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Congo, i ribelli conquistano due città chiave nel Kivu: divampa la guerra delle terre rare

Militari della Rdc a Lubero, nel Nord Kivu
Militari della Rdc a Lubero, nel Nord Kivu (reuters)

Nella regione cruciale per i materiali necessari per l’industria elettronica, il gruppo M23 sostenuto dal Ruanda avanza. Allarme per la crisi umanitaria

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I ribelli di etnia tutsi dell’M23 - uno dei cento gruppi armati che infestano la zona più turbolenta della Repubblica democratica del Congo, costituito da tutsi congolesi e ruandesi direttamente supportati dal governo tutsi del confinante Ruanda - negli ultimi giorni hanno conquistato due importanti città del Nord Kivu, la provincia martoriata al confine con Ruanda e Uganda: una zona che l’Italia ha imparato a conoscere per la tragedia dell’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, caduto insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci nel febbraio del 2021 in un’imboscata nel parco del Virunga, nei dintorni del capoluogo Goma.

L’ultima conquista rivendicata nel fine settimana dall’M23 è la città di Masisi, che governa un distretto tra le montagne verdissime a 80 chilometri da Goma. Nonostante fosse un caposaldo della linea difensiva delle forze armate congolesi, la città è caduta quasi senza combattimenti. L’esercito ha ripiegato, abbandonando alla meglio le postazioni e scatoloni di munizioni. Ripreso nei video girati sui social, il generale Bernard Byamungu ha parlato ad alcune migliaia di persone radunate tra gli sterrati del centro di Masisi garantendo “protezione della popolazione dalle Forze armate del Congo - accusate di bombardare indiscriminatamente i civili –, dalle Fdlr (le milizie hutu che si oppongono ai tutsi, ndr), dalle milizie Wazalendo, dalle Forze di difesa nazionale del Burundi e dai mercenari”.

Goma e le sue montagne sono un tesoro di minerali e terre rare - dall’oro al coltan, dal cobalto alla cassiterite - sulle quali il Ruanda allunga le mani gestendone i traffici illeciti. Per questo l’M23 non è solo sostenuto ma compartecipato dalle forze armate regolari ruandesi, che forniscono non solo migliaia di uomini ma anche armi e munizioni, uniformi e attrezzatura.

A dicembre il governo della Repubblica Democratica del Congo ha denunciato Apple in Francia e Belgio accusandola di complicità nel saccheggio da parte delle milizie di stagno, tantalio e tungsteno, fondamentali per dispositivi tecnologici come smartphone e computer. Una vicenda che richiama alla memoria i "diamanti insanguinati" degli anni '90. L’azienda nega, sostenendo di verificare rigorosamente le proprie forniture.

L’M23 (Movimento 23 marzo) nasce dal fallimento dell’accordo del 23 marzo 2009 che prevedeva l’integrazione delle milizie tutsi nella polizia e nell’esercito regolare congolesi. Prevedeva anche la trasformazione in partito ufficialmente riconosciuto della sua ala politica, ma nulla di tutto ciò è concretamente avvenuto.

Sia i tutsi che gli hutu congolesi sono etnie minoritarie, spesso considerate “straniere” dalla maggioranza bantu e dalle altre etnie sudanesi e pigmee. I massacri si susseguono negli anni. L’M23 occupa centinaia di villaggi e le vie principali che collegano Goma con il resto del Paese, e a Kinshasa si è diffuso il terrore che la debolezza delle forze armate e l’inefficienza delle strategie messe in atto in questi anni per arginare il conflitto possa addirittura far dilagare la guerra in direzione della Capitale.

L’Unione europea “condanna fermamente l’occupazione di Masisi e dei suoi dintorni nel Nord Kivu” in “palese violazione del cessate il fuoco. Questi sviluppi compromettono gli sforzi per una risoluzione pacifica del conflitto. L'Ue esorta l'M23 a ritirarsi immediatamente”, ed “il Ruanda a porre fine alla cooperazione con l’M23 e a ritirare le sue forze militari dal Congo”. E minaccia sanzioni “nei confronti dei responsabili del conflitto armato, dell’instabilità e dell'insicurezza”.

Ma Kinshasa è diffidente nei confronti della Ue: aveva reagito con sdegno alla notizia del protocollo d’intesa e cooperazione sulle materie prime “critiche” firmato tra l’Unione europea e il Ruanda, definito dal presidente Felix Tshisekedi “una provocazione di pessimo gusto”. Il Congo accusa il Ruanda e il suo esercito di destabilizzare le sue province nord orientali per appropriarsi delle ricchezze minerarie, ma non riesce a controllare il suo immenso territorio. E mentre le milizie dell’M23 avanzavano conquistando Masisi, il presidente Tshihekedi era a Doha per assistere alla Supercoppa vinta dal Psg contro il Monaco, giustificando il viaggio con i rapporti di cooperazione ma attirandosi valanghe di critiche.

Masisi era un epilogo scontato, dopo la caduta di Katale, Gasheberi e Kaniro; ma la coalizione delle forze leali a Kinshasa dimostra di non riuscire a contenere la controffensiva nell’intero Nord Kivu, affondando da Bunagana al Lubero. Per tentare di raffreddare la rivolta e le tensioni tra Congo e Ruanda, a dicembre i presidenti Félix Tshisekedi e Paul Kagame si sono incontrati in un vertice organizzato a Luanda, in Angola, dal capo di Stato Joao Lourenço, designato mediatore dell’Unione africana. Si puntava a un accordo “per il ripristino della pace e della stabilità nell’Est della Repubblica democratica del Congo”, ma il vertice è fallito prima ancora di iniziare.

A fine dicembre la ribellione ha ripreso a marciare erodendo terreno nel Nord Kivu e avvicinandosi a Lubero. I ribelli del gruppo M23 hanno conquistato due città chiave, prima la fortificata Katale e poi il capoluogo Masisi, avanzando nella regione instabile e aggravando la crisi umanitaria e di sicurezza. Il conflitto ha già provocato più di sette milioni di profughi e la creazione di campi gestiti in condizioni terribili.

Secondo l’Onu ci sono fino a quattromila soldati ruandesi schierati in Congo. Il cessate il fuoco firmato a luglio non è stato rispettato, e la Ue chiede “una rapida attuazione degli impegni assunti nel quadro del processo di Luanda” citando “testimonianze sul posto” secondo cui “i residenti vivono in condizioni estremamente precarie, esposti ad abusi da parte dei ribelli”.

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