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Una sponda con l’Italia e gli europei: ecco perché Teheran ha accettato la svolta sul caso Sala

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A pochi giorni dai nuovi colloqui a Ginevra sul nucleare, il presidente iraniano voleva chiudere lo scontro diplomatico con Roma. La vera paura per gli ayatollah è Trump
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Con il rischio di trovarsi al centro di una tempesta perfetta, tra la crisi del petrolio e le pressioni israeliane per un attacco contro i siti nucleari, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha provato a disinnescare almeno una delle mine piazzate sulla strada del suo governo, in carica da soli 5 mesi: l’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala, che aveva aperto un caso diplomatico con l’Italia. La portavoce dell’esecutivo, Fatemeh Mohajerani, ieri aveva detto che il fermo della reporter «non è stato una ritorsione» per l’arresto dell’ingegnere Abedini Najafabadi, concetto ribadito due giorni fa anche dal ministero degli Esteri guidato da Abbas Araghchi .

Mohajerani aveva fatto appello «alla saggezza della magistratura» iraniana affinché la «questione venisse risolta rapidamente», e aveva parlato del lavoro che «l’apparato diplomatico» stava portando avanti per chiudere in fretta il caso, lasciando intendere che il piano politico accompagnava ma non necessariamente coi…

Con il rischio di trovarsi al centro di una tempesta perfetta, tra la crisi del petrolio e le pressioni israeliane per un attacco contro i siti nucleari, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha provato a disinnescare almeno una delle mine piazzate sulla strada del suo governo, in carica da soli 5 mesi: l’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala, che aveva aperto un caso diplomatico con l’Italia. La portavoce dell’esecutivo, Fatemeh Mohajerani, ieri aveva detto che il fermo della reporter «non è stato una ritorsione» per l’arresto dell’ingegnere Abedini Najafabadi, concetto ribadito due giorni fa anche dal ministero degli Esteri guidato da Abbas Araghchi .

Mohajerani aveva fatto appello «alla saggezza della magistratura» iraniana affinché la «questione venisse risolta rapidamente», e aveva parlato del lavoro che «l’apparato diplomatico» stava portando avanti per chiudere in fretta il caso, lasciando intendere che il piano politico accompagnava ma non necessariamente coincideva con quello giudiziario. A Teheran, gli osservatori più attenti delle dinamiche interne al sistema concordano nel sostenere che il governo non fosse stato avvertito dell’arresto di Sala, che il presidente Pezeshkian ha reagito con durezza alla notizia e che il caso dimostra che pezzi di apparato seguono agende diverse.

Pezeshkian, che si è fatto eleggere promettendo di spezzare l’isolamento dell’Iran con la rimozione delle sanzioni, ha due crisi simultanee da gestire. La prima è interna: il rial ha perso il 35% del suo valore in sei mesi. Nelle scorse settimane, il governo ha dovuto ordinare blackout di scuole, uffici e industrie per via della crisi energetica causata dall’embargo, e questo nel Paese terzo al mondo per riserve di petrolio e gas naturale. Presto l’esecutivo potrebbe essere anche costretto ad aumentare i prezzi dei carburanti, una mossa che in passato ha causato proteste diffuse. L’altro fronte è quello esterno.

Da quando si è insediato, a giugno, Pezeshkian si è trovato di fronte un mondo mutato. Il giorno del suo giuramento, gli israeliani hanno ammazzato il capo di Hamas Haniyeh in un edificio governativo a Teheran, sotto gli occhi dell’intelligence. Di lì, l’escalation è stata costante: la guerra con Israele è uscita dall’ombra, mentre gli alleati dell’Iran nella regione subivano i colpi del conflitto in Libano e il collasso di Assad in Siria. Tra dodici giorni, alla Casa Bianca si insedierà Trump, che durante il suo primo mandato adottò una politica di massima pressione economica contro l’Iran e ordinò l’uccisione del suo stratega più arguto e influente, il generale Qassem Soleimani.

Israele preme per «neutralizzare» la minaccia del nucleare iraniano, Trump dovrà scegliere come, se «con i negoziati o ordinando uno strike militare», scrive il quotidiano Axios solitamente bene informato. «Diversi consiglieri di Trump ammettono in privato che il programma iraniano è ormai così avanzato che la strategia (della massima pressione, ndr) potrebbe non essere efficace. Ciò rende l’opzione militare una possibilità concreta». Due giorni fa, il presidente francese Emmanuel Macron ha definito la questione del nucleare iraniano vicina «a un punto di non ritorno». Lunedì prossimo gli iraniani incontreranno a Ginevra i rappresentanti dell’E3, Germania, Regno Unito e Francia, per discutere di nucleare. L’obiettivo è la ripresa dei negoziati con l’Ue e l’America, ma per portare il confronto sul piano della diplomazia Teheran ha bisogno di alleati in Europa, di Paesi storicamente non ostili come l’Italia.

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