Bruxelles – «Eliminare le cause profonde del conflitto». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, gela le aspettative di una tregua in tempi brevi nel conflitto con l’Ucraina. Soprattutto, fa capire che il Cremlino vuole garanzie sui motivi per cui Mosca ha deciso di attaccare Kiev. Una frase sibillina che però spiega quanto Putin non voglia rinunciare ai territori che considera russi: dalla Crimea al Donbass. Con lo spettro di un allargamento del conflitto a tutta l’area che un tempo faceva parte dell’Urss.
Il Cremlino alterna il bastone alla carota e quindi evita di chiudere alla trattativa: «Siamo sempre stati e rimaniamo pronti a negoziare», ribadisce il ministro. Ma con l’evidente obiettivo di alzare la posta: «Possiamo parlare solo di accordi affidabili e giuridicamente vincolanti, che dovrebbero eliminare le cause profonde del conflitto e che dovrebbero contenere un meccanismo che li renda impossibile da violare».
La squadra di Putin, dunque, si prepara sì a discut…
Bruxelles – «Eliminare le cause profonde del conflitto». Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, gela le aspettative di una tregua in tempi brevi nel conflitto con l’Ucraina. Soprattutto, fa capire che il Cremlino vuole garanzie sui motivi per cui Mosca ha deciso di attaccare Kiev. Una frase sibillina che però spiega quanto Putin non voglia rinunciare ai territori che considera russi: dalla Crimea al Donbass. Con lo spettro di un allargamento del conflitto a tutta l’area che un tempo faceva parte dell’Urss.
Il Cremlino alterna il bastone alla carota e quindi evita di chiudere alla trattativa: «Siamo sempre stati e rimaniamo pronti a negoziare», ribadisce il ministro. Ma con l’evidente obiettivo di alzare la posta: «Possiamo parlare solo di accordi affidabili e giuridicamente vincolanti, che dovrebbero eliminare le cause profonde del conflitto e che dovrebbero contenere un meccanismo che li renda impossibile da violare».
La squadra di Putin, dunque, si prepara sì a discutere a gennaio con il nuovo presidente americano, Donald Trump, ma nello stesso tempo cerca di arrivare all’appuntamento da posizioni di forza. E infatti Lavrov, intervistato dall’agenzia di Stato Tass, si è rivolto proprio alle ipotesi di tregua fatte circolare dal futuro inquilino della Casa Bianca. Rigettandole con decisione. «A giudicare dalle numerose fughe di notizie e dall’intervista rilasciata dallo stesso Trump a Time il 12 dicembre – ha osservato -, sta parlando di “congelare” le ostilità lungo la linea di ingaggio e di trasferire agli europei l’ulteriore responsabilità di affrontare la Russia. Non siamo certo soddisfatti delle proposte avanzate».
In sostanza il Cremlino non vuole una tregua ma una pace che assegni alla Russia i territori conquistati, non accetta l’idea di una forza di interposizione europea (ipotesi discussa all’ultimo vertice dell’Alleanza) e non considera sufficiente sospendere per venti anni l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Poi, una piccola puntura di spillo proprio contro Trump: «Fino al 20 gennaio ha lo status di “presidente eletto”, e tutta la politica è determinata dal presidente in carica e dalla sua amministrazione».
Il negoziato con il “Tycoon” statunitense non si presenta agevole. E la deterrenza reciproca sta assumendo un ruolo crescente. Tanto che Labrov è tornato a parlare della dislocazione di nuovi missili rivolti verso ovest e del ricorso ai razzi balistici di ultima generazione Oreshnik.
Considerando che il Trattato New Star per la riduzione della armi nucleari scadrà nel 2026, anche la Nato si prepara ad affrontare un negoziato dall’esito imprevedibile. E ha iniziato a spostare truppe verso il confine orientale. Trump ha minacciato di chiedere agli alleati un aumento della spesa militare pari al 5 per cento del Pil. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si è era “limitato” a porre la soglia del 3 per cento. Una quota comunque altissima per i Paesi europei avvolti nella nuvola di una possibile recessione. Ma è il segno che anche a Bruxelles nessuno dà per scontato l’esito positivo in tempi brevi del futuro negoziato tra Putin e Trump.