Spegnete quella luce. Se la trattativa per la liberazione di Cecilia Sala sembra avere ancora dei tempi non brevissimi, c’è qualcosa che si può fare subito per la giornalista italiana arrestata a Teheran: migliorare le sue condizioni di detenzione. Sala è «in una cella da sola» ha detto ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, rassicurando sulla sua «buona salute». Ma proprio quell’isolamento nel terribile carcere di Evin è una condizione di “tortura bianca”: nella cella della reporter c’è un faro sempre acceso, puntato sulla testa, per impedirle di distinguere il giorno dalla notte.
Sala non ha contatti con nessuno. In questi dieci giorni di detenzione ha potuto effettuare solo due telefonate e incontrare l’ambasciatrice italiana soltanto dopo otto giorni dal fermo. Proprio la nostra diplomatica, Paola Amadei, ha portato venerdì mattina una mascherina per la notte, a Cecilia, per poterle regalare un po’ di buio e farla riposare. Ma il pacco – che conteneva anche vestiti, p…
Spegnete quella luce. Se la trattativa per la liberazione di Cecilia Sala sembra avere ancora dei tempi non brevissimi, c’è qualcosa che si può fare subito per la giornalista italiana arrestata a Teheran: migliorare le sue condizioni di detenzione. Sala è «in una cella da sola» ha detto ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, rassicurando sulla sua «buona salute». Ma proprio quell’isolamento nel terribile carcere di Evin è una condizione di “tortura bianca”: nella cella della reporter c’è un faro sempre acceso, puntato sulla testa, per impedirle di distinguere il giorno dalla notte.
Sala non ha contatti con nessuno. In questi dieci giorni di detenzione ha potuto effettuare solo due telefonate e incontrare l’ambasciatrice italiana soltanto dopo otto giorni dal fermo. Proprio la nostra diplomatica, Paola Amadei, ha portato venerdì mattina una mascherina per la notte, a Cecilia, per poterle regalare un po’ di buio e farla riposare. Ma il pacco – che conteneva anche vestiti, prodotti per l’igiene, un panettone – è stato bloccato dai carcerieri. «Ma abbiamo avuto rassicurazioni che le saranno consegnati per il tramite del ministero degli Esteri», ha detto Tajani.
Se portata in un braccio con le altre detenute, le condizioni certo non miglioreranno di tanto ma la socialità e la possibilità di avere più telefonate e contatti con l’esterno (sarebbe più facile ricevere le visite dell’ambasciata) potrebbero essere importanti per Sala. Alla quale non sono state ancora notificate le accuse. Secondo fonti della nostra intelligence, non ci sarà nulla che riguarda il suo lavoro da giornalista. Quanto piuttosto improbabili contatti durante la sua settimana di lavoro a Teheran.
Non a caso, dopo il fermo la polizia iraniana ha cercato di ricostruire i dettagli degli incontri della reporter, ascoltando alcune delle persone che lei ha intervistato e cercando anche all’interno dei dispositivi elettronici che le so no stati sequestrati. Non è stato però trovato nulla di rilevante: Sala ha rispettato tutte le regole di ingaggio, spostandosi con lo “stringer” e facendo semplicemente il suo mestiere di giornalista.
«Cecilia Sala è diventata un ostaggio nelle mani degli ayatollah» denuncia Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty international. Mentre in Italia, e non solo (per dire: ieri è stata rilanciata dallo scrittore americano Don Winslow), la società civile si è mobilitata lanciando la campagna #freececilia: decine di migliaia di post sui social network in cui si chiede l’immediata scarcerazione della giornalista.
«Ringrazio tutti per l’attenzione che stanno avendo nei confronti di mia figlia» ha detto Renato Sala, il padre di Cecilia. Mentre il suo compagno, il giornalista del Post, Daniele Raineri, inviato di guerra, ha pubblicato un messaggio su Instagram accompagnata da una foto della reporter sorridente, con un cucciolo in braccio. “Arrivano moltissimi messaggi di solidarietà indirizzati a Cecilia. Appena sarà possibile, saprà di tutto questo affetto” scrive Raineri, che ricorda come quello che sta accadendo è soltanto la ritorsione contro una cronista che stava facendo il suo lavoro. «Cecilia Sala è andata a lavorare in Iran con un visto giornalistico. Al penultimo giorno è stata arrestata. La prima visita in carcere è stata autorizzata soltanto dopo otto giorni in isolamento». Da cui ora bisogna farla uscire.