Europa prevalga la razionalità e si trovino nuove basi». Per Giovanni Di Lorenzo, da vent’anni direttore del settimanale Die Zeit e tra i nomi più noti del giornalismo tedesco, la Germania è scossa alle fondamenta, ma non vicina all’abisso».

Eppure la crisi economica e politica tedesca preoccupa l’Europa...

«Non è la prima volta che accade. Anche all’inizio degli Anni 2000 si parlava della Germania come il “malato d’Europa”. Allora il cancelliere Gerhard Schröeder introdusse una serie di riforme che gli costarono la permanenza al governo. Riforme di cui approfittò invece Angela Merkel».

E questa volta che cosa è cambiato?

«La guerra tra Russia e Ucraina ha scombussolato i piani della prima coalizione a tre nella storia tedesca, richiedendo uno sforzo economico straordinario che non era previsto nel bilancio del governo. E la coalizione ha litigato su tutto quello su cui poteva litigare: una cosa assai poco tedesca».

È diversa anche la crisi industriale che coinvolge i grandi gruppi?

«Questa volta non c’è un’industria in grado di rinnovarsi da sola. Sempre all’inizio degli Anni 2000 si poteva fare molto per un Paese che all’epoca sembrava arteriosclerotico, dove non c’era un negozio aperto dopo le 18, un Welfare insostenibile. Ora il problema è strutturale».

La crisi è solo nella caduta del triangolo che finora aveva protetto l’industria tedesca: gas a buoni prezzi dalla Russia, difesa dagli Usa e mercati di sbocco in Cina?

«Non solo. Dal 2018 non abbiamo avuto più una crescita degna di questo nome, anche a causa di molte scelte fatte - o non fatte - da Angela Merkel nei suoi 16 anni al potere. La classe politica è oggi molto critica con lei per i tanti problemi che non ha affrontato per non spaventare l’elettorato. E poi la sua apertura così forte all’immigrazione ha spinto l’ascesa dei partiti di destra».

Ecco, quanto è forte il pericolo destra alle elezioni di febbraio?

«Non c’è. Vincerà la Cdu-Csu, che non è un partito di destra e che eviterà una nuova colazione “semaforo”, con tre partiti. In ogni caso tutti hanno escluso di mettersi con l’estrema destra dell’Afd o con i “rossobruni”, che comunque non crescono più. Anche nei Länder dell’Est si fanno governi di coalizione tra Cdu ed ex comunisti».

E chi sceglierà la Cdu-Csu?

«Al momento mi pare più probabile la “Grosse Koalition” con l’Spd che un’alleanza con i Verdi, anche se il leader dei cristiano-democratici Friedrich Merz cerca in ogni modo di tenersi le mani libere. Certo, i Verdi stanno recuperando e una coalizione con loro sarebbe più dinamica, ma qualsiasi alleanza di questo genere avrebbe l’opposizione dei bavaresi della Csu».

Quanto pesa sulla crisi tedesca lo “Schuldenbremse”, il freno al debito? E il nuovo governo sarà un’occasione per superarlo?

«Su questo tema Merz non è chiaro, perché a livello di Länder qualche concessione all’aumento del debito l’ha già fatta. Del resto è difficile capire come sostenere le spese per difesa e immigrati, per non parlare di un programma di aiuto per l’industria, senza fare nuovo debito.

Anche la Francia è in crisi politica. Il motore franco-tedesco dell’Europa potrà mai ripartire?

«C’è da sperare che un nuovo governo tedesco riesca a recuperare un miglior rapporto con la Francia. Scholz non è riuscito ad aprire un canale con Macron e questa è una sua responsabilità, anche se la Francia ha fatto ben poco per l’Ucraina e sul debito pubblico ha una posizione troppo diversa da quella della Germania».

Vede la fine dell’Europa o la ripartenza dell’Unione?

«Io spero in questa situazione estrema vi sia una spinta verso la sopravvivenza. Trump punterà a una politica che difenda il più possibile i suoi interessi nazionali e se l’Europa non si mette insieme non vedo come un Paese, anche se grande come la Germania, possa farcela da solo».

Mario Draghi continua a chiedere debito europeo. Il no della Germania potrà mai cadere?

«Il debito pubblico tedesco è poco più del 60% del Pil. Penso che ci sia spazio perché cresca un po’. E del resto nella nuova coalizione non prevedo i liberali, che sui conti pubblici sono molto più ortodossi dei cristiano democratici».

E l’industria tedesca, come può uscire dalla crisi?

«In molti settori, dall’acciaio all’auto, si scontra con problemi strutturali. Ma oltre a questi fattori oggettivi, l’industria avrebbe bisogno di una svolta psicologica, di uscire da un pessimismo continuo. In questo senso una nuova coalizione può aiutare. E poi le aziende tedesche sono in una morsa burocratica spaventosa da cui devono liberarsi».

Serve la motosega di Milei?

«È proprio quello che nessun elettore tedesco vuole, a parte forse i liberali Per il resto la politica tedesca, destra compresa, è statalista».

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