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I fantasmi di New Orleans

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La città sorge sull’invisibile terra di confine tra la vita e la morte. Dalle paludi della Louisiana risalgono verso di lei nere leggende
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New Orleans è l’ombra di una città. Sorge sull’invisibile terra di confine tra la vita e la morte. Gioca con questa immagine, ma è un azzardo e quasi sempre perde, in tutti i modi possibili. Dalle paludi della Louisiana risalgono verso di lei pagaiando nere leggende. I fantasmi non l’abbandonano mai: aspettano compagnia seduti sugli sgabelli di bar che appartengono a un altro tempo, incastrati per sempre nel quartiere francese, canale di scolo di ogni liquame. Donne che non possono più avere una plausibile età eseguono riti vudù che sono in apparenza esibizioni per turisti. Ci sono più cimiteri che farmacie: qui non si declina il verbo sopravvivere, si muore senza farla troppo lunga.

I film girati a New Orleans parlano di spettri, i quadri evocano lutti, le canzoni sono elegie. Mark Twain la definì “città dei morti”, ma sono morti che ballano e cantano. Gli incendi segnano le generazioni e gli uragani gli anni. Il primo fu nel 1893 e provocò 779 morti. Dal 2000 sono passati, lasciand…

New Orleans è l’ombra di una città. Sorge sull’invisibile terra di confine tra la vita e la morte. Gioca con questa immagine, ma è un azzardo e quasi sempre perde, in tutti i modi possibili. Dalle paludi della Louisiana risalgono verso di lei pagaiando nere leggende. I fantasmi non l’abbandonano mai: aspettano compagnia seduti sugli sgabelli di bar che appartengono a un altro tempo, incastrati per sempre nel quartiere francese, canale di scolo di ogni liquame. Donne che non possono più avere una plausibile età eseguono riti vudù che sono in apparenza esibizioni per turisti. Ci sono più cimiteri che farmacie: qui non si declina il verbo sopravvivere, si muore senza farla troppo lunga.

I film girati a New Orleans parlano di spettri, i quadri evocano lutti, le canzoni sono elegie. Mark Twain la definì “città dei morti”, ma sono morti che ballano e cantano. Gli incendi segnano le generazioni e gli uragani gli anni. Il primo fu nel 1893 e provocò 779 morti. Dal 2000 sono passati, lasciando ferite, Gustav e Ida, Rita e Lili, Ivan, la memorabile Katrina e Francine. L’espressione “flirting with disaster” (traducibile in “giocare col fuoco”) devono averla inventata qui. Tocca distinguere gli incendi che hanno devastato la città in Grande (1794) ed eredi. Lungo le strade ci sono cartelli che indicano la via da prendere in caso di evacuazione: i disastri naturali accaduti dalla fondazione hanno toccato i sessanta. È un duello con la natura, sceglie lei l’arma: tempesta tropicale o bufera di ghiaccio. La febbre gialla durò quasi un secolo, causando migliaia di vittime.

Il cantante Jim Croce precipitò con un velivolo in cui i 5 passeggeri erano tutti allegramente fatti. L’attrice Jane Mansfield venne schiacciata in un tamponamento causato da un camion che spruzzava insetticida contro una nuvola di zanzare in grado di oscurare l’orizzonte. Arrivano monsoni d’insetti, diluvi e maree nere. L’aldilà non è mai considerato troppo lontano.

Per un mese ho alloggiato lì, in un hotel che mi avevano consigliato, dal nome innocuo (International House), nel quartiere degli affari. Chi ci lavorava vestiva di nero, la hall era in marmo da lapide, dal soffitto pendevano drappi scuri, nei corridoi c’erano lumi votivi, i letti sembravano catafalchi. In una stanza all’ultimo piano si poteva avere, prenotando, una cerimonia sessuale vudù. Visitai piuttosto il Vudù Spiritual Temple della sacerdotessa Miriam. Era una grossa donna afroamericana, autoironica. Aveva clienti dalla Russia e dal Brasile, guadagnava bene. Mi disse, ridendo: «Faccio un sacco di fumo». E indicava gli incensi che accendeva per i suoi riti. Dal giardino di casa sua si vedeva la statua a Louis Armstrong e, in lontananza, il cancello del Saint Louis Cemetery, dove era sepolta Marie Laveau, la più leggendaria collega di Miriam.

Si narrava che tracciare una X sulla sua tomba portasse fortuna. Chiesi a Miriam se l’avesse mai fatto. Scosse la testa: «La fortuna non esiste, il destino è segnato». Le chiesi che cosa si aspettasse. Rispose: «Una lunga vita allegra». Nel film "Ascensore per l’inferno”, girato a New Orleans, in cui Mickey Rourke e Robert De Niro trovano una cartomante morta ammazzata, Rourke si stupisce che lei non abbia saputo prevederlo e De Niro ribatte: «Il futuro non è più quello di una volta». Quando Werner Herzog trasporta a New Orleans “Il cattivo tenente” di Abel Ferrara lo re-intitola fatalmente “Ultima chiamata” e aumenta il numero di vittime. Il miglior libro scritto da un autore di New Orleans resta “Una banda di idioti”, di John Kennedy Toole.

Venne pubblicato postumo, quando l’autore si era già suicidato. Il pittore contemporaneo più quotato è stato Goerge Rodrigue. Era un artista sconosciuto e squattrinato, dipingeva paesaggi, aveva una cagna di nome Tiffany. Lei morì, lui la seppellì e ne mise una fotografia nel portafoglio. Anni dopo gli fu chiesto di illustrare un racconto di fantasmi. Prese il cavalletto, la tela e andò nel bosco. Disegnò un albero, una tomba. Sopra voleva metterci un lupo mannaro, poi estrasse la foto di Tiffany, riprodusse il cane. La luce della luna lo mostrava blu e blu lo fece. L’editore rimase impressionato. Alla prima mostra Rodrigue espose soltanto cani blu. Vendette tutto. Ognuno ci vedeva qualcosa che non era lì: una forma di consolazione, un inno alla sincerità, un possibile senso della vita. Ma “blue dog” era solo un altro fantasma di New Orleans.

Uno che doveva morirci ma si salvò si chiamava Michael Graham. Dopo 16 anni nel braccio della morte al penitenziario di Angola, un tardivo esame del Dna sulla scena del delitto rivelò che il sangue perduto dall’assassino non era suo. Uscì dal portone principale sul quale pendevano addobbi natalizi. Fu laconico con i giornalisti. Come stai? Bene. Com’era la vita mentre aspettavi l’esecuzione? Brutta. Dove andrai adesso? Lontano. Ma non lo fece. È qui che il cattivo tenente cambia vita, perché qui tutto è sempre e ancora possibile, dopo qualsiasi tragedia. I morti si seppelliscono e poi si riportano in vita con canzoni e fiumi d’incenso. Ci sono feste prima e dopo la fine e nessuno, giustamente, si domanda quanto dureranno. Tanto, pensano, non durerà neppure la fine.

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