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Anche la Costa d’Avorio dice addio alla Francia: le basi militari saranno chiuse

Un ritratto di Alassane Ouattara ad Abidjan (reuters)

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Dopo Ciad e Senegal un altro paese africano si smarca da Parigi: fino al 2021 nella regione e nel Sahel c’erano oltre 6.600 soldati francesi con elicotteri, droni e aerei da combattimento impegnati nella formazione delle unità locali e nel contrasto diretto dei jihadisti
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“Adieu Paris”. Anche la Costa d’Avorio ha deciso di chiudere le basi militari francesi, portando a tre i Paesi che in un mese hanno ordinato l’espulsione dei contingenti di Parigi. L’annuncio del presidente Alassane Ouattara è arrivato durante il discorso televisivo di fine anno: “La Costa d’Avorio è pronta ad assumere pienamente la gestione della propria sicurezza nazionale. Siamo orgogliosi dei progressi compiuti dalle nostre forze armate”. Ouattara ha parlato di una scelta concordata, che non mette in discussione i rapporti tra le due nazioni. La partenza dei 600 soldati francesi, che svolgevano soprattutto l’attività di istruttori delle truppe locali, dovrebbe cominciare nelle prossime settimane.

La mossa della Costa d’Avorio è stata abbastanza sorprendente. Nel 2011 l’appoggio dei militari di Parigi è stato importante per rimuovere il presidente Laurent Gbagbo, predecessore dell’attuale capo di Stato. Si ritiene che Ouattara abbia concepito quest’iniziativa per venire incontro al…

“Adieu Paris”. Anche la Costa d’Avorio ha deciso di chiudere le basi militari francesi, portando a tre i Paesi che in un mese hanno ordinato l’espulsione dei contingenti di Parigi. L’annuncio del presidente Alassane Ouattara è arrivato durante il discorso televisivo di fine anno: “La Costa d’Avorio è pronta ad assumere pienamente la gestione della propria sicurezza nazionale. Siamo orgogliosi dei progressi compiuti dalle nostre forze armate”. Ouattara ha parlato di una scelta concordata, che non mette in discussione i rapporti tra le due nazioni. La partenza dei 600 soldati francesi, che svolgevano soprattutto l’attività di istruttori delle truppe locali, dovrebbe cominciare nelle prossime settimane.

La mossa della Costa d’Avorio è stata abbastanza sorprendente. Nel 2011 l’appoggio dei militari di Parigi è stato importante per rimuovere il presidente Laurent Gbagbo, predecessore dell’attuale capo di Stato. Si ritiene che Ouattara abbia concepito quest’iniziativa per venire incontro all’ostilità popolare contro l’ex potenza coloniale, che è sempre più forte in tutto il continente. Un sentimento che viene spinto da associazioni ritenute espressione della politica di influenza russa come Solidarité Panafricaniste Côte d’Ivoire (SOPA-CI), che ha avuto un ruolo nel promuovere la protesta anti-occidentale pure in Mali, Niger e Burkina Faso: tre Paesi dove il potere è in mano ai militari che hanno mandato via i soldati francesi.

Finora in Costa d’Avorio non sono segnalati avvicinamenti al Cremlino, né contatti per sostituire le forze di Parigi con i russi: Ouattara dal 2022 ha manifestato solidarietà all’Ucraina e nello scorso giugno ha incontrato Zelensky durante il Global Peace Forum. Una posizione molto diversa rispetto ai golpisti del Sahel, che hanno accolto reparti di Mosca e rotto le relazioni con Kiev dopo le notizie sulla presenza di incursori ucraini al fianco dei ribelli tuareg nel Mali.

Il quadro strategico per la Francia continua a peggiorare. Il Ciad ha decretato la fine della presenza militare in maniera inattesa a metà novembre: parte dei mille soldati presenti hanno già lasciato il Paese, restituendo una base nel Nord e rimpatriando i cacciabombardieri Mirage 2000. Poi è stata la volta del Senegal, poco dopo Natale. Lì il presidente Bassirou Diomaye Faye, eletto ad aprile, ha fatto del divorzio con Parigi un punto chiave della sua campagna: «Il fatto che i francesi – ha detto più volte - siano stati qui sin dall’epoca dello schiavismo non significa che sia impossibile fare diversamente». Il governo di Dakar sta discutendo un pacchetto di accordi con Mosca, sia per lo sfruttamento delle risorse minerarie, sia per l’invio di istruttori e armamenti. Non ha stabilito date per la ritirata dei fanti di Parigi, ma si ritiene che avverrà nel giro di due mesi.

In Africa occidentale adesso resta solo un piccolo distaccamento in Gabon con circa 350 militari del Sesto Battaglione di fanteria di Marina, di cui era stata prevista la riduzione a cento mantenendo solo le funzioni di supporto logistico: anche a Libreville ci sono state proteste anti-francesi, ostacolate dal governo.

Fino al 2021 nella regione e nel Sahel c’erano oltre 6.600 soldati con elicotteri, droni e aerei da combattimento impegnati nella formazione delle unità locali e nel contrasto diretto della ribellione jihadista. L’unica infrastruttura che Parigi non intende cedere è quella di Gibuti: vi operano quasi 1500 uomini e donne delle tre forze armate, con una base aerea e una navale in grado di intervenire in Africa orientale e nel Medio Oriente. Ma l’Eliseo si trova davanti a una nuova crisi nella gestione dei rapporti con il Continente.

Già nell’estate 2023 il presidente Macron aveva lanciato una svolta, con la parola chiave “umiltà”, per cercare di recuperare terreno nelle ex colonie attraverso un piano per ricostruire le relazioni politiche ed economiche in modo da non apparire più come un “padre padrone” colonialista. A questa linea era seguito un programma militare per rendere flessibile la proiezione dell’Armée: niente più basi stabili di reparti combattenti ma solo punti d’appoggio logistici, che potessero permettere un rapido trasferimento di truppe in caso di necessità. Le scelte di Ciad, Senegal e Costa d’Avorio hanno azzerato questo disegno, spazzando via il dislocamento di forze occidentali in tutta l’Africa centro-occidentale. Un problema grave anche per gli Stati Uniti, che nel corso del 2024 hanno dovuto abbandonare i due aeroporti nigerini usati per le missioni dei droni e stanno cercando invano un’alternativa sulla costa atlantica.

Contemporaneamente, Mosca ha schierato uomini – mercenari o direttamente agli ordini del ministero della Difesa – in cinque nazioni: Mali, Niger, Libia, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale – e sta negoziando l’invio di personale in Burkina Faso, Ciad, Senegal oltre ad agire nell’ombra nel Sudan dilaniato dalla guerra civile. Un risiko sconvolgente, realizzato in soli cinque anni, che adesso ha davanti un grande problema: la caduta del regime di Damasco mette a rischio le basi siriane, senza le quali è impossibile sostenere l’espansione in Africa. Per questo Mosca sta trattando con le nuove autorità guidate dal leader Jolani, cercando quantomeno di mantenere l’uso di un aeroporto come scalo tecnico, e deve urgentemente trovare un nuovo porto. L’attenzione è tutta concentrata sulla Cirenaica, dove stanno già venendo trasferiti missili e radar spostati dalla Siria e dove da tempo sono in corso colloqui con il maresciallo Haftar per insediare la flotta russa nella rada di Tobruk.

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