✕

Dominque Pelicot, chi è veramente il “mostro di Mazan”

(afp)

Ascolta l'audio

Condannato a vent’anni per stupro aggravato sulla moglie Gisèle sedata e fatta violentare da decine di uomini, per decenni aveva invece impersonato il “marito perfetto”. Ecco cosa ha raccontato per spiegare l’orrore
2 minuti di lettura

PARIGI – Cosa ha pensato Dominique Pelicot quando ha ascoltato il presidente della Corte di Avignone pronunciare la sentenza che lo condanna per «stupro aggravato» sulla moglie, con una pena a vent'anni di detenzione? «Niente, ha preso atto» racconta Béatrice Zavarro, «avvocata del Diavolo» come lei stessa ha ammesso. Difendere il «mostro di Mazan» non è stato facile. Aveva tutti contro. Sua moglie, la vittima diventata icona mondiale, la donna sposata nel 1973, dopo averla conquistata portandola in vacanza su una 2Cv rossa, poi «sacrificata sull'altare del vizio», precipitata all'età della pensione nella «barbarie» di una terribile routine fatta di farmaci e stupri. E i suoi complici, gli altri cinquanta violentatori che hanno passato il processo a smarcarsi da lui, sostenendo di essere stati ingannati, di non aver capito il suo «piano diabolico», di essere stati “manipolati”, “plagiati”. Una tecnica di difesa che ha in parte funzionato, visto che la riduzione delle pene applicata ne…

PARIGI – Cosa ha pensato Dominique Pelicot quando ha ascoltato il presidente della Corte di Avignone pronunciare la sentenza che lo condanna per «stupro aggravato» sulla moglie, con una pena a vent'anni di detenzione? «Niente, ha preso atto» racconta Béatrice Zavarro, «avvocata del Diavolo» come lei stessa ha ammesso. Difendere il «mostro di Mazan» non è stato facile. Aveva tutti contro. Sua moglie, la vittima diventata icona mondiale, la donna sposata nel 1973, dopo averla conquistata portandola in vacanza su una 2Cv rossa, poi «sacrificata sull'altare del vizio», precipitata all'età della pensione nella «barbarie» di una terribile routine fatta di farmaci e stupri. E i suoi complici, gli altri cinquanta violentatori che hanno passato il processo a smarcarsi da lui, sostenendo di essere stati ingannati, di non aver capito il suo «piano diabolico», di essere stati “manipolati”, “plagiati”. Una tecnica di difesa che ha in parte funzionato, visto che la riduzione delle pene applicata nella sentenza rispetto a quello che chiedeva l’accusa.

«Tutti loro conoscevano lo stato di mia moglie prima di venire, sapevano tutto, non possono dire di no», ha detto Pelicot nella sua prima deposizione a novembre, dopo essere stato assente per giorni, ricoverato in ospedale. “Anche se è paradossale – ha continuato Pelicot - non ho mai considerato mia moglie come un oggetto”. “Purtroppo i video mostrano il contrario” aggiunge sui filmati degli stupri che ha metodicamente registrato in casa. I magistrati domandano: perché quell'archivio sulle violenze sessuali? “Prima di tutto c'era un elemento di piacere, ma era anche una garanzia. Oggi, grazie a questi video, possiamo trovare chi ha partecipato". In realtà almeno una trentina di uomini che hanno violentato Gisèle – secondo gli investigatori – non sono stati identificati.

E’ stato lo stesso Pelicot ad aver aiutato gli investigatori dopo essere stato fermato nel 2020 per un banale atto di voyeurismo: stava filmando sotto le gonne di alcune clienti. E’ da lì che sono partite le indagini su Gisèle, quello che accadeva nella casa della coppia, e rapidamente Pelicot ha ammesso i fatti. «Chiedo perdono anche se so che quello che ho fatto è imperdonabile» ha ripetuto più volte in aula. Pelicot ha pianto e tentato di giustificarsi, ricordando un'infanzia fatta di abusi sessuali e di un padre violento. «Non si nasce perversi, si diventa» ha azzardato nella sua difesa. «Gisèle non se lo meritava» ha detto più volte, sostenendo di averla "amata moltissimo", facendo leggere in aula una poesia alla moglie scritta in carcere. E allora perché, hanno domandato i giudici, infliggere tutta quella violenza? "Avevo una dipendenza – ha risposto Pelicot - avevo dei bisogni che ho soddisfatto da egoista. E mi vergogno".

La mostrificazione non aiuta a capire una vicenda straordinaria e al tempo stesso ordinaria, che rispecchia la condizione di tante donne che subiscono stupri coniugali, violenze domestiche dai propri compagni e marito. Settantadue anni compiuti a fine novembre – coetaneo della moglie – Pelicot era considerato da Gisèle un «marito modello». Diventato nonno, portava i nipotini a fare trekking sulle pendici del Mont Ventoux, vicino Mazan, il comune del sud della Francia, dove la coppia si è trasferita dalla banlieue di Parigi al momento della pensione. Lei una carriera da impiegata nella società energetica Edf, lui con vari lavori nel settore immobiliare.

Una vita di famiglia «normale», come tante. L'avvocata Zavarro ha ricordato in aula l'“altro Dominique”, quello che ha chiamato il «lato A» del principale imputato che era un “buon padre e nonno”. “Forse il peggior nemico di Dominique Pelicot è Dominique Pelicot?“, si è chiesta Béatrice Zavarro. Il «lato B» ha travolto tutto il resto. Nella sua ultima deposizione, Pelicot ha iniziato «salutando il coraggio» di quella che ormai è la sua ex moglie, il divorzio è stato pronunciato a settembre, poco prima dell'inizio del processo. “Prego lei, e il resto della mia famiglia, di accettare le mie scuse. Mi pento e chiedo loro perdono». Al momento del verdetto, si è alzato appoggiato su un bastone, capelli bianchi in disordine, e ha ascoltato in silenzio.

Leggi i commenti