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Trudeau, la vita straordinaria del figlio predestinato che ora viene travolto da un’ondata populista

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Ritratto del premier canadese che ha annunciato le dimissioni da leader del partito liberare e da primo ministro
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In famiglia lo chiamavano “il principe”: figlio di un primo ministro che rimase al potere quindici anni, fin da piccolo appariva predestinato a seguirne le orme e ci è riuscito, dimettendosi dopo un decennio da premier. Come il padre Pierre, Justin Trudeau ha rappresentato una nuova immagine del Canada: è stato un leader femminista, ambientalista, aperto all’immigrazione e determinato a riconoscere (sebbene non abbastanza, secondo i suoi critici) i torti sofferti dai nativi nordamericani, che abitano quell’immenso (grande il doppio dell’Unione Europea) ma poco popoloso (39 milioni di abitanti) Paese da ben prima della colonizzazione francese e britannica.

Ha perso il posto per qualche scandalo, per gli errori che si commettono a credersi infallibili, forse anche perché, nell’era fulminea dei social, dieci anni al comando sono troppi. E poi è cambiato il vento: arrivato al governo sull’onda della speranza simboleggiata da Barack Obama nella nazione sua vicina di casa, ha annunciato le …

In famiglia lo chiamavano “il principe”: figlio di un primo ministro che rimase al potere quindici anni, fin da piccolo appariva predestinato a seguirne le orme e ci è riuscito, dimettendosi dopo un decennio da premier. Come il padre Pierre, Justin Trudeau ha rappresentato una nuova immagine del Canada: è stato un leader femminista, ambientalista, aperto all’immigrazione e determinato a riconoscere (sebbene non abbastanza, secondo i suoi critici) i torti sofferti dai nativi nordamericani, che abitano quell’immenso (grande il doppio dell’Unione Europea) ma poco popoloso (39 milioni di abitanti) Paese da ben prima della colonizzazione francese e britannica.

Ha perso il posto per qualche scandalo, per gli errori che si commettono a credersi infallibili, forse anche perché, nell’era fulminea dei social, dieci anni al comando sono troppi. E poi è cambiato il vento: arrivato al governo sull’onda della speranza simboleggiata da Barack Obama nella nazione sua vicina di casa, ha annunciato le dimissioni a pochi giorni dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. «Se cavalchi l’onda giusta ti porta in alto», commenta il New York Times, «ma se non scendi in tempo vai a sbattere».

La sua parabola si può raccontare a partire dall’elogio funebre alle esequie del padre, nel 2000, quando il 29enne Justin avverte: «Siamo qui per dirgli addio, ma questa non è la fine». Da Pierre, personaggio carismatico che aveva introdotto il divorzio e l’aborto, decriminalizzato l’omosessualità, flirtato con la cantante Barbra Streisand e l’attrice Margot Kidder, lo scettro dei Trudeau passa al figlio, sbattuto in copertina da Vogue come una stella di Hollywood, descritto come uno dei politici più sexy del pianeta.

Nel 2012, giovane deputato, sfida a boxe per beneficenza un parlamentare conservatore cintura nera di karate: e vince lui. Tre anni più tardi realizza un exploit maggiore, vincendo le elezioni all’età di 43 anni. Forma il primo governo nella storia canadese in cui metà dei ministri sono donne: quando i giornali gli chiedono il motivo, risponde «perché siamo nel 2015, diamine!». Scoppia di nuovo una Trudeaumania, dopo quella generata dal padre negli anni ’60-’70: ai summit del G7, c’è la coda per scattare un selfie con Justin.

E mentre Trump l’anno seguente chiude le porte ai migranti, Justin le spalanca, accogliendo 25 mila profughi dalla Siria con queste parole: «A tutti coloro che fuggono da persecuzioni, terrore e guerra, diciamo che in Canada siete benvenuti, quale che sia la vostra fede. La diversità è la nostra forza».

Vero, ma l’aria cambia e la luna di miele di Trudeau junior dura solo due anni. Il governo traballa per gli scandali, tra cui una sua vacanza di lusso non dichiarata e vecchi video in cui ha il volto dipinto di nero, come usava nel passato politicamente scorretto.

Durante la pandemia viene accusato di misure troppo restrittive. Alle urne perde consensi due volte, venendo costretto a governi di coalizione. Inflazione, polemiche sull’immigrazione e crisi economica fanno il resto.

Nel 2023 gli volta le spalle la moglie, madre dei loro tre figli, chiedendo il divorzio dopo due decenni di matrimonio. E nel dicembre scorso lo abbandona un’altra donna, la ministra del Tesoro Crysthia Freeland, ex-corrispondente da Mosca del Financial Times (autrice del più bel libro sulla privatizzazione selvaggia dell’economia russa, “The sale of the century”, e di uno splendido saggio sull’avvento della plutocrazia), sua possibile erede alla testa del partito liberale, che si dimette accusandolo di non prepararsi ad affrontare come si deve l’aumento delle tariffe doganali minacciato da Trump. Il quale, da parte sua, lo prende in giro chiamandolo «il 51esimo governatore degli Stati Uniti»: quasi che il Canada non fosse uno Stato sovrano.

È indubbio che Justin Trudeau ha sbagliato qualcosa. La sua colpa più grossa, tuttavia, è essere un politico liberaldemocratico nell’epoca del nazional-populismo. Perciò, come un’altra beniamina del fronte progressista globale, la neozelandese Jacinda Ardern, ora esce di scena. È abbastanza giovane per sperare di ritornarci, come suo padre. Ma erano altri tempi.

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