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Ecco perché Trump vuole Canada, Panama e Groenlandia

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Nuove rotte per i traffici, basi per strategie difensive, interessi commerciali e risorse minerarie: ecco cosa fa gola al presidente Usa
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LONDRA – Donald Trump minaccia di usare “la forza militare” per prendere Groenlandia e canale di Panama, e di usare “la forza economica” per annettere il Canada. Dette dal presidente-eletto degli Stati Uniti non possono essere considerato uno scherzo, ma le parole pronunciate nella conferenza stampa di ieri a Mar-a-Lago hanno suscitato reazioni fra lo sdegno e l’ilarità a Copenaghen, Panama City e Ottawa. Sembra difficile immaginare che i Marines americani invadano il territorio di un altro Paese della Nato, come sarebbe un’azione di forza in Groenlandia: a Panama tuttavia sono già sbarcati, durante la presidenza di Bush padre, e una guerra commerciale con il Canada potrebbe essere imminente. Ecco una mappa di cosa c’è dietro le sparate di Trump e di quello che può realisticamente succedere.

Groenlandia

(afp)

“Abbiamo bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale”, ha dichiarato il pr…

LONDRA – Donald Trump minaccia di usare “la forza militare” per prendere Groenlandia e canale di Panama, e di usare “la forza economica” per annettere il Canada. Dette dal presidente-eletto degli Stati Uniti non possono essere considerato uno scherzo, ma le parole pronunciate nella conferenza stampa di ieri a Mar-a-Lago hanno suscitato reazioni fra lo sdegno e l’ilarità a Copenaghen, Panama City e Ottawa. Sembra difficile immaginare che i Marines americani invadano il territorio di un altro Paese della Nato, come sarebbe un’azione di forza in Groenlandia: a Panama tuttavia sono già sbarcati, durante la presidenza di Bush padre, e una guerra commerciale con il Canada potrebbe essere imminente. Ecco una mappa di cosa c’è dietro le sparate di Trump e di quello che può realisticamente succedere.

Groenlandia

(afp)

“Abbiamo bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale”, ha dichiarato il presidente-eletto nella conferenza stampa. Trump si è riferito al traffico di navi cinesi nel mare dell’Artico, tacendo di quello, peraltro più consistente, della Marina russa. In effetti l’immenso territorio autonomo danese giace sulla rotta più breve tra Europa e America, oltre che sulla porta d’ingresso del Polo Nord, potenziale nodo strategico dal punto di vista sia militare che commerciale. Gli Stati Uniti hanno inoltre in Groenlandia una importante base spaziale, anche questa, in prospettiva, legata a obiettivi non limitati alle esplorazioni scientifiche del cosmo.

Ma ci sono anche altre motivazioni per il suo rinnovato desiderio di avere “la proprietà” della Groenlandia, come ha detto più volte. Lo scioglimento dei ghiacci, causato dal cambiamento climatico (fenomeno che, paradossalmente, Trump nega o minimizza), permette e permetterà sempre di più, anche in questa terra glaciale, perforazioni alla ricerca di minerali preziosi come rame, litio, nichelio e cobalto, essenziali per le industrie in rapida crescita che producono batterie elettriche per automobili, turbine a vento e trasmettitori. Il ritiro dei ghiacci è già avvenuto su circa 30 mila chilometri della Groenlandia, un’area pari a quella di Lombardia e Trentino Alto-Adige, e continua a ritmo sostenuto.

Il cambiamento del clima apre inoltre nell’estremo nord della Terra un nuovo passaggio di grande importanza geopolitica: la navigazione dall’Europa occidentale all’Estremo Oriente è più breve del 40 per cento rispetto a quella attraverso il canale di Suez. Già nello scorso decennio il traffico marittimo nella zona dell’Artico è aumentato del 37 per cento. “La Groenlandia non è in vendita”, è la risposta del governo di Copenaghen alle affermazioni di Trump. Ma dietro la sdegnata reazione si intravedono timori che sia necessario trovare un’intesa: le autorità danesi si sono affrettate a sottolineare la volontà di “stretta cooperazione” con Washington nell’area dell’Artico. “Il futuro della Groenlandia sarà deciso soltanto dai groenlandesi”, afferma a sua volta il governo autonomo dell’isola, ma anche questo è un “no” pieno di possibili sfumature.

In aprile in Groenlandia si vota. I sondaggi dicono che la maggior parte della popolazione è favorevole all’indipendenza dalla Danimarca. L’indipendenza costerebbe tuttavia la perdita dei sussidi economici danesi da cui almeno finora dipende la sopravvivenza del loro territorio, grande la metà dell’Europa, con una popolazione di meno di 60 mila abitanti. L’unico modo per garantire il futuro economico dell’isola senza gli aiuti della Danimarca sarebbero ingenti investimenti esteri, sia per lo sfruttamento delle risorse minerarie del sottosuolo, sia per fare della Groenlandia una nuova meta turistica: ed è su questo punto che Trump promette ai groenlandesi un dorato domani.

Non a caso Don junior, suo figlio, arrivato ieri sull’isola per una visita di un giorno, ne ha decantato la bellezza del panorama, sottolineando di essere venuto “per turismo”. Anche senza mandare i Marines a fare la guerra contro un alleato della Nato, scenario che metterebbe in crisi la stessa ragione di esistere dell’Alleanza Atlantica, Trump ha dunque varie carte da giocare per cercare di portare gradualmente la Groenlandia verso l’America. Non è detto che ci riuscirà. Ma la partita è aperta.

C’è anche un precedente storico sull’acquisto di uno sterminato territorio del Grande Nord da parte dell’America: quello dell’Alaska, ceduta a Washington nel 1867 dalla Russia per appena due milioni di dollari. Gli zar non sapevano che farsene. Pochi anni dopo la vendita, in Alaska fu scoperto l’oro e, più tardi, il petrolio.

Canale di Panama

(afp)

Il canale che attraverso l’istmo di Panama, permettendo alle navi cargo di passare dall’Atlantico al Pacifico senza bisogno di fare il giro del continente americano fino a Capo Horn, fu costruito dagli Stati Uniti a partire dal 1904 e inaugurato dieci anni dopo. Fu Washington a favorire a tale scopo l’indipendenza di Panama, fino ad allora parte della Colombia, mantenendo tuttavia in cambio il pieno controllo dell’area del canale. Il trattato firmato dal presidente americano Jimmy Carter nel 1977 con le autorità locali avviò la restituzione del canale a Panama, avvenuta nel 1999. Nella conferenza stampa di Mar-a-Lago Trump ha falsamente affermato che il canale è adesso in mano alla Cina: “Noi lo abbiamo dato a Panama, ma ora è dei cinesi”. È vero però che Pechino ha la proprietà di due porti alle imboccature del canale lungo le coste panamensi, sui quali ha investito grandi somme e allargato infrastrutture, facendo sentire anche lì, come in Africa e altrove, l’influenza della sua forza economica. Trump lamenta anche il fatto che alle navi americane vengono fatte pagare “cifre esorbitanti” per attraversare il canale: anche questa una parziale menzogna, nel senso che tutte le navi, non soltanto quelle americane, sono costrette a pagare un pedaggio extra, fino a svariati milioni di dollari per ogni traversata, se vogliono avere la precedenza e non essere costrette a lunghe attese per il transito, a causa dell’abbassamento delle acque del canale (anche questo un effetto del cambiamento climatico), che in certi periodi dell’anno, durante la siccità, riduce del 30-40 per cento il numero di imbarcazioni che possono attraversarlo.

L’ipotesi di un’invasione americana per riprendere il controllo del canale è meno fantapolitica di una invasione della Groenlandia, perché c’è un precedente abbastanza recente: nel 1989 il presidente Bush spedì i Marines a Panama per “proteggere la vita dei cittadini americani lì residenti, difendere la democrazia e i diritti umani, combattere il narcotraffico e garantire la neutralità del canale secondo quanto previsto dal trattato del 1977”. Nella breve invasione morirono 23 soldati Usa e 450 panamensi, più un numero di civili stimato fra 200 e 4 mila. Le forze americane catturarono il leader panamense Manuel Noriega e lo portarono in Florida, dove venne processato per corruzione e traffico di droga, e condannato a 40 anni di carcere. La piccola Panama, con 4 milioni di abitanti e scarse difese militari, non potrebbe fare molto contro un eventuale nuovo attacco degli Stati Uniti, che avrebbe tuttavia ripercussioni a livello internazionale. Può darsi che Trump minacci l’uso della forza per riprendersi il canale soltanto per ottenere un diverso trattamento per le navi americane. Ma non è escluso che abbia anche altri progetti.

Canada

(ansa)

“E’ più probabile una battaglia a palle di neve all’inferno che la possibilità dell’annessione del Canada da parte degli Stati Uniti”, ha commentato ironicamente il primo ministro dimissionario canadese Justin Trudeau dopo le affermazioni di Trump. E in effetti sembra assolutamente improbabile che il Canada diventi il cinquantunesimo Stato degli Usa, come ventilato dal presidente-eletto americano. Trump ha detto che “sarebbe molto bello” se la lunga linea di confine tra i due Paesi scomparisse, lamentando lo squilibrio commerciale fra Washington e Ottawa, anche se ha citato cifre false: si tratta di 40 non di 200 miliardi di dollari a favore del Canada. Le due nazioni parlano la stessa lingua e hanno una cultura simile, ma sono differenti sotto numerosi aspetti, a cominciare dall’assistenza sociale e dalla Sanità pubblica. Diversamente dalla Groenlandia, Trump si limita a parlare di “forza economica” per conquistare il Canada. L’impressione, tuttavia, è che l’imminente nuovo capo della Casa Bianca non voglia veramente annettere il suo grande (due volte l’Europa) ma poco popoloso (40 milioni di abitanti) vicino di casa nordico: dietro il suo intervento potrebbe esserci soltanto la guerra già minacciata da Trump a colpi di aumenti dei dazi doganali, appunto con lo scopo di riequilibrare la bilancia commerciale per favorire le importazioni americane. Di certo c’è, tuttavia, che la sua campagna anti-canadese ha contribuito alle dimissioni di Trudeau e che la battaglia commerciale, se ci sarà, sarà combattuta contro un nuovo premier canadese “anatra zoppa”, ovvero in procinto di affrontare una campagna elettorale in cui i sondaggi predicono la vittoria dell’opposizione conservatrice, molto più vicina alle idee di The Donald.

Dalla Groenlandia al canale di Panama, fino al Canada, così come a sud con il Messico (“completeremo il muro e ribattezzeremo Golfo d’America il Golfo del Messico” ha detto il presidente-eletto) e altrove, Trump mostra i muscoli della prima superpotenza economica e militare al mondo su fronti per così dire minori, anche per fare vedere ad avversari più temibili, come Cina e Russia, e pure agli alleati, nel Regno Unito e nella Ue, che con lui alla Casa Bianca cambierà tutto.

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