Il piano russo per creare una nuova roccaforte nel Mediterraneo: spostare le basi siriane in Libia
di Gianluca Di FeoLa prova di forza è scattata nella notte. Le truppe scelte del maresciallo Haftar si sono esibite in una simulazione d’attacco alle porte di Sirte, muovendosi nell’oscurità tra razzi e cannonate: il clou è stato il passaggio dei caccia e degli elicotteri russi, i veri protettori del signore della Cirenaica. Uno show più coreografico che marziale, deciso per mostrare con enfasi pirotecnica l’abbondanza di soldati e mezzi accumulati dalle brigate di Haftar. Ma tutta la Libia è entrata in ebollizione, preparandosi a diventare il teatro di un regolamento di conti tra potenze provocato dall’onda lunga del crollo del regime di Damasco.
Mosca infatti sta trasferendo uomini e armi dalle basi siriane all’aeroporto libico di Al Jufra con un ponte aereo che va avanti da una settimana. Secondo il Wall Street Journal anche i potentissimi missili contraerei S-400 sono stati portati lì, assieme a dozzine di veicoli blindati. Non è chiaro se siano destinati a restare lì o se si tratti solo di una so…
La prova di forza è scattata nella notte. Le truppe scelte del maresciallo Haftar si sono esibite in una simulazione d’attacco alle porte di Sirte, muovendosi nell’oscurità tra razzi e cannonate: il clou è stato il passaggio dei caccia e degli elicotteri russi, i veri protettori del signore della Cirenaica. Uno show più coreografico che marziale, deciso per mostrare con enfasi pirotecnica l’abbondanza di soldati e mezzi accumulati dalle brigate di Haftar. Ma tutta la Libia è entrata in ebollizione, preparandosi a diventare il teatro di un regolamento di conti tra potenze provocato dall’onda lunga del crollo del regime di Damasco.
Mosca infatti sta trasferendo uomini e armi dalle basi siriane all’aeroporto libico di Al Jufra con un ponte aereo che va avanti da una settimana. Secondo il Wall Street Journal anche i potentissimi missili contraerei S-400 sono stati portati lì, assieme a dozzine di veicoli blindati. Non è chiaro se siano destinati a restare lì o se si tratti solo di una soluzione provvisoria.
Gli americani tengono droni e ricognitori costantemente in volo nel Golfo della Sirte proprio per decifrare le mosse russe. C’è da dire che il Cremlino sta lavorando da mesi per potenziare Al Jufra, un’installazione strategica nel deserto del Fezzan che permette di sostenere tutti i contingenti russi attivi in Africa: sono state allungate le piste e migliorati gli hangar, con il sospetto che si preparasse lo schieramento dei Mig31 dotati di missili ipersonici.
Gli stessi velivoli che hanno rapidamente abbandonato la Siria dopo la fuga di Bashar al-Assad: ordigni troppo segreti per correre il rischio che cadano in mano alle milizie jihadiste. Sarebbero arrivati in Libia anche ufficiali e specialisti dell’aviazione di Damasco, il corpo più vicino al regime, e uomini dell’intelligence militare.
Le alternative strategiche della Cirenaica
Sulla carta la Cirenaica è l’unica alternativa alle basi siriane: il porto di Tobruk è il rimpiazzo ideale da cui minacciare le rotte navali della Nato verso il Bosforo e verso Suez. E oltre alle piste di Al Jufra, le foto satellitari hanno mostrato potenziamenti anche in quelle di Ghardabiya, non lontano da Sirte. Ma per insediare lì la nuova roccaforte russa nel Mediterraneo, bisogna ottenere l’autorizzazione del maresciallo Haftar ed entrare nel labirinto della politica levantina dove gli accordi sembrano scritti nella sabbia.
A 81 anni il vecchio feldmaresciallo, prima gheddafiano di ferro e poi avversario del dittatore, è preoccupato soprattutto di trasmettere il potere ai figli. Ne ha sei e finora non ha designato un erede. In questo momento il peso maggiore sembra affidato a Khaled, il laureato, che tiene le relazioni diplomatiche e comanda una brigata dell’esercito paterno.
Tre giorni fa ha incontrato l’incaricato d’affari americano Jeremy Berndt, preoccupato per le notizie sui rinforzi russi, e lo ha rassicurato: Khaled è cittadino statunitense, perché è nato negli Usa dove il padre si era rifugiato nel 1986. Ma il giovane Haftar ha più volte abbracciato pure Yunus-bek Yevkurov, il viceministro della Difesa e plenipotenziario di Putin per l’Africa: l’ultima visita risale al 27 novembre. L’altro rampollo, il minore Saddam, si dedica soprattutto alla gestione dei reparti militari – è stato lui l’ideatore dell’esercitazione notturna - mentre un terzo figlio Elseddik cura i rapporti politici con le altre forze libiche e qualche pratica economica.
Le richieste di Haftar
In cambio di qualunque concessione, Haftar chiede garanzie sulla successione dei figli sul trono di Bengasi. E vuole urgentemente aiuti economici: la sua principale fonte di finanziamenti erano i traffici di droga, migranti e petrolio con il clan Assad, interrotti di colpo con la caduta di Damasco.
I russi sembrano disposti ad assecondarlo, puntando a riscattare la loro credibilità internazionale e potenziare il risiko africano. Gli americani si sono fatti avanti con una loro proposta, che però non può mettere sul piatto l’invio di soldati e piloti. Ma anche le altre fazioni libiche si stanno muovendo. Da Tripoli il primo ministro del governo di unità nazionale Hamid Dabaiba, il cui mandato è scaduto da tempo, ha lanciato un monito a Mosca: “Siamo pronti ad affrontare chiunque intervenga militarmente nel nostro Paese”.
E ha annunciato l’arresto di un turista russo “sospettato di reati contro la sicurezza: abbiamo trovato informazioni nel suo smartphone”. La sua polizia ha aumentato i controlli sugli stranieri dell’Europa orientale: teme spie e attentatori. Dabaiba ha fatto anche rientrare in città una compagnia di forze speciali, addestrate per tre mesi dagli incursori italiani: uno dei programmi di collaborazione che continuano a venire portati avanti con discrezione per cercare di mantenere l’influenza di Roma sulle cose libiche.
Intelligence e Difesa monitorano gli sviluppi della situazione perché, come ha detto il ministro Guido Crosetto a Repubblica: “Mosca sta trasferendo risorse dalla base siriana di Tartus alla Libia. Non è un bene. Navi e sommergibili russi nel Mediterraneo preoccupano sempre, a maggior ragione se invece che a mille chilometri sono a due passi da noi”.
Gli osservatori internazionali però pensano che l’Italia sia fuori dalla partita e che due saranno le potenze a decidere il futuro della Libia: Turchia ed Egitto, sponsor rispettivamente delle autorità tripoline e cirenaiche. Giovedì Erdogan e Al Sisi ne hanno parlato a quattr’occhi, sottolineando “la necessità drastica di proteggere la sovranità e l’unità della Libia”: i due autocrati, un tempo acerrimi nemici, adesso hanno posizioni sempre più convergenti. Per questo il Sultano e il Faraone potrebbero tentare di definire una nuova intesa che dalla spartizione della Libia ridisegni gli equilibri in tutto il