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Magdeburgo, la conversione di Taleb al fanatismo anti-islamico. “Era uno psicopatico”

(fotogramma)

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L’uomo che ha ucciso cinque persone e ne ha ferite decine, era arrivato in Germania nel 2006 e si era attivato per i diritti delle donne. Poi la svolta dall’odio contro Angela Merkel al delirio di estrema destra
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BERNBURG — Quanta provincia tedesca in questi colori pastello delle facciate che il solstizio inghiotte già nelle prime ore del pomeriggio. Dopo il massacro del mercatino di Natale, le casette anni ’40 della strada dell’assassino sono immerse in un silenzio surreale. E anche al citofono della Christianstrasse 45 dove abitava Taleb Al Abdulmohsen, per un po’ non risponde nessuno. Un solo vicino, un certo Funke, accetta di scambiare un paio di parole, ma solo per sibilare che «non voglio fare commenti: ho le mie buone ragioni». E in queste prime frenetiche ore dopo la strage è impressionante la scia di brutti ricordi, di impressioni pessime che l’attentatore aveva lasciato dietro di sé in questi 18 anni di vita borghese da espatriato. Un assassino, un uomo la cui esistenza sembra essere implosa in un colossale corto circuito: l’inferno siamo noi.

BERNBURG — Quanta provincia tedesca in questi colori pastello delle facciate che il solstizio inghiotte già nelle prime ore del pomeriggio. Dopo il massacro del mercatino di Natale, le casette anni ’40 della strada dell’assassino sono immerse in un silenzio surreale. E anche al citofono della Christianstrasse 45 dove abitava Taleb Al Abdulmohsen, per un po’ non risponde nessuno. Un solo vicino, un certo Funke, accetta di scambiare un paio di parole, ma solo per sibilare che «non voglio fare commenti: ho le mie buone ragioni». E in queste prime frenetiche ore dopo la strage è impressionante la scia di brutti ricordi, di impressioni pessime che l’attentatore aveva lasciato dietro di sé in questi 18 anni di vita borghese da espatriato. Un assassino, un uomo la cui esistenza sembra essere implosa in un colossale corto circuito: l’inferno siamo noi.

Al Abdulmohsen abitava nella gloriosa Bernburg, a 50 chilometri da Magdeburgo, nella perla dei principi sassoni e del casato imperiale degli Anhalt. Sporcata, in passato, da un’ombra orribile. A pochi passi dalla Christianstrasse, il grande complesso ospedaliero dove lavorava il medico saudita era stato un luogo dello sterminio nazista. Nell’ospedale dove Al Abdumohsen trascorreva le sue giornate a curare i suoi pazienti, i suoi predecessori tedeschi avevano sterminato quasi diecimila disabili e malati psichiatrici. L’eutanasia applicata agli “indegni” secondo il socialdarwinismo hitleriano, aveva trovato a Bernburg una delle sue roccaforti. Oggi un’ala della clinica ricorda quelle atrocità.

L’assassino di Magdeburgo è stato catturato venerdì a soli cento metri dalla strage, dopo aver fatto uno strano giro dell’isolato. E quando nella notte è cominciato a circolare il suo nome sono bastati pochi clic per scoprire un’esistenza tormentata, incongruente, un crescendo di odio e paranoia culminato nella strage. Abdulmohsen è riuscito a postare un paio di video anche venerdì che potrebbero essere una delle chiavi della strage. E viene in mente una frase di una sua conoscente, l’ex direttrice della Comunità centrale degli ex musulmani: «Era uno psicopatico», uno «che non odia solo i musulmani. Ma anche chiunque non li odi come loro». In uno di questi video, il medico sostiene di essere «perseguitato dai tedeschi», rei di aver «islamizzato l’Europa».

A ripercorrere a ritroso la sua biografia emerge un inesorabile deragliamento. Affiora la storia di un approdo in Germania cominciato da rifugiato integrato, e di una biografia finita fuori strada per un crescente fanatismo anti islamico che lo aveva portato ad abbracciare l’estremismo di destra.

Nato nel 1974 a Hufuf, in Arabia Saudita, arriva in Germania nel 2006, dopo la specializzazione in psichiatria. A Bemburg si attiva per le saudite che vogliono scappare dal regime e «dagli stupri dei loro tutori maschili», come racconta nel 2019 alla Frankfurter Rundschau. «Sono la persona più critica dell’Islam della storia», confessa nello stesso anno. Altre interviste seguono: grandi quotidiani tedeschi come la Faz in cui fa sfoggio di Kant, persino la Bbc. Ma già in questa fase affiorano accuse di abusi su quelle donne, e le interviste sono sfiancanti, sconnesse, racconta un cronista della Faz.

All’epoca ha ancora fiducia nel sistema di asilo tedesco, e ottiene lo status di rifugiato nel 2016 perché sostiene che il suo totale rifiuto dell’Islam lo abbia esposto a minacce di morte da parte dei fanatici. Negli anni successivi, però, qualcosa va storto. Al Abdulmohsen comincia a postare video sempre più lunghi e più deliranti. Si radicalizza. Su X attacca sempre più spesso il Paese che lo ospita, reo di «dare la caccia ai rifugiati sauditi all’interno del Paese e all’estero per distruggere le loro vite». Sostiene che la Germania voglia «islamizzare l’Europa», posta una foto dell’ex cancelliera Angela Merkel con la scritta «Ho distrutto l’Europa». A Berlino la polizia lo denuncia per «abuso di chiamate eccessive» e lo sanziona.

Un tarlo gli sta mangiando il cervello. Che i suoi concittadini siano minacciati dalle “autorità” tedesche, che agli atei come lui la Germania preferisca “gli jihadisti”. Da lì, la svolta. Gli piace il tecno-sovranista Elon Musk, ama l’ultradestra tedesca della quale scrive: «Chi, se non l’Afd, combatte l’Islam?». Si sente confortato nel suo viscerale odio anti-musulmano persino dal capo degli Identitari, Martin Sellner. E ad Alice Weidel, capa dell’Afd, scrive direttamente su X: «La sinistra è pazza, abbiamo bisogno dell’Afd per proteggere la polizia».

Qualcuno nota quei post, quei commenti. Le autorità di Riad, una donna saudita, tentano di segnalare a Berlino quei deliri, le minacce esplicite di fare una strage. Ma nessuno agisce. Neanche quando accanto al profilo di Taleb Al Abdulmohsen compare una mitragliatrice. Troppo tardi.

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