Zaghari-Ratcliffe: “I miei sei anni rubati dal carcere di Evin, salvata solo dai libri”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraNazanin Zaghari-Ratcliffe
(afp)LONDRA — «Non rimanete in silenzio. Continuate a parlare di Cecilia». C’è un sottile, drammatico filo che unisce i destini di Cecilia Sala e Nazanin Zaghari-Ratcliffe. Come la giornalista italiana, per cui ieri la famiglia ha chiesto il silenzio stampa sulle trattative, la 46enne insegnante britannico-iraniana è stata tenuta a lungo in ostaggio dal regime di Teheran per ragioni politiche, e incarcerata pure lei nel terrificante penitenziario di Evin. A Zaghari-Ratcliffe gli ayatollah hanno rubato sei anni di vita. L’hanno accusata di spionaggio, senza prove, negandole la piccola figlia Gabriella e il marito Richard Ratcliffe. Che quasi ogni giorno ha dormito in tenda davanti al Foreign Office a Londra per chiedere la sua liberazione, avvenuta nel 2022. Come Cecilia per il caso dell’ingegnere iraniano e presunto pasdaran Abedini Najafabadi, Nazanin è stata arrestata nel 2016 poco prima di imbarcarsi per tornare a casa in Inghilterra, dopo una breve visita con la figlia alla famiglia ir…
LONDRA — «Non rimanete in silenzio. Continuate a parlare di Cecilia». C’è un sottile, drammatico filo che unisce i destini di Cecilia Sala e Nazanin Zaghari-Ratcliffe. Come la giornalista italiana, per cui ieri la famiglia ha chiesto il silenzio stampa sulle trattative, la 46enne insegnante britannico-iraniana è stata tenuta a lungo in ostaggio dal regime di Teheran per ragioni politiche, e incarcerata pure lei nel terrificante penitenziario di Evin. A Zaghari-Ratcliffe gli ayatollah hanno rubato sei anni di vita. L’hanno accusata di spionaggio, senza prove, negandole la piccola figlia Gabriella e il marito Richard Ratcliffe. Che quasi ogni giorno ha dormito in tenda davanti al Foreign Office a Londra per chiedere la sua liberazione, avvenuta nel 2022. Come Cecilia per il caso dell’ingegnere iraniano e presunto pasdaran Abedini Najafabadi, Nazanin è stata arrestata nel 2016 poco prima di imbarcarsi per tornare a casa in Inghilterra, dopo una breve visita con la figlia alla famiglia iraniana. Subito è diventata merce di scambio del regime di Teheran. Che, tenendo lei in ostaggio, ha così preteso, e ottenuto stando agli ayatollah, il pagamento di un vecchio debito di circa 400 milioni di dollari di Londra, che si era rifiutata di consegnare tank e armi promessi all’Iran dopo la caduta dello scià. Zaghari-Ratcliffe sostiene di esser sopravvissuta ad Evin soprattutto leggendo libri clandestini, come 1984 di Orwell, La festa del caprone di Vargas Llosa e Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, «di cui si accorse una guardia carceraria. Ma non fece nulla. Volle leggerlo pure lei». Ora, dopo il dramma kafkiano di Sala, Nazanin ha deciso di concedere a Repubblica la prima intervista a un giornale italiano.
Signora Zaghari-Ratcliffe, anche lei è stata imprigionata a Evin. Che cosa direbbe ora a Cecilia Sala?
«Che tutto questo finirà. Che lei non c’entra niente. Che non è colpa sua, nonostante quello che certa gente potrà dire. Purtroppo Cecilia non è il primo e non sarà l’ultimo ostaggio della Repubblica Islamica. Mi piacerebbe parlare con la sua famiglia e condividere la mia esperienza. Il mio consiglio è: non rimanete in silenzio. Continuando a parlare di Cecilia, si rafforzerebbe la sua posizione in prigione, dove ora sarà terrorizzata e sotto enorme pressione dei carcerieri. E si contrasterebbero i ricatti dell’Iran».
Lei come ha fatto a resistere quasi sei anni in carcere a Teheran?
«Mi hanno dato speranza la mia bambina e la mia famiglia. Sapere che qualcuno fuori combatteva per la mia libertà mi ha dato tanta forza. Così come il coraggio e la tempra di altre donne imprigionate a Evin. Insieme, provavamo a sopravvivere, e a non dimenticare la vita fuori».
E anche i libri l’hanno aiutata?
«Moltissimo. Mandate libri a Cecilia, esorto anche il governo italiano a farlo. Sono fondamentali per la salute mentale di chiunque là dentro. E Roma deve tirare via Cecilia dall’isolamento il prima possibile, perché lì è a rischio tortura».
Come nel suo caso, Sala è tenuta in ostaggio dall’Iran per un ricatto internazionale. Cosa dovrebbe fare secondo lei il governo italiano? Cedere alle richieste di Teheran?
«Proteggere Cecilia è la cosa più importante e Roma ha questa responsabilità. Allo stesso tempo, il governo italiano non deve lanciare messaggi sbagliati all’Iran. Non deve accettare le accuse pretestuose contro di lei, ma parlare apertamente di Cecilia tenuta in ostaggio. E, per favore, non minimizzate la situazione terribile che quella povera ragazza sta vivendo. L’altro giorno mi ha scioccato il tweet del ministro degli Esteri Tajani: “Cecilia sta bene”. Come si può dire una cosa del genere, mentre è rinchiusa ad Evin? È un atteggiamento irresponsabile, negligente e pericoloso».
Ma la comunità internazionale come può dare una mano?
«Trattando i comportamenti dell’Iran per quello che sono: crimine organizzato. Se Teheran resta impunita, continuerà a prendere in ostaggio altri innocenti».
Crede che il suo Iran potrà mai diventare un Paese libero e democratico?
«Lo spero. Tanti iraniani hanno sacrificato la propria vita per questo. Ma non cambierà mai se l’Occidente non sarà inflessibile sui diritti umani».
Che cos’è la libertà oggi per lei?
«Poter abbracciare mia figlia ogni giorno. Ma anche godermi ogni piccola cosa della vita, ogni dettaglio, ogni gesto di gentilezza quotidiana. Questo l’ho capito solo in prigione».
E cosa ha imparato dall’incubo che oggi sta vivendo anche Cecilia?
«Che siamo più forti di quanto pensiamo. Non lo sappiamo, almeno fino a quando non siamo costretti a scoprirlo. Ma lo siamo. E poi l’importanza della solidarietà: entriamo in carcere da soli, ma sopravviviamo solo insieme al sostegno di chi ti vuole bene fuori e continua a lottare per te».