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Percival Everett: “Siamo barricati in casa con le mascherine. Là fuori c’è l’apocalisse”

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L’intervista allo scrittore che vive a Pasadena raggiunta dagli incendi che stanno devastando Los Angeles: “Il vento porta con sé le scintille e apre nuovi fronti: nessun posto è al sicuro”
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Sono barricato in casa con la mia famiglia. Uno degli incendi che in queste ore sta devastando Los Angeles ha raggiunto anche l’area a nord di Pasadena, la città dove vivo con mia moglie e i miei due figli. Fortunatamente siamo piuttosto lontani dalle fiamme e, almeno per ora, ci sentiamo al sicuro. Ma diversi nostri amici che vivono in altri quartieri sono stati costretti ad evacuare. Alcuni sono venuti a stare con noi proprio stamattina».

Percival Everett è lo stimato scrittore afroamericano autore di 24 romanzi: compreso quel Cancellazione, datato 2001, diventato il film da Oscar American Fiction. E il più recente James, che gli ha appena fatto vincere il National Book Award e che Steven Spielberg ha opzionato per farne un lungometraggio alla cui sceneggiatura stanno lavorando insieme.

Al telefono la sua voce arriva lontana come un sussurro: «L’aria è irrespirabile, impregnata di fumo. Abbiamo tutte le finestre chiuse e siamo dentro con le mascherine, costretti a indossarle notte…

Sono barricato in casa con la mia famiglia. Uno degli incendi che in queste ore sta devastando Los Angeles ha raggiunto anche l’area a nord di Pasadena, la città dove vivo con mia moglie e i miei due figli. Fortunatamente siamo piuttosto lontani dalle fiamme e, almeno per ora, ci sentiamo al sicuro. Ma diversi nostri amici che vivono in altri quartieri sono stati costretti ad evacuare. Alcuni sono venuti a stare con noi proprio stamattina».

Percival Everett è lo stimato scrittore afroamericano autore di 24 romanzi: compreso quel Cancellazione, datato 2001, diventato il film da Oscar American Fiction. E il più recente James, che gli ha appena fatto vincere il National Book Award e che Steven Spielberg ha opzionato per farne un lungometraggio alla cui sceneggiatura stanno lavorando insieme.

Al telefono la sua voce arriva lontana come un sussurro: «L’aria è irrespirabile, impregnata di fumo. Abbiamo tutte le finestre chiuse e siamo dentro con le mascherine, costretti a indossarle notte e giorno. Non è sano, ma in questo momento è molto complicato provare ad allontanarsi, con le evacuazioni in atto. E poi per andare dove? C’è gente che è scappata a sud, per trovare altre fiamme anche lì. Appena il vento fortissimo cambia direzione trasporta le scintille verso altre zone aride, aprendo nuovi fronti. Difficile stabilire dove si è davvero al sicuro».

Come state?

«Siamo tutti molto scossi. In passato ho vissuto in un ranch lontano dalla città, e di grandi incendi ne ho già visti almeno tre. Ma mai nulla del genere. L’intera area metropolitana di Los Angeles è circondata dalle fiamme, anche se a macchia di leopardo. Non sono ancora uscito, perché le autorità invitano chi non è in aree strettamente minacciate a starsene in casa, per lasciare le strade libere a vigili del fuoco e mezzi di soccorso. Sento il rombo degli aerei da casa, le sirene, e sono attaccato ai notiziari. Da queste parti il vento si sta un po’ calmando e questo mi fa sperare. Ma so che in molte zone l’atmosfera è apocalittica. A downtown, per dire, è il caos: l’evacuazione sta provocando ingorghi spaventosi, ci sono già saccheggi di case e negozi e la gente è esasperata, dunque molto aggressiva. Molti hanno perso tutto, sono disperati».

Lei insegna alla University of Southern California: com’è la situazione nei campus?

«Fortunatamente le lezioni non erano ancora riprese: avremmo dovuto ricominciare lunedì. Dunque molti studenti non erano ancora rientrati e naturalmente gli è già stato chiesto di non rientrare fino a nuovo ordine. Certo, il fuoco è molto vicino al campus dove insegno: non so come finirà. D’altronde, temo che quasi tutto ciò che era previsto a Los Angeles verrà deragliato: non solo i programmi di scuole e università, ma anche l’attività degli studios, costretti a interrompere la produzione di film e serie tv. Perfino l’annuncio delle nomination agli Oscar è slittato. Chissà come e quando la città riuscirà a riprendersi».

La situazione è difficile, eppure è già scoppiata una dura polemica politica...

«Incredibile, ma è così. Invece di preoccuparsi delle condizioni della gente e dei morti che ci sono già stati, Donald Trump e il suo amico Elon Musk stanno già attaccando il governatore della California Gavin Newsom e la sindaca di Los Angeles Karen Bass: accusandoli di non aver calcolato i bisogni d’acqua della città. Evidentemente non perdonano alla California di aver votato per i democratici. Newsom, poi, è considerato uno dei nuovi potenziali leader dei dem e Trump lo considera un suo personale nemico. Già durante la campagna elettorale ha ripetutamente minacciato di tagliare i fondi per i disastri in California. Per fortuna c’è ancora Biden che ha già stanziato risorse di emergenza. Ma è facile accusare quando non si è ancora in ruoli di responsabilità: se Trump fosse già alla Casa Bianca non parlerebbe così perché sarebbe un disastro che gli toccherebbe gestire. Certo, potrà usare quei fondi come arma di ricatto. Ma voglio pensare che anche i suoi ne sarebbero indignati»

Quelle accuse hanno qualche fondatezza?

«Ma figuriamoci. Sono i cambiamenti climatici a causare i disastrosi incendi della California: proprio quelli che Trump nega. La verità è che Los Angeles è una città immensa, una metropoli che riassume in sé tutte le contraddizioni del mondo. Infatti, stanno bruciando le case di tutti: quelle dei ricchi e quelle dei poveri, quelle dei bianchi e quelle degli afroamericani, degli asiatici, dei latini. Insomma, il fuoco arriva per tutti. Quello che sta succedendo qui, presto potrebbe accadere altrove. Riguarda tutti».

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