Los Angeles, il mito di Pacific Palisades: “Quando dormivo in spiaggia sulle tracce di Henry Miller”
di Enrico FranceschiniPer qualche tempo, molti anni fa, ho abitato anch’io a Pacific Palisades, il quartiere di Los Angeles quasi completamente bruciato per l’incendio che sta devastando la metropoli californiana. “Abitato” è un eufemismo, perché non avevo un’abitazione sopra la testa: dormivo in sacco a pelo, su una spiaggia appropriatamente denominata Sunset Beach, perché sorgeva in fondo a Sunset Boulevard, il celebre viale, lungo 40 chilometri, che attraversa a zig-zag la città.
Ma in quell’estate del 1979 avevo 23 anni, ero riuscito a completare insieme a due compagni di università il classico viaggio coast-to-coast (in autostop e Greyhound, i bus con il levriero dipinto sulle fiancate) da un capo all’altro dell’America, e addormentarmi davanti all’oceano P…
Per qualche tempo, molti anni fa, ho abitato anch’io a Pacific Palisades, il quartiere di Los Angeles quasi completamente bruciato per l’incendio che sta devastando la metropoli californiana. “Abitato” è un eufemismo, perché non avevo un’abitazione sopra la testa: dormivo in sacco a pelo, su una spiaggia appropriatamente denominata Sunset Beach, perché sorgeva in fondo a Sunset Boulevard, il celebre viale, lungo 40 chilometri, che attraversa a zig-zag la città.
Ma in quell’estate del 1979 avevo 23 anni, ero riuscito a completare insieme a due compagni di università il classico viaggio coast-to-coast (in autostop e Greyhound, i bus con il levriero dipinto sulle fiancate) da un capo all’altro dell’America, e addormentarmi davanti all’oceano Pacifico, dove andavo a tuffarmi ogni mattina appena sveglio, sembrava la sistemazione perfetta, oltre che assai economica.
Non eravamo arrivati a Pacific Palisades per caso: sapevamo da articoli di giornale che lì viveva un eroe delle nostre letture giovanili, Henry Miller, autore di “Tropico del cancro” e altri romanzi grondanti spirito di avventura e sesso, due ingredienti di grande attrattiva, specie per un pubblico intorno ai vent’anni. Dopo una esistenza di alcuni anni a Parigi, precaria dal punto di vista dei soldi ma estremamente fruttuosa come fonte di ispirazione letteraria, poi una più lunga permanenza sulla costa del nord della California, a Big Sur, in una casa isolata nell’omonimo parco nazionale, in età avanzata lo scrittore si era trasferito in questo angolo di L.A. in cerca di maggiore comfort, senza perciò dover rinunciare a tranquillità e riservatezza.
Fondata nel 1921 da pellegrini metodisti, Pacific Palisades confina a sud con Santa Monica e a nord con Malibù, ma non ha niente in comune con quelle due località da Vip, mantenendo l’atmosfera del villaggio: i suoi 25 mila abitanti si conoscono praticamente tutti fra loro. Pur essendo costellata (prima del rogo odierno) di residenze che costano in media 3 milioni di dollari l’una, non è difficile capire il motivo per cui Miller ci si rifugiò, a dipingere acquarelli (era bravissimo anche in questo), avendo ormai scritto tutto ciò che voleva scrivere.
Non a caso, prima di lui, aveva attirato altri intellettuali e artisti, tra i quali Thomas Mann e Theodor Adorno. Ciononostante, ha ospitato anche qualche miliardario, come il petroliere J. Paul Getty, che nel 1954 aprì sulla highway sottostante Villa Getty, un museo in cui raccolse la sua considerevole collezione di statue e oggetti sulla cultura greca e romana.
E non sono mancati, in epoca più recente, i divi del cinema: da Dolores del Rio a Jerry Lewis, da Ben Affleck a Goldie Hawn, da Arnold Schwarzenegger (che lasciato il grande schermo è stato due volte governatore della California) a Ronald Reagan (che dopo la celluloide è stato due volte presidente degli Stati Uniti). A Pacific Palisades visse pure Kobe Bryant, il grande campione di basket, morto nel 2020 in un tragico incidente d’elicottero.
Fiduciosi dell’atmosfera da villaggio, andammo in giro a chiedere dove abitasse Miller, pronti a bussare alla sua porta, presentarci come suoi fan italiani e chiedergli un autografo. Puntammo su luoghi che dovevano sapere chi fosse: la biblioteca locale, una galleria d’arte e l’ufficio postale. Ma nessuno aprì bocca.
Fu il postino a convincerci a desistere: “È molto anziano, non sta bene di salute, lasciatelo in pace”. Sarebbe morto, infatti, l’estate successiva, a 88 anni. In compenso, qualche giorno dopo, in un quartiere di Los Angeles più a sud e meno chic, San Pedro, scovammo la casa di un secondo nostro eroe letterario, Charles Bukowski: e lui, aperta la porta in mutande, alle due di un assolato pomeriggio, ci invitò ad andare a comprare birra, poiché l’aveva finita, per tornare a berla in sua compagnia, come facemmo. Ma questa è un’altra storia.