Processo Pelicot, Fourest: “Per le donne è un colpo al patriarcato e un segno di speranza”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriManifestazioni fuori dal tribunale di Avignone
PARIGI — «È il processo al patriarcato, ma non è il processo a tutti gli uomini», avverte l’intellettuale Caroline Fourest, direttrice del settimanale Franc-Tireur, vedendo nella sentenza di Avignone un segnale che può «dare speranza a tutte le vittime di violenza sessuale». Fourest non vuole entrare nel merito delle pene inflitte ai complici di Dominique Pelicot. «È facile parlare al posto dei giudici, preferisco astenermi e sottolineare che il tribunale ha comunque riconosciuto la colpevolezza di tutti gli imputati. È fondamentale».
Perché un processo al patriarcato?
«Il patriarcato è una mentalità illustrata bene in questo processo. È per esempio cr…
PARIGI — «È il processo al patriarcato, ma non è il processo a tutti gli uomini», avverte l’intellettuale Caroline Fourest, direttrice del settimanale Franc-Tireur, vedendo nella sentenza di Avignone un segnale che può «dare speranza a tutte le vittime di violenza sessuale». Fourest non vuole entrare nel merito delle pene inflitte ai complici di Dominique Pelicot. «È facile parlare al posto dei giudici, preferisco astenermi e sottolineare che il tribunale ha comunque riconosciuto la colpevolezza di tutti gli imputati. È fondamentale».
Perché un processo al patriarcato?
«Il patriarcato è una mentalità illustrata bene in questo processo. È per esempio credere, com’è successo ad alcuni imputati, che sia sufficiente accontentarsi del consenso del marito per ottenere quello della moglie, anche se lei sta dormendo. Questo è chiaramente un effetto del patriarcato. D’altra parte, ci sono tanti uomini che non avrebbero mai accettato di seguire Dominique Pelicot. Generalizzare è sempre controproducente perché se non facciamo più la differenza tra colpevole e innocente allora non ci sono neanche più colpevoli».
Caroline Fourest
La battaglia di Gisèle Pelicot può “cambiare la società”, come ha detto?
«Purtroppo un processo da solo non fermerà l’antica follia dello stupro. Continueranno ad esserci uomini che abusano del loro potere. Ma il coraggio di questa donna, la sua dignità fino alla fine, ha contribuito a far luce sulla violenza ordinaria. E forse alcuni uomini capiranno che non si può sottovalutare o ignorare cosa sia il consenso. Speriamo. Temo che i meccanismi che permettono di compiere questi atti di violenza siano profondamente radicati nelle mentalità. Abbiamo visto quasi una forma di incoscienza nel racconto
in tribunale da parte degli imputati».
Bisogna modificare la legge sulla violenza sessuale, introducendo la nozione di consenso?
«È una richiesta provocata dall’emozione. Tante giuriste e avvocate femministe segnalano anche dei rischi in una nozione così soggettiva se introdotta nella legge. Alcune temono che il processo si concentri ancora di più sulla vittima, anziché sull’aggressore. E chi ha a cuore lo stato di diritto segnala il pericolo di invertire l’onere della prova. L’attuale formulazione della legge francese è molto precisa. Il reato di stupro è definito quando c’è coercizione, violenza, forza o sorpresa. È stato redatto da Brigitte Gros, una grande femminista, e la storica avvocata femminista Gisèle Halimi si era opposta all’introduzione della nozione di consenso nella legge. Credo quindi che meriti un dibattito più approfondito e non solo emotivo».
Ha citato Halimi, l’avvocata protagonista dello storico processo per stupro del 1978 in cui le vittime erano finite sotto accusa. La storia si ripete?
«La differenza è che queste tattiche di difesa non trovano più l’approvazione di una volta. Ci saranno sempre violentatori che cercheranno di incolpare le loro vittime. Oggi però, grazie a una presa di coscienza collettiva, Gisèle è stata applaudita. Nel processo del 1978 gli insulti contro le vittime erano terribili. Erano trattate da “troie”, “sporche lesbiche”, anche perché era un’epoca molto omofoba. Ad Avignone abbiamo rivisto la stessa strategia di difesa, ma senza gli insulti. E sicuramente gli imputati non hanno ottenuto un sostegno popolare. Questa è la novità».
Sarà più facile per le vittime trovare il coraggio di denunciare?
«L’esempio di Gisèle Pelicot darà forza alle vittime. C’è anche però il rischio di essere ancora più spaventate dopo aver visto il calvario che ha attraversato durante il processo. Non tutte le vittime avranno la fortuna di avere quel sostegno popolare e dei media. Ci sono ancora donne che devono affrontare tutto da sole. L’altra difficoltà è la mancanza di prove. In questo processo tutto era documentato attraverso foto e video. Molto spesso non è così. Quindi dobbiamo almeno sperare che, grazie a questo esempio, molte donne potranno essere più aiutate e ascoltate da amici e parenti. E che ci sia una maggiore vigilanza di medici, che nel caso di Pelicot non sono stati capaci di cogliere i segnali dietro il suo malessere fisico. Non potevano immaginare cosa stesse vivendo. Ecco, ora possono immaginare. E questa è un’altra grande virtù del processo».