Inseguiti da ciò che con poco pudore e tanta stupidità hanno messo sui social mentre erano in missione a Gaza, i soldati dell’Idf ora rischiano problemi legali (e persino il carcere) appena mettono il piede fuori da Israele. Lo testimonia il caso di un riservista 21 enne di nome Yuval che ieri mattina è dovuto scappare dal Brasile, dove aveva passato il Capodanno con gli amici, per evitare di finire davanti a un magistrato che gli avrebbe chiesto conto di possibili crimini di guerra. Una storia che preoccupa Netanyahu al punto da convocare d’urgenza i funzionari del ministero degli Esteri, i comandanti dell’esercito e le agenzie di intelligence per predisporre un piano di tutela.
Questa storia però non comincia né a Gaza né in Brasile, comincia in Belgio dove ha sede la Hind Rajab Foundation (Hrf), un’organizzazione per i diritti dei palestinesi che prende il nome dalla bambina di 5 anni che stette in una macchina piena di cadaveri per ore al telefono con la madre prima di essere…
Inseguiti da ciò che con poco pudore e tanta stupidità hanno messo sui social mentre erano in missione a Gaza, i soldati dell’Idf ora rischiano problemi legali (e persino il carcere) appena mettono il piede fuori da Israele. Lo testimonia il caso di un riservista 21 enne di nome Yuval che ieri mattina è dovuto scappare dal Brasile, dove aveva passato il Capodanno con gli amici, per evitare di finire davanti a un magistrato che gli avrebbe chiesto conto di possibili crimini di guerra. Una storia che preoccupa Netanyahu al punto da convocare d’urgenza i funzionari del ministero degli Esteri, i comandanti dell’esercito e le agenzie di intelligence per predisporre un piano di tutela.
Questa storia però non comincia né a Gaza né in Brasile, comincia in Belgio dove ha sede la Hind Rajab Foundation (Hrf), un’organizzazione per i diritti dei palestinesi che prende il nome dalla bambina di 5 anni che stette in una macchina piena di cadaveri per ore al telefono con la madre prima di essere uccisa in un quartiere di Gaza dove erano presenti tank israeliani. La Fondazione traccia i militari in congedo o in licenza che sui social postano le prove della loro partecipazione ad atti configurabili come crimini di guerra, ad esempio l’attacco di civili e la distruzione delle case.
«Abbiamo raccolto materiale su molti soldati con doppia nazionalità, sono più dei mille già denunciati alla Corte dell’Aia», sostengono i responsabili di Hrs, che hanno avanzato richieste di arresto contro membri Idf in Sudafrica, Cile, Sri Lanka, Cipro, Thailandia, Belgio, Francia, Irlanda. E, appunto, Brasile.
Alla fine di dicembre la Fondazione ha presentato alla Corte federale brasiliana una denuncia di 500 pagine contro Yuval, giovane riservista sopravvissuto al massacro del Supernova festival il 7 ottobre, che sui social ha pubblicato immagini e video di se stesso mentre piazza la dinamite che ha demolito interi quartieri della Striscia di Gaza. I legali di Hrs hanno raccolto informazioni da fonti aperte, hanno geolocalizzato le azioni del soldato ricostruendone gli spostamenti attraverso X e Instagram.
La Corte federale ha quindi aperto un’indagine, ordinando alla Polícia Federal di interrogare il 21 enne. «È la prima volta che uno Stato firmatario dello Statuto di Roma prende un’iniziativa del genere senza affidarsi alla Corte dell’Aia», esultavano i responsabili della Fondazione il 3 gennaio, diffondendo la notizia su X a corredo di una foto a volto coperto del ragazzo in divisa. E, così, dimostrandosi anch’essi vittima dell’ansia da social.
Il tweet infatti è stato visto dalle autorità israeliane che hanno fatto scattare l’allerta. In poche ore hanno individuato chi era sotto inchiesta in Brasile (non era facile: quando viaggiano all’estero, i riservisti non sono obbligati a chiedere il permesso ai superiori né a rivelare il luogo di destinazione), hanno attivato l’ambasciata israeliana a Rio per mettersi in contatto col ragazzo, che era lì con cinque amici, lo hanno avvertito e gli hanno prenotato un biglietto sul primo aereo disponibile per uscire dal Paese. Volo preso all’alba di domenica.
La Fondazione belga adesso accusa il governo Netanyahu di aver ostacolato la giustizia e sostiene che l’avvocata che ha seguito il dossier, Maira Pinheiro, sta subendo minacce di morte. «Questo non è solo uno scandalo, ma un affronto alla sovranità e allo stato di diritto del Brasile. Israele ha già impiegato tattiche simili in passato». Il mese scorso in Sri Lanka un soldato era stato riconosciuto tramite una fotografia apparsa sui social, Hrs ha fatto richiesta d’arresto alle autorità di Colombo ma anche allora i funzionari diplomatici israeliani sono riusciti a organizzare il rimpatrio immediato.
Alla Knesset si è scatenata la polemica. «È un colossale fallimento politico di un governo irresponsabile che non sa come lavorare», commenta Yair Lapid, il leader dell’opposizione. «Come siamo arrivati a una situazione in cui i palestinesi sono migliori del nostro governo sulla scena internazionale?». Pronta la replica del ministro degli Esteri Gideon Saar secondo cui un leader di opposizione «patriottico» se la dovrebbe prendere piuttosto col Brasile «il cui presidente antisemita Lula ha accusato Israele di genocidio». I media israeliani nel frattempo scavano nel passato dei dirigenti della Hind Rajab Foundation: «Sono Diab Abu Jahja e Karim Hasson», scrive il quotidiano centrista Yedioth Ahronoth. «Abu Jahja in un’intervista del 2003 dichiarò il sostegno a Hezbollah, ha definito l’11 Settembre una dolce vendetta».
Il punto però è e rimane quel che i soldati dell’Idf hanno fatto a Gaza, e la tendenza diffusa a riprendersi in pose irridenti e irrispettose in uno scenario di guerra. Il ministro Saar ha richiamato l’attenzione sui post di chi è in servizio, chiedendo di non mettere più niente sui social. Perché c’è una battaglia che i soldati israeliani rischiano di perdere e contro la quale le loro sofisticate armi niente possono: la battaglia legale.