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L’amara ironia del cambiamento climatico: l’innalzamento dei mari minaccia i porti petroliferi

L’amara ironia del cambiamento climatico: l’innalzamento dei mari minaccia i porti petroliferi
(reuters)

L’allarme dell’International Cryosphere Climate Initiative riguarda dodici scali per il greggio nel mondo

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È una sorta di nemesi, un cerchio che si chiude. L’innalzamento dei mari di cui sono responsabili i combustibili fossili sommergerà proprio quei porti da cui i combustibili fossili transitano. Dodici dei quindici porti più importanti del mondo per il transito del petrolio si trovano già oggi a fior d’acqua e rischiano di essere sommersi da un’ulteriore fusione dei ghiacciai.

Lo osserva un’analisi dell’International Cryosphere Climate Initiative (Icci), un gruppo di esperti di clima e ambiente che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale e che non manca di notare l’“ironia” di questa sorte.

In Arabia Saudita l’elenco, stilato da Icci lo scorso maggio, include Ras Tanura e Yanbu, gestiti dalla compagnia petrolifera del regno, la Aramco. Dai due porti-raffinerie transita il 98% del petrolio esportato da Riad. Proprio l’Arabia Saudita è stata accusata di aver ostacolato un accordo alla conferenza sul clima di Baku (la Cop 29) lo scorso novembre.

In Texas le onde potranno sommergere Houston e Galveston, situati in una baia e circondati da laghi. A una sorte simile sono destinati Khor Fakkan e Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e Gwangyang in Corea del Sud .

Il rapporto cita poi Singapore, oltre a Dalian, Shanghai e Ningbo-Zhoushan in Cina. Quest’ultimo è il porto più trafficato del mondo in termini di tonnellaggio. In Europa il rapporto di Icci cita Rotterdam in Olanda. In Russia il rischio di sommersione dei pontili e dei serbatoi di stoccaggio riguarda Ust Luga.

I combustibili fossili, rilasciando anidride carbonica quando vengono bruciati, accelerano l’effetto serra, che aumenta la temperatura media del pianeta e contribuisce alla fusione dei ghiacciai, riversando acqua in mare. L’aumento di temperatura in sé fa espandere il volume degli oceani, alzandone il livello.

Dal 1993 a oggi questo processo ha fatto salire il mare di 11,1 centimetri, misurati dai satelliti. Uno studio pubblicato a ottobre su Nature Communications ha osservato che il ritmo dell’innalzamento è raddoppiato nell’ultimo trentennio: era di 2,1 millimetri all’anno nel 1993 ed è diventato di 4,5 millimetri all’anno oggi. Di questo passo nei prossimi trent’anni si aggiungeranno al livello attuale altri 16,9 centimetri. Gli oceani saliranno di 5 millimetri all’anno nel 2030, 5,8 nel 2040 e 6,5 nel 2050.

Il rapporto di Icci ritiene inevitabile una crescita del mare di un metro entro la fine del secolo. Ma già al momento città e infrastrutture che si trovano ad altitudine zero soffrono di infiltrazioni di sale nelle falde acquifere costiere, oltre a essere sommerse in caso di tempeste con onde alte.

Giacarta, capitale dell’Indonesia, e Venezia non sono porti petroliferi, ma sono le città più a rischio del mondo. La causa non è solo l’innalzamento del livello degli oceani, ma anche il fenomeno della subsidenza, cioè l’abbassamento del suolo.

Il rapporto di Icci calcola che se tutto il ghiaccio di Antartide e Groenlandia si sciogliesse, il mare si innalzerebbe di 65 metri. Durante le ere glaciali invece, quando l’estensione delle calotte era al massimo, il livello degli oceani era di 130 metri più basso dell’attuale.

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