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Il legame tra New Orleans e Las Vegas che spaventa gli Usa: la jihad usa le caserme per reclutare

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Per gli strateghi jihadisti possedere delle pedine nell’esercito statunitense è sempre stata una priorità. Nel 2009 il maggiore Nidal Malik Hasan sparò nella caserma di Fort Hood ammazzando tredici soldati e ferendone trenta gridando “Allah Akbar”
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“The enemy inside” – il nemico all’interno – è un antico incubo del Pentagono: la minaccia più imprevedibile, la stessa che ha ispirato la serie tv “Homeland”. Ricordate? Il protagonista della fiction era un sergente dei marines, convertito all’islam durante la prigionia in Afghanistan, che voleva assassinare il presidente americano. Per gli strateghi del Jihad possedere delle pedine con l’uniforme statunitense è sempre stata una priorità.

La base di Fort Bragg, da poco ribattezzata Fort Liberty nella rimozione delle memorie sudiste, con i suoi 50 mila militari è troppo grande per ipotizzare un rapporto diretto tra l’attentatore di New Orleans e quello di Las Vegas, ma è il luogo dove è iniziata l’attività di proselitismo qaedista.

Negli anni Novanta per lungo tempo lì è stato istruttore Ali Abdelsaoud Mohamed, ex capitano egiziano diventato consulente della Cia e ufficiale dell’Us Army, che spiegava il Medio Oriente ai Berretti Verdi: soltanto nel 1998 dopo la strage delle ambasciate…

“The enemy inside” – il nemico all’interno – è un antico incubo del Pentagono: la minaccia più imprevedibile, la stessa che ha ispirato la serie tv “Homeland”. Ricordate? Il protagonista della fiction era un sergente dei marines, convertito all’islam durante la prigionia in Afghanistan, che voleva assassinare il presidente americano. Per gli strateghi del Jihad possedere delle pedine con l’uniforme statunitense è sempre stata una priorità.

La base di Fort Bragg, da poco ribattezzata Fort Liberty nella rimozione delle memorie sudiste, con i suoi 50 mila militari è troppo grande per ipotizzare un rapporto diretto tra l’attentatore di New Orleans e quello di Las Vegas, ma è il luogo dove è iniziata l’attività di proselitismo qaedista.

Negli anni Novanta per lungo tempo lì è stato istruttore Ali Abdelsaoud Mohamed, ex capitano egiziano diventato consulente della Cia e ufficiale dell’Us Army, che spiegava il Medio Oriente ai Berretti Verdi: soltanto nel 1998 dopo la strage delle ambasciate in Africa si è scoperto che era uno stretto collaboratore di Al Zawahiri, il vice di Osama Bin Laden.

Le stragi sui commilitoni

Ci sono stati due attacchi clamorosi. Nel 2003 il sergente Hasan Karim Akbar, il nome che Mark Fidel Kools aveva preso dopo essersi convertito, ha scagliato granate nelle tende dei parà suoi commilitoni in Kuwait alla vigilia dell’offensiva contro l’Iraq: ne ha uccisi due e feriti tredici.

Sei anni dopo il maggiore Nidal Malik Hasan, di origini palestinesi, ha sparato a raffica nella caserma di Fort Hood ammazzando tredici soldati e ferendone trenta. Entrambi si sono lanciati all’assalto urlando “Allah Akbar”, ma nonostante le richieste dell’accusa non sono stati riconosciuti come terroristi: sono stati comunque condannati alla pena capitale per omicidio premeditato e attendono nel “corridoio della morte” la decisione finale sull’esecuzione.

Tanti segnali nel comportamento dei due sono sfuggiti agli investigatori – Hasan ad esempio era in contatto con un imam radicale – e nel 2010 il giovane fante Jonathan Melaku, cittadino statunitense nato in Etiopia, è andato in giro per settimane sparando con la sua pistola d’ordinanza contro edifici pubblici di Washington: ha fatto fuoco anche contro la Casa Bianca.

La campagna di prevenzione

L’anno successivo una commissione d’inchiesta ha rivelato undici tentativi di reclutare veterani e soldati. Da allora i controlli sono stati potenziati. Così l’Fbi è riuscita a individuare nel 2018 Shivam Patel che era rientrato in patria dalla Giordania per arruolarsi e scatenare la “guerra santa” dall’interno. E nel 2020 i federali hanno agganciato in una chat un caporale che era pronto a fornire all’Isis notizie sulle attività in Medio Oriente del suo reparto. Alcune fonti investigative sostengono che Isis-Korasan, la cellula afghana che attualmente mostra il maggior dinamismo internazionale, abbia creato una squadra per adescare militari americani online: ne farebbero parte ex ufficiali di Kabul formati nelle scuole statunitensi.

Il caso più inquietante è avvenuto nel 2019 in Italia, tra i parà di Vicenza: il ventenne Ethan Phellan Melzer ha pianificato un’imboscata contro la sua compagnia che stava prendendo posizione in un fortino sul confine tra Turchia e Siria. Lui aveva messo la divisa seguendo gli ordini di un gruppo suprematista: gli O9A, anche noti come “RapeWaffen Division”. Gli estremismi si attraggono e questa formazione inneggia sia a Hitler che a Osama Bin Laden: Melzer aveva inoltrato le informazioni dettagliate per l’attacco anche a presunti terroristi qaedisti. Il suo obiettivo era causare una strage di matrice islamista che avrebbe obbligato l’America a entrare in guerra: è stato arrestato e condannato a 45 anni.

La zona grigia dei provocatori

Qui si penetra in una zona grigia, dove reali istanze jihadiste e provocazioni suprematiste assumono contorni confusi. C’è stato un allarme pure

in Europa. In Germania è stato incriminato un ufficiale neonazista della Bundeswehr che si era costruito un’identità come profugo siriano: secondo gli investigatori voleva assassinare un politico tedesco per far ricadere la colpa sui profughi musulmani. Durante un corso di formazione nell’accademia francese di Saint Cyr aveva presentato una tesi con contenuti razzisti e antisemiti, ma non era stato radiato. Dalle indagini su di lui è stato individuato il gruppo “Nordkreuz” con una trentina di militari, in servizio o in congedo, che condividevano ideali xenofobi e avevano a disposizioni armi sottratte dalle caserme. E negli USA l’istruttoria del 2017 su un’altra formazione neonazista – la Atomwaffe – ha messo sotto accusa sei veterani dell’Us Army, due dei quali ancora nei ranghi.

Nessuna delle figure coinvolte finora nelle inchieste aveva però un profilo bellico come quello di Matthew Livelsberger, l’uomo che ha seminato il panico a Las Vegas: era un team leader delle forze speciali, ossia il sergente che ha la responsabilità di un’operazione in ogni suo aspetto, con la massima qualifica di intelligence e abilitato pure a pilotare droni volanti e terrestri. Sosteneva di avere anche partecipato al programma top secret “Lighthguard Minotaur” per progettare un sistema robotico di sorveglianza. Possibile che un combattente esperto come lui, addestrato a maneggiare qualsiasi esplosivo, si sia immolato su un furgone Tesla con semplici lancia-fuochi d’artificio? Le indagini sono solo all’inizio, ma di sicuro ci sono molti lati oscuri da chiarire.

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