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Il biografo di Carter: “Considerato un debole, seppe riscattarsi dopo la Casa Bianca”

(agf)

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L’intervista a Jonathan Alter sull’ex presidente Usa morto all’età di 100 anni: “Anticipò i tempi in tanti campi: la nomina di neri e donne a giudici federali, il clima e i rapporti con la Cina”
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«La parabola di Jimmy Carter è una vera epopea americana. Passato dall’essere lo scalzo ragazzo di campagna, cresciuto in una fattoria della Georgia senza elettricità né acqua corrente nei primi anni Venti del secolo scorso – i suoi fecero solo dopo una moderata fortuna coltivando arachidi - al divenire in tarda età un’icona globale. Ma se fosse morto negli anni Ottanta come lui si aspettava – giacché un tumore al pancreas uccise suo padre e i suoi tre fratelli a 50 anni – lo avremmo ricordato come un politico deludente.

La sua presidenza fu considerata fallimentare: travolta dagli eventi – la presa di ostaggi a Teheran - e dagli intrighi dei suoi nemici, con Ronald Regan che brigò con gli iraniani per ritardare il rilascio dei rapiti e fargli perdere le elezioni. Eppure seppe riscattarsi negli anni successivi alla Casa Bianca. Il tempo ha dunque reso giustizia alla sua visionarietà di presidente e di uomo integro. Vero esempio d’impegno morale, detestava Donald Trump al punto di vole…

«La parabola di Jimmy Carter è una vera epopea americana. Passato dall’essere lo scalzo ragazzo di campagna, cresciuto in una fattoria della Georgia senza elettricità né acqua corrente nei primi anni Venti del secolo scorso – i suoi fecero solo dopo una moderata fortuna coltivando arachidi - al divenire in tarda età un’icona globale. Ma se fosse morto negli anni Ottanta come lui si aspettava – giacché un tumore al pancreas uccise suo padre e i suoi tre fratelli a 50 anni – lo avremmo ricordato come un politico deludente.

La sua presidenza fu considerata fallimentare: travolta dagli eventi – la presa di ostaggi a Teheran - e dagli intrighi dei suoi nemici, con Ronald Regan che brigò con gli iraniani per ritardare il rilascio dei rapiti e fargli perdere le elezioni. Eppure seppe riscattarsi negli anni successivi alla Casa Bianca. Il tempo ha dunque reso giustizia alla sua visionarietà di presidente e di uomo integro. Vero esempio d’impegno morale, detestava Donald Trump al punto di voler vivere il tempo necessario a votargli contro ancora una volta».

Lo scrittore Jonathan Alter si emoziona ricordando i suoi incontri con Jimmy Carter, morto nel penultimo giorno del suo centesimo anno di vita. Ex reporter di Newsweek, biografo che meglio ha raccontato i presidenti dem, nel 2020 gli dedicò “His very best: Jimmy Carter, a Life”. Racconto basato su lunghe conversazioni con l’anziano ex presidente, i suoi familiari e i collaboratori più stretti. «Era tenace ed estremamente competitivo, non mi sorprende sia arrivato a 100 anni. Quando dopo il ricovero del 2023 annunciò che si sarebbe curato a casa, pensai che volesse morire affianco alla sua Rosalynn. Quando fu lei a morire prima credetti che non le sarebbe sopravvissuto. Invece la curiosità per il mondo ha continuato a tenerlo in vita».

Che uomo era?

«Un uomo capace di adattarsi ai tempi, restando fedele a sé stesso. Nella Georgia razzista, lui era antisegregazionista. Ma mi confidò che per fare carriera in politica dovette tacerlo a lungo. Finì che passò la seconda parte della sua vita a fare quel che non aveva fatto nella prima. La giustizia razziale era la sua ossessione: nominò più giudici federali di colore e donne di qualunque altro presidente. E fu visionario in molti campi. Il primo a preoccuparsi di cambiamenti climatici con 15 leggi di protezione ambientale quando ancora non se ne parlava. E normalizzò le relazioni con la Cina, ponendo le basi dell’economia globale».

Il più grande successo?

«Gli accordi di Camp David. Quello fra Israele ed Egitto è ancora il più duraturo trattato di pace post Seconda Guerra Mondiale».

Lo travolse la crisi degli ostaggi in Iran e la conseguente crisi petrolifera: Aveva rimpianti? Qualcosa che avrebbe voluto fare e non fece?

«Non ammetteva volentieri i suoi errori. Se gliene parlavi si metteva sulle difensive. Disse sempre di aver fatto il possibile e in buona fede anche quando non rientrava nei suoi interessi politici. All’epoca chiese all’America sacrifici: essere meno materialisti, argomento impopolare. La moglie glielo rimproverava e lui alzava le spalle: “Era la cosa giusta da fare”. Un rimpianto però lo aveva: non aver curato abbastanza le relazioni interne al partito. Nel 1980, infatti, non fu solo la questione degli ostaggi a indebolirlo. Ci fu anche la sfida lanciatagli da Ted, il più giovane dei Kennedy, che corse contro di lui non ritenendolo abbastanza liberal. Carter vinse le primarie, ma la sua immagine all’interno del suo stesso partito si era opacizzata. Anni dopo, mi disse che avrebbe dovuto preoccuparsi di più per guadagnarsi la fiducia dei suoi».

Dopo la Casa Bianca ha vissuto modestamente.

«I soldi non lo interessavano. Non ha mai fatto discorsi a pagamento, come molti suoi colleghi, si accontentava dei ricavi dei suoi libri. E poi investiva tutto nel Carter Center che si è occupato soprattutto di malattie e in Habitat for Humanity, la no profit che edifica case per i poveri. Molto pratico, andava letteralmente a costruir case. Lui e sua moglie erano carpentieri eccezionali. Una volta lo seguii: aveva già superato i 90 anni eppure menava martellate come un giovanotto. Io non ero altrettanto bravo e volle insegnarmi: “Anche Bill Clinton non sapeva tenere il martello in mano prima di venire qui con me”, disse. Non gli interessavano le comodità. Ha sempre vissuto in un ranch modesto a Plain e quando andavano ad Atlanta, aveva un appartamento minuscolo con letto a scomparsa. Tutta la sua famiglia era così. Quando lanciò la sua campagna presidenziale nel 1975 il fratello benzinaio Billy, disse ai giornalisti: "Mamma Lillian è appena entrata nei Peace Corps a 68 anni, nostra sorella Gloria è una fanatica delle Harley Davidson, l'altra sorella Ruth aspira alla santità evangelica. E mio fratello si candida alla presidenza. Sono l'unico sano di mente della famiglia”».

Cosa non sappiamo di lui?

«Scriveva meravigliose lettere d’amore alla moglie. Era una persona tenera e infatti i suoi nemici lo sbeffeggiavano chiamandolo marshmallow, dolcetto, per il sorriso sempre stampato su quella sua faccia di gomma. Lo considerarono un debole. Invece era duro, disciplinato, veloce. La sua parabola non fu un incidente ma un atto di volontà. Quando lasciò la Casa Bianca e la politica attiva fu finalmente libero di praticare le sue virtù come meglio voleva e poteva: e si occupò degli altri come era sua vocazione».

Cosa lascia in eredità al suo dilaniato partito?

«La consapevolezza che se sei convinto di fare la cosa giusta riuscirai a rialzarti. Non poco in questo particolare momento»

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