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Ostaggio dei siriani, va in crisi la flotta russa del Mediterraneo

Foto X / Espada & Escudo 

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Mosca non ha più sottomarini nelle nostre acque, le navi per portare via le truppe bloccate dalle nuove autorità di Damasco
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Il crollo del regime di Bashar Assad mette in crisi la presenza militare russa nel Mediterraneo, aprendo scenari che potrebbero incrementare la tensione nelle acque strategiche anche per l’Italia. L’ultimo segnale del declino della potenza marittima di Mosca è la partenza del sottomarino “Novorossiysk”, che è uscito da Gibilterra tre giorni fa e non è stato finora sostituito. Dal 2013 ci sono sempre stati uno o più sommergibili russi in azione nel Mediterraneo, considerati la minaccia più preoccupante per la Nato. I mezzi convenzionali della classe “Kilo” – quelli privi di reattori nucleari, a cui appartiene pure il “Novorossiysk” - sono estremamente silenziosi, navigano in immersione per quasi ottocento chilometri e imbarcano missili a lungo raggio “Kalibr”. Alcune versioni possono anche rilasciare fino a ventiquattro mine.

La loro missione era tenere sotto tiro i passaggi chiave: lo stretto del Bosforo e il canale di Suez. Più volte sono riusciti a sfuggire alle ricerche degli …

Il crollo del regime di Bashar Assad mette in crisi la presenza militare russa nel Mediterraneo, aprendo scenari che potrebbero incrementare la tensione nelle acque strategiche anche per l’Italia. L’ultimo segnale del declino della potenza marittima di Mosca è la partenza del sottomarino “Novorossiysk”, che è uscito da Gibilterra tre giorni fa e non è stato finora sostituito. Dal 2013 ci sono sempre stati uno o più sommergibili russi in azione nel Mediterraneo, considerati la minaccia più preoccupante per la Nato. I mezzi convenzionali della classe “Kilo” – quelli privi di reattori nucleari, a cui appartiene pure il “Novorossiysk” - sono estremamente silenziosi, navigano in immersione per quasi ottocento chilometri e imbarcano missili a lungo raggio “Kalibr”. Alcune versioni possono anche rilasciare fino a ventiquattro mine.

La loro missione era tenere sotto tiro i passaggi chiave: lo stretto del Bosforo e il canale di Suez. Più volte sono riusciti a sfuggire alle ricerche degli aerei specializzati americani e delle unità navali dell’Alleanza atlantica. “Hanno dimostrato capacità impressionanti – ha dichiarato nel 2018 l’ammiraglio James Foggo, all’epoca comandante della VI Flotta statunitense -. Possono andare e colpire dovunque restando sommersi. È fondamentale sapere sempre cosa stanno facendo”.

L’attività dei “Kilo” ha però bisogno di un porto per le riparazioni e i rifornimenti. La loro base era Tartus, sulla costa di Latakia feudo del clan Assad, che è stata potenziata quindici anni fa con grandi investimenti. La fine della dittatura condiziona il futuro dell’infrastruttura: i russi si preparano a portare via non solo i veicoli e gli armamenti del contingente dislocato in Siria a difesa di Bashar al Assad, ma anche i sistemi che proteggevano le basi. Ogni mossa oggi dipende dai nuovi governanti di Damasco, che hanno subito i bombardamenti russi per anni e non mostrano entusiasmo verso i vecchi nemici. Lo testimonia il viaggio del mercantile “Sparta”, avanguardia della flotta che deve traslocare

gli equipaggiamenti: da domenica mattina resta in attesa dell’autorizzazione per entrare in porto.

Le foto satellitari scattate domenica evidenziano le due fregate “Grigorivich” e “Gorshkov” posizionate a nord degli scali, da dove possono coprirli con i loro cannoni e missili. Tre navi per operazioni anfibie – la moderna “Ivan Gren” e due della classe “Ropucha” – e altri due mercantili arriveranno nelle prossime ore per imbarcare le brigate di Mosca. C’è poi una nave spia – la “Yantar” – che ha lasciato Alessandria quattro giorni fa e ora si muove nell’Egeo: è dotata di sottomarini telecomandati per esplorare i fondali e viene sorvegliata in continuazione dalla Nato nel timore di sabotaggi alle reti di cavi o gasdotti sui fondali.

Putin si trova davanti a un bivio: lasciare il Mediterraneo o raddoppiare l’intervento. Nel primo caso, però, rischia di compromettere il Risiko creato in Africa, dove sei Paesi si sono già rivolti a lui per ottenere soldati e mercenari: un impegno che deve essere sostenuto con aerei e navi che hanno bisogno di scali sicuri. L’unica alternativa attualmente praticabile è usare le installazioni della Cirenaica, dove sono già presenti forze russe e dove sono stati trasferiti nei giorni scorsi missili contraerei e radar provenienti dalla Siria. Mosca dispone di due aeroporti e da tempo ha aperto negoziati con il maresciallo Haftar per creare una stazione marittima a Tobruk.

Il rafforzamento delle truppe russe nella Libia orientale comporta il pericolo di attriti con la Turchia, sponsor anche militare delle autorità di Tripoli, e con la Nato, perché i porti libici si trovano proprio di fronte a Creta e alla Sicilia, dove le basi di Sigonella e Suda sono fondamentali per il controllo di Africa e Medio Oriente.

Quanto ai sottomarini, Putin può chiedere all’Algeria – che ha acquistato una squadriglia di “Kilo” – di fornire assistenza temporanea ai suoi battelli. Oppure compiere una scelta drastica e

spedire in missione nel Mediterraneo un sommergibile a propulsione nucleare, che può restare in missione per mesi senza mai venire in superficie: è già accaduto nell’autunno 2022, durante il momento più drammatico del confronto atomico tra Russia e Occidente.

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