L’infermiera Msf a Gaza: “Il gelo è un nemico terribile. A chi ha perso casa servono vestiti caldi”
di Francesca CaferriÈ un “nemico terribile” quello che ha fatto strage di neonati a Gaza nei giorni di Natale: il freddo. Lo ha toccato con mano Irene Fortin, coordinatrice del team infermieristico di Medici senza Frontiere al Nasser Hospital, uno dei pochi rimasti in piedi dopo quindici mesi di bombardamenti israeliani. È qui che sono arrivati due neonati morti di ipotermia nei giorni scorsi: quando le famiglie sono riuscite a portarli nella struttura era già troppo tardi.
Dottoressa Fortin, come si fa a morire di freddo nel 2024?
«Le condizioni in cui la gente vive a Gaza sono terribili: la maggior parte delle persone abita in tende fatte di teli di plastica e vecchie coperte. Strutture che non sono assolutamente sufficienti a isolare dal freddo e dal vento di dicembre. Abbiamo visto parecchi casi di ipotermia nell’ultimo mese, dovuti anche alla mancanza di vestiti e coperte».
Ci racconti il Natale di Gaza…
«È stato un giorno come tutti gli altri: freddo anche se c’era il sole. I bombardamenti son…
È un “nemico terribile” quello che ha fatto strage di neonati a Gaza nei giorni di Natale: il freddo. Lo ha toccato con mano Irene Fortin, coordinatrice del team infermieristico di Medici senza Frontiere al Nasser Hospital, uno dei pochi rimasti in piedi dopo quindici mesi di bombardamenti israeliani. È qui che sono arrivati due neonati morti di ipotermia nei giorni scorsi: quando le famiglie sono riuscite a portarli nella struttura era già troppo tardi.
Dottoressa Fortin, come si fa a morire di freddo nel 2024?
«Le condizioni in cui la gente vive a Gaza sono terribili: la maggior parte delle persone abita in tende fatte di teli di plastica e vecchie coperte. Strutture che non sono assolutamente sufficienti a isolare dal freddo e dal vento di dicembre. Abbiamo visto parecchi casi di ipotermia nell’ultimo mese, dovuti anche alla mancanza di vestiti e coperte».
Ci racconti il Natale di Gaza…
«È stato un giorno come tutti gli altri: freddo anche se c’era il sole. I bombardamenti sono stati continui, sia di giorno che di notte. Appena è sorto il sole le persone si sono messe alla ricerca di cibo, di acqua pulita nei vari punti di distribuzione, che sono molto distanti fra loro, e di generi di prima necessità per sopravvivere: le coperte prima di tutto. Fa molto freddo in questi giorni. Poi ha cominciato ad arrivare la gente in ospedale, come sempre: tutti in pellegrinaggio con la speranza di arrivare in una struttura in cui sono rimaste le medicine di cui hanno bisogno».
Cosa serve di più oggi alla gente della Striscia?
«Ancora più che il cibo, la mancanza di sicurezza è la cosa più allarmante, quella che rende tutto più precario: la gente ha bisogno di sicurezza prima di ogni altra cosa. Questo vuol dire che serve un cessate il fuoco, immediato e permanente: che questa guerra deve finire. Solo così si potrà pensare davvero alle cose che servono prima delle altre. L’altra cosa che manca è la dignità di avere una vita normale: gli allarmi di evacuazione continui, di giorno e di notte. Le tende di plastica piene di gente. L’assenza di scuole, ospedali, acqua pulita sono alcuni degli elementi del disastro umanitario che sta accadendo in questo momento a Gaza».
Che cosa è che noi che siamo fuori non riusciamo a percepire e che ha colpito di più lei, che è alla sua prima missione nella Striscia, quando è riuscita ad entrare?
«Il disastro umanitario è stato ampiamente documentato dai social media. Quello che ha colpito me sono i livelli di malnutrizione: Medici senza Frontiere sta dando supporto a un ospedale in cui abbiamo dovuto aprire un reparto di malnutrizione che prima non esisteva, perché la malnutrizione a Gaza non c’era prima della guerra. Ogni giorno nei corridoi dell’ospedale dove lavoro, io e i colleghi siamo fermati da madri disperate che ci chiedono latte in polvere per nutrire i loro bambini perché al mercato non se ne trova. O se si trova costa troppo. Mi mostrano i loro bambini affamati, come a dimostrare che la loro richiesta è legittima. Nel reparto maternità, le neomamme chiedono a noi di far mangiare i neonati. Alle altre mamme domandano vestiti invernali perché non li hanno. E poi chiedono pannolini, che non si trovano da nessuna parte a un prezzo normale: un pacco è arrivato a costare quasi l’equivalente di 25 dollari. Ma se vuole sapere le mie impressioni, nei primi momenti in cui sono entrata mi hanno colpito la desolazione e gli edifici crollati: quando arrivi, nei primi chilometri che percorri in macchina ci sono solo macerie. E poi ci sono le tende, solo le tende: Gaza city era una città, fatta di strade e palazzi. Ora questa città non esiste più, ci sono solo agglomerati di tende tirate su con materiali di fortuna. Non ci sono più strade, non c’è più niente: è un’immagine molto forte che porterò con me a lungo».