Groenlandia, il premier stoppa le mire di Trump: “Non siamo in vendita, vogliamo l’indipendenza”
di Paolo BreraQuindici giorni prima di sbarcare a Capitol HIll per l’insediamento, il ciclone Trump ha investito la Groenlandia: dopo il nuovo messaggio che il presidente eletto ha affidato al suo social Truth alla vigilia di Natale, in cui tornava ad allungare le mani verso l’isola artica ribadendo che gli Stati Uniti devono acquisirne “la proprietà e il controllo”, la Groenlandia ha accelerato la corsa per ottenere la completa indipendenza dalla Danimarca.
È un processo che affonda le radici nella sua storia passata e recente, ma il premier Múte Egede ha aperto l’anno dichiarando come "necessario" che la politica “insieme ai cittadini crei questi nuovi passi, basati sui piedistalli già costruiti. È giunto il momento di plasmare il nostro futuro, di fare un passo avanti e decidere con chi cooperare e come costruire le nostre relazioni internazionali”.
La passione di Donald Trump per quel tesoro emerso tra i ghiacci è nota già dal suo primo mandato presidenziale, quando propose di comprarla dalla Danimarca definendolo “un grande affare immobiliare”: un immenso giacimento di uranio e terre rare, e di fonti energetiche sommerse ancora da sfruttare. Ma c’è un altro grande capitolo di interesse nella partita legata alla Groenlandia: se una volta era solo una gigantesca isola dispersa in uno degli ambienti più ostili della Terra, con i cambiamenti climatici è diventata un presidio geopolitico per controllare economicamente e militarmente la nuova rotta artica aperta dal disgelo.
Ma quanto all’ipotesi di cadere dalla pentola di Copenhagen alla brace di Washington, Egede ha messo i puntini sulle “i”: “La Groenlandia è nostra, non siamo in vendita e non lo saremo mai. Non dobbiamo perdere la nostra lunga lotta per la libertà”. Per una preda troppo ambita, il rischio è rimanere stritolata da decisioni prese da altri, magari da un accordo sulla sua testa stretto tra la Danimarca e gli Stati Uniti che annullerebbe ogni sogno di autonomia.
Colonia norvegese fino al 1814, da allora il destino politico della Groenlandia è sottomesso alla corona danese di cui entrò a far parte formalmente nel 1953. Dal 1979 però acquisì l’autogoverno, svincolandosi dal controllo del parlamento danese ma rimanendo parte del regno. Il 25 novembre 2008 un referendum “non vincolante” sull’autonomia passò con il 75% di voti favorevoli, e il parlamento danese ne riconobbe comunque gli effetti: dal 2009 il governo locale ottenne la gestione diretta di tutte le competenze eccetto le finanze, la politica estera e la difesa.
Ma anche l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia ha radici lontane e profonde. Già nel 1867 il Dipartimento di Stato ne esplorò l'acquisto, e dopo la seconda guerra mondiale il presidente Harry Truman offrì cento milioni di dollari per comprare l’isola: la Danimarca rifiutò. Trump tornò alla carica nel suo primo mandato, durante il quale - nel 2020 - gli Stati Uniti hanno riaperto il consolato nella capitale Nuuk dopo 67 anni di assenza.
L’allora ambasciatrice americana in Danimarca, Carla Sands, spiegava così l’interesse dell’amministrazione Trump: “Condividiamo l'interesse con i nostri alleati e partner a proteggere l'Artico e ad aiutare questa regione unica a raggiungere il suo potenziale di crescita economica e sviluppo sostenibile (…) in contrasto con le azioni dannose nella regione da parte della Russia e della Cina, che vogliono espandere la loro influenza attraverso l'aggressione e le pratiche commerciali sleali”.
Il riferimento è alla grande corsa all’Artico riaccesa dai cambiamenti climatici: nel 2007 una missione sottomarina ha piantato una bandiera russa sul fondo del Polo Nord dichiarando che “l’Artico è russo”, e Mosca ha aumentato le basi militari artiche armando persino i rompighiaccio con missili da crociera. La Russia, scriveva l’ambasciatrice Sands, “blocca il passaggio delle navi di altri Paesi e prende il controllo delle nuove rotte marittime aperte dal clima che cambia nella regione”. Nel frattempo, Pechino ha investito decine di miliardi di dollari nella “Via della Seta Polare”, e nel 2016 la Danimarca ha bloccato un tentativo di acquisto cinese di una vecchia base navale americana in Groenlandia.
In mezzo a tanta pressione, il popolo della Groenlandia resta orgogliosamente legato all’idea della secessione e dell’autonomia. Il sussidio annuale ricevuto dalla Danimarca, che vale un terzo del Pil locale, è indispensabile per tirare avanti ma è un’inezia rispetto alle potenziali ricchezze di uno sfruttamento delle enormi ricchezze minerarie ed energetiche e del controllo delle rotte. L’offerta americana è nella spinta sugli investimenti che la superpotenza offrirebbe in misura esorbitante rispetto a quanto possa fare la Danimarca, promettendo benessere alla popolazione locale: è un miele che attira, ma allo stesso tempo spaventa.
Sebbene Nuuk sappia di non poter fare a meno di accordi e alleanze per sfruttare le sue risorse, ancora una volta, il rischio è di finire stritolati dai interessi e poteri troppo forti per una labile autonomia politica parziale. Per questo il premier Egede ha lanciato il suo appello audace all’indipendenza completa sottolineando la necessità di superare le “catene dell’era coloniale”; abbandonando cioè il cordone ombelicale con la Danimarca, visto che “la storia e le condizioni attuali hanno dimostrato che la nostra cooperazione non è riuscita a creare piena uguaglianza”.
Ma i passi da compiere non saranno semplici. Il quadro giuridico è quello stabilito dalla legge di autogoverno varata nel 2009 per gli effetti del referendum, e incorpora la bozza della nuova Costituzione scritta un anno fa. “I lavori per definire il quadro di una Groenlandia indipendente sono già iniziati” dice Egede. Ma le regole prevedono un nuovo referendum e la ratifica da entrambi i parlamenti, quello locale e quello danese. E il processo richiede la capacità di rinunciare da subito al sostegno finanziario danese, magari grazie a nuovi partner e alla definizione di nuove alleanze nel domino riacceso dall’elezione di Trump.