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Vent’anni fa lo tsunami che sconvolse l’Oceano Indiano. I morti furono 230 mila

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Provocato da un potentissimo terremoto, il 26 dicembre del 2004, le sue onde travolsero i villaggi in Indonesia, India, Sri Lanka… Tra le vittime anche 54 italiani
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LONDRA – Cominciò alle 7.58 del mattino ora locale, con una violentissima scossa di terremoto nell’oceano Indiano. Proseguì con un devastante maremoto, con onde alte fino a più di 50 metri, andate a infrangersi lungo le cose di oltre mezza dozzina di Paesi. Morirono circa 230 mila persone, tra le quali 54 italiani. Accadde esattamente vent’anni fa, il 26 dicembre 2004, e in questa stessa data viene ricordato in tutto il mondo come uno dei cataclismi naturali più gravi della storia.

Un ricordo indelebile per i sopravvissuti, come “Baby 81”, un neonato dello Sri Lanka dato per disperso e poi salvato dai flutti, che si è portato dietro l’etichetta con cui lo chiamarono nell’ospedale dove fu ricoverato: oggi quel bambino compie vent’anni e ha una storia di determinazione e speranza da raccontare. Ecco una scheda sullo tsunami che fece tremare il mondo.

Il terremoto

Il sisma colpì al largo della costa nord-occidentale dell’Indonesia. Durato otto minuti, registrò una magnitudo di 9,1 gradi,…

LONDRA – Cominciò alle 7.58 del mattino ora locale, con una violentissima scossa di terremoto nell’oceano Indiano. Proseguì con un devastante maremoto, con onde alte fino a più di 50 metri, andate a infrangersi lungo le cose di oltre mezza dozzina di Paesi. Morirono circa 230 mila persone, tra le quali 54 italiani. Accadde esattamente vent’anni fa, il 26 dicembre 2004, e in questa stessa data viene ricordato in tutto il mondo come uno dei cataclismi naturali più gravi della storia.

Un ricordo indelebile per i sopravvissuti, come “Baby 81”, un neonato dello Sri Lanka dato per disperso e poi salvato dai flutti, che si è portato dietro l’etichetta con cui lo chiamarono nell’ospedale dove fu ricoverato: oggi quel bambino compie vent’anni e ha una storia di determinazione e speranza da raccontare. Ecco una scheda sullo tsunami che fece tremare il mondo.

Il terremoto

Il sisma colpì al largo della costa nord-occidentale dell’Indonesia. Durato otto minuti, registrò una magnitudo di 9,1 gradi, facendone il terzo più violento della storia moderna, ovvero da quando esistono i sismografi, dopo quelli che avevano colpito Valdivia, in Cile, nel 1960, e l’Alaska nel 1964, rispettivamente di 9,5 e 9,2 gradi. Per avere un’idea dell’energia sprigionata dal terremoto, fu di un milione e mezzo di volte superiore alla potenza complessiva delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki nella Seconda guerra mondiale.

L’epicentro era a circa 160 km a est dell’isola di Sumatra: il terremoto è stato talmente forte da essere avvertito non soltanto nel resto dell’Indonesia ma pure in Bangladesh, India, Malesia, Birmania, Singapore, Thailandia, e alle Maldive. Scosse di assestamento, misurate tra 5,7 e 6,3 gradi, sono proseguite nelle ore e nei giorni successivi in tutta la regione. Tre giorni prima c’era stato un terremoto di 8,1 gradi in una zona disabitata della Nuova Zelanda.

In ricordo dello tsunami, a Banda Aceh è stata mantenuta un'imbarcazione che era stata trascinata sui tetti delle case dall'acqua (afp)

Lo tsunami

Il terremoto ha scatenato una serie di grandi onde anomale che hanno colpito le coste dell’Oceano Indiano sotto forma di immensi maremoti: uno tsunami, come viene scientificamente definito. Il picco marino più alto ha raggiunto i 51 metri in prossimità di Likhonga, in Indonesia. Sommergendo la fascia costiera con una rapidità e una forza impressionanti, sono state le onde a provocare i maggiori danni e il maggior numero di vittime. Al tragico bilancio finale ha contribuito il mancato avvertimento dell’imminente onda mortale in arrivo, in particolare in India e nello Sri Lanka, dove la popolazione è stata colta in gran parte impreparata. Se la gente fosse stata avvisata da messaggi di allarme via radio o televisione, tramite i telefoni cellulari, o con veicoli muniti di altoparlante, gli esperti ritengono che sarebbe bastato uno spostamento di cinquecento metri verso l’interno o verso le alture più vicine per non rimanere vittime del maremoto e limitarne le conseguenze umane.

L’onda gigante ha impiegato circa tre ore ad attraversare il Golfo del Bengala, prima di infrangersi violentemente contro le coste indiane e singalesi. Nell’oceano Indiano, l’ultimo maremoto paragonabile a quello del 2004 avvenne nel 1883, a seguito dell’eruzione del vulcano indonesiano di Krakatoa, un’esplosione che si fece sentire fino in Australia e che secondo stime dell’epoca fece 36 mila morti.

Le vittime

Le stime iniziali parlavano di alcune migliaia di morti, poi vennero presto corrette in decine di migliaia, infine in centinaia di migliaia: il terremoto e lo tsunami del 2004 hanno causato complessivamente 226 mila morti, a cui vanno aggiunte decine di migliaia di persone date per disperse. Gli sfollati sono stati fra tre e cinque milioni. Oltre alle popolazioni locali, fra le vittime sono risultati molti stranieri, per lo più turisti in vacanza sulle spiagge della Thailandia o dell’India durante il periodo natalizio. Sparsi fra le diverse località colpite dal cataclisma, hanno perso la vita anche 54 italiani.

I sopravvissuti

Molti, italiani compresi, oggi ricorderanno con un brivido: “Io c’ero”. Persone fuggite disperatamente verso la sommità di una collina, con negli occhi l’onda che li rincorre. Uomini, donne e bambini (questi ultimi costituiscono il 25 per cento delle vittime) che hanno conservato la vita ma perso tutto quello che avevano: la casa, gli oggetti, i mezzi di trasporto.

E poi ci sono le storie incredibili, come quella del neonato di appena due mesi, trasportato dall’onda anomala sulla costa dello Sri Lanka, separato dalla famiglia, ma miracolosamente vivo. Ricoverato in un ospedale, gli fu legata un’etichetta a una caviglia con la scritta “numero 81”, l’ottantunesimo bambino salvato dai flutti ma, almeno temporaneamente, senza nome. Un nome ce l’aveva, naturalmente: Jayarasa Abilash. E aveva anche un padre e una madre, che passarono tre giorni a cercarlo dappertutto. Quando lo trovarono nell’ospedale, tuttavia, altre nove coppie di genitori erano convinte che quel neonato disperso e ritrovato fosse il loro figlio. I medici rifiutarono di consegnare a chiunque “Baby 81”, come era stato soprannominato, fino a quando non fosse stata prodotta una prova certa della sua identità o, meglio, di quale fosse la sua vera famiglia. I test con il Dna erano ancora nella fase iniziale in Sri Lanka. Tutte le famiglie si rivolsero alla polizia. La vicenda finì in tribunale. E solo quando il padre e la madre di Jayarasa riuscirono a dimostrare con il Dna che quello era il loro bambino, “Baby 81” tornò alla propria famiglia. Da allora, l’etichetta gli è rimasta appiccicata addosso, non sempre piacevolmente: anche a scuola i compagni di classe lo chiamavano così.

Ma oggi Jayarasa ha vent’anni e, superati gli esami di maturità, si è iscritto all’università per studiare informatica. Una storia a lieto fine, nella tragedia dello tsunami che nel 2004 sconvolse il mondo.

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