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La nemesi del 6 gennaio, Harris incorona Trump. Biden: “Nessuno scordi l’attacco alla democrazia”

(afp)

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Nell’anniversario della rivolta contro il Congresso è la vicepresidente a certificare il risultato delle urne: “Obbligo sacro”
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WASHINGTON — È passata da poco l’una e mezza del pomeriggio, quando Kamala Harris proclama che «Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti». Così concede al suo avversario quello che quattro anni fa lui aveva negato a Joe Biden, il passaggio pacifico dei poteri, che sta al cuore della democrazia. Perché, spiega ai giornalisti, «era un mio sacro obbligo, a cui ho adempiuto guidata dall’amore per il nostro Paese, la lealtà verso la Costituzione e la mia fede incrollabile nel popolo americano».

Una tremenda bufera di neve ha imbiancato Washington, che fosse capitata quattro anni fa, magari avrebbe almeno complicato la vergogna dell’assalto al Congresso. Il primo ad arrivare, per il rito della conta dei voti elettorali e la certificazione del risultato delle presidenziali, è lo Speaker della Camera Mike Johnson. Fermandosi a parlare con i giornalisti davanti al suo ufficio, proclama che «questa è una grande giornata per l’America, perché Trump torna alla Casa Bianca».

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WASHINGTON — È passata da poco l’una e mezza del pomeriggio, quando Kamala Harris proclama che «Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti». Così concede al suo avversario quello che quattro anni fa lui aveva negato a Joe Biden, il passaggio pacifico dei poteri, che sta al cuore della democrazia. Perché, spiega ai giornalisti, «era un mio sacro obbligo, a cui ho adempiuto guidata dall’amore per il nostro Paese, la lealtà verso la Costituzione e la mia fede incrollabile nel popolo americano».

Una tremenda bufera di neve ha imbiancato Washington, che fosse capitata quattro anni fa, magari avrebbe almeno complicato la vergogna dell’assalto al Congresso. Il primo ad arrivare, per il rito della conta dei voti elettorali e la certificazione del risultato delle presidenziali, è lo Speaker della Camera Mike Johnson. Fermandosi a parlare con i giornalisti davanti al suo ufficio, proclama che «questa è una grande giornata per l’America, perché Trump torna alla Casa Bianca».

Gli chiediamo se ha qualche commento da aggiungere, magari sul fatto che il 6 gennaio del 2021 quello stesso presidente aveva incitato la folla ad assaltare il Congresso, e adesso vuole perdonare le 1.600 persone incriminate per i reati commessi nel suo nome, in quanto patrioti che volevano salvare la democrazia. Ma Johnson tace, perché cosa potrebbe dire?

Qualunque commento sarebbe una contraddizione di se stesso, dei leader repubblicani che hanno abdicato al proprio dovere davanti alla democrazia, pur di riprendersi il potere. Quello che i loro colleghi avevano avuto il coraggio di fare con Nixon, non l’hanno ripetuto con Trump. E pazienza per la ferita che ciò infligge ad un Paese già abbastanza spaccato da odio politico, razziale, culturale.

Harris, vice presidente e perciò leader del Senato, è chiamata a ratificare che Trump l’ha battuta il 5 novembre e andrà alla Casa Bianca al posto suo. Possibilmente senza assalti al Congresso, morti, denunce di brogli inesistenti, e complotti planetari forieri di odi insanabili. Biden vola nel frattempo a New Orleans per consolare l’America dall’attentato di Capodanno, posto che immigrazione e frontiere aperte non c’entrano nulla. Prima però pubblica un editoriale sul Washington Post in cui spiega perché il 6 gennaio del 2021 non può essere dimenticato: «È in corso uno sforzo per riscrivere, anche cancellare la storia di quel giorno. Dobbiamo invece ricordare che il 6 gennaio la nostra democrazia è stata messa alla prova, e ha prevalso. Ricordare che non è mai garantita, e sta ad ogni generazione di americani proteggerla».

Perciò la sua vice, in tailleur marrone, presiede alla noiosa cerimonia di lettura dei voti elettorali assegnati dai cinquanta stati. Applaudono i repubblicani, che hanno messo il proprio interesse personale davanti ai valori fondanti della democrazia più antica del mondo moderno. Scattano selfie col senatore Vance, dal 20 gennaio nuovo vice presidente. China invece la testa Nancy Pelosi, l’ex Speaker democratica sconfitta dal tentativo estremo di evitare tutto questo spingendo Biden al ritiro.

Uscendo dalla Camera, Harris spiega: «Credo fermamente che la democrazia americana sia forte solo quanto la nostra volontà di lottare per essa. Altrimenti è molto fragile e non capace di superare i momenti di crisi. E oggi, la democrazia americana è rimasta in piedi». Vicino a lei, il deputato democratico Jamie Raskin azzarda una sfida: «Eliminare il collegio elettorale, reliquia iniqua di un’epoca finita, ed eleggere il presidente col voto popolare». Sui perdoni degli assalitori aggiunge: «Le condizioni per darli sono tre: innocenza, mancato rispetto delle garanzie di legge e ravvedimento. Nessuna di esse esiste, se Trump li lascerà andare si assumerà una responsabilità gravissima».

Ma regole e valori non contano più, per l’ex Gop asservito a Trump. Per oltre due secoli il passaggio pacifico dei poteri è stato il vanto dell’America, simbolo di superiorità morale. A questa superiorità il popolo Maga ha rinunciato, soddisfacendo il narcisismo di Donald, perché si aspettano che farà meglio i suoi interessi, o vincerà le guerre culturali senza compromessi che lacerano gli Usa. Resta da vedere se sopravviverà la democrazia, e come, a questa resa dei conti senza più valori condivisi.

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