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La mossa di Zuckerberg: “Stop al fact-checking su Meta”

(afp)

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Così il fondatore di Facebook recupera il rapporto con Donald. La decisione vale solo per gli Stati Uniti
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WASHINGTON — Le elezioni del 5 novembre sono «un punto di svolta culturale», perciò Meta si adegua. Il modo in cui Mark Zuckerberg ha spiegato ieri la fine dei controlli sui contenuti pubblicati da Facebook dimostra che è una svolta epocale, che per il momento vale solo per gli Stati Uniti e ha implicazioni assai più ampie del “fact checking”. Perché secondo lui la vittoria di Trump ha indicato la volontà degli americani di «dare la priorità alla libertà di espressione», anche se il prezzo da pagare è riaprire la porta alle bugie messe sistematicamente in circolazione proprio per compromettere il processo democratico.

Quindi ha attaccato duramente l’Europa: «Lavoreremo col presidente Trump per respingere i governi di tutto il mondo che se la prendono con le compagnie americane e premono per una censura maggiore». Ossia noi, perché abbiamo «un sempre crescente numero di leggi che istituzionalizzano la censura e rendono più difficile realizzare qualsiasi innovazione lì».

Nel 2016 Face…

WASHINGTON — Le elezioni del 5 novembre sono «un punto di svolta culturale», perciò Meta si adegua. Il modo in cui Mark Zuckerberg ha spiegato ieri la fine dei controlli sui contenuti pubblicati da Facebook dimostra che è una svolta epocale, che per il momento vale solo per gli Stati Uniti e ha implicazioni assai più ampie del “fact checking”. Perché secondo lui la vittoria di Trump ha indicato la volontà degli americani di «dare la priorità alla libertà di espressione», anche se il prezzo da pagare è riaprire la porta alle bugie messe sistematicamente in circolazione proprio per compromettere il processo democratico.

Quindi ha attaccato duramente l’Europa: «Lavoreremo col presidente Trump per respingere i governi di tutto il mondo che se la prendono con le compagnie americane e premono per una censura maggiore». Ossia noi, perché abbiamo «un sempre crescente numero di leggi che istituzionalizzano la censura e rendono più difficile realizzare qualsiasi innovazione lì».

Nel 2016 Facebook era stata coinvolta nello scandalo Cambridge Analytica, compagnia di consulenze politiche che aveva gestito la campagna digitale di Trump, usando i dati degli utenti del social di Zuckerberg a loro insaputa. Per questo, e le “fake news” generate in molti casi dalla Russia per influenzare le elezioni, Facebook aveva creato un meccanismo di controllo sui contenuti e bandito lo stesso Trump. Ora Mark si è inginocchiato e ha deciso che si era spinto troppo avanti, limitando la libertà di espressione, come gli rimproverava proprio Donald.

Perciò attraverso il nuovo “global policy chief” della compagnia Joel Kaplan, che per Trump aveva lavorato, ha annunciato la marcia indietro con tanto di mea culpa, cancellando misure «troppo restrittive e prone ad essere applicate con severità eccessiva. È venuto il momento di tornare alle nostre radici riguardo la libertà di espressione», perché il “fact checking” ha «raggiunto un punto dove ci sono troppi errori e troppa censura». Il settore verrà chiuso e spostato dalla liberal California al conservatore Texas, per evitare anche l’apparenza che i dipendenti abbiano preferenze politiche. Facebook adotterà le “community notes” già scelte da X: saranno gli utenti ad aggiungere precisazioni sull’accuratezza delle informazioni, se lo riterranno necessario e ne saranno capaci. Non a caso Elon Musk ha esultato. Lo stesso Zuckerberg ha spiegato che si tratta di un “trade-off”, un baratto: «Significa che scopriremo meno roba cattiva, però ridurremo il numero delle persone innocenti i cui post e account sono stati accidentalmente bloccati».

È un ragionamento che in teoria avrebbe senso, se non ci fosse la storia recente a smentirlo. Perché la disinformazione digitale non è stata un danno collaterale della libertà di informazione, provocato dall’ignoranza in buona fede dei suoi utenti. Se così fosse, si potrebbe porre onestamente il pubblico davanti alla scelta tra più comunicazione, in cambio del rischio che alcuni contenuti siano accidentalmente sbagliati.

La verità però è che la disinformazione, come hanno dimostrato le inchieste di intelligence e magistrati in diversi Paesi, inclusi Usa e Italia, è stata un’operazione condotta da agenti statali e politici con l’intenzione di sviare il pubblico, influenzando elezioni e democrazia. Lo ha fatto lo stesso Trump, usando i social per negare di aver perso nel 2020, bugia risultata poi nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Quindi togliere i controlli professionali, accurati ed equi sui contenuti di Facebook, significa riaprire le porte a queste distorsioni intenzionali del dibattito pubblico. Con tutte le prevedibili conseguenze per la democrazia.

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