✕

Il generale Aoun eletto presidente, per il Libano si apre una nuova era

(afp)

Ascolta l'audio

Dopo la sconfitta di Hezbollah e la caduta di Assad in Siria, l’ex capo dell’esercito chiude una fase stallo durata due anni. Sostenuto da Stati Uniti, Arabia Saudita e Francia, promette “un Paese neutrale che avrà il monopolio delle armi”
2 minuti di lettura

Il generale Joseph Aoun entra in Parlamento in abiti civili, completo scuro, camicia bianca e cravatta grigia, insieme alla moglie Neemat. La prima conta è una fumata nera. La seconda, intorno a mezzogiorno, segna l’inizio di una nuova era politica in Libano.

Dopo uno stallo istituzionale di due anni, con un governo screditato e ridotto alla mera gestione corrente, e una crisi economica da far tremare i polsi, il 61enne cristiano-maronita è il nuovo presidente, la quinta volta che un soldato assume l’incarico nella storia del Paese. La sua vittoria segna un passaggio storico, dopo anni di dominio iraniano: Aoun era il candidato degli americani e dei sauditi, che tornano a giocare una loro partita in Libano approfittando della debolezza di Hezbollah, e promettendo soldi per la ricostruzione.

Il partito di Dio aveva un suo nome per la presidenza, Suleiman Frangieh, ma si è infine ritirato dalla corsa: la fragilità del movimento e le pressioni internazionali hanno lasciato agli Hezboll…

Il generale Joseph Aoun entra in Parlamento in abiti civili, completo scuro, camicia bianca e cravatta grigia, insieme alla moglie Neemat. La prima conta è una fumata nera. La seconda, intorno a mezzogiorno, segna l’inizio di una nuova era politica in Libano.

Dopo uno stallo istituzionale di due anni, con un governo screditato e ridotto alla mera gestione corrente, e una crisi economica da far tremare i polsi, il 61enne cristiano-maronita è il nuovo presidente, la quinta volta che un soldato assume l’incarico nella storia del Paese. La sua vittoria segna un passaggio storico, dopo anni di dominio iraniano: Aoun era il candidato degli americani e dei sauditi, che tornano a giocare una loro partita in Libano approfittando della debolezza di Hezbollah, e promettendo soldi per la ricostruzione.

Il partito di Dio aveva un suo nome per la presidenza, Suleiman Frangieh, ma si è infine ritirato dalla corsa: la fragilità del movimento e le pressioni internazionali hanno lasciato agli Hezbollah un’unica alternativa, Aoun o niente. Lo hanno votato, forse riuscendo a strappare il ministero delle Finanze - secondo indiscrezioni raccolte da Repubblica - e rassicurazioni sulla ricostruzione del sud sciita, la loro comunità. Ma è comunque una sconfitta politica, e non sarebbe potuta accadere un anno fa.

Due date hanno segnato il cambio di fase: il 27 settembre e l’8 dicembre, l’uccisione di Hassan Nasrallah, il leader storico di Hezbollah, e la caduta di Assad in Siria, alleato decennale degli sciiti libanesi. In mezzo, la guerra aperta israeliana che ha fatto 4mila morti e distrutto gran parte dell’arsenale del partito-milizia, con un effetto domino anche su Damasco, che ha frantumato il cosiddetto Asse della Resistenza guidato dall’Iran. Il primo compito del nuovo leader sarà far rispettare il cessate il fuoco che scade a fine mese, con il ritiro dell’Idf dal Libano meridionale e l’arretramento di Hezbollah a nord del fiume Litani.

Nel discorso al parlamento, Aoun ha chiarito che solo lo Stato d’ora in poi avrà il «monopolio delle armi», un’allusione esplicita a Hezbollah, si è impegnato a riformare la giustizia, a «rimuovere l’occupazione israeliana da tutti i territori libanesi» e a ricostruire il sud. Ha evocato un Paese «neutrale» in linea con la storia di un piccolo stato multiconfessionale in mezzo a una regione dilaniata da conflitti settari. E ha promesso una trasformazione radicale della mentalità pubblica: «Discuterò una strategia di difesa perché lo Stato, e sottolineo la parola “Stato”, si opponga all’invasione israeliana». Tradotto: basta con l’idea che sia Hezbollah il titolare della “resistenza”.

Nato a Aishieh, nella provincia cristiana di Jezzine, due lauree, due figli, Aoun si è arruolato nelle forze speciali nel 1985 e ha rapidamente scalato i ranghi dell’esercito fino a diventarne comandante nel 2017. Parla correntemente inglese e francese, ha fama di uomo discreto, non frequenta il jet set beirutino e si è speso moltissimo per i suoi soldati nel momento peggiore, quando il collasso economico del 2019 ha devastato i reparti, lasciando molti militari senza salario e in alcuni casi senza neppure le divise. Nei frequenti viaggi a Washington ha cercato fondi e supporto, ricevendolo anche dai francesi. In Libano, uno Stato in bancarotta, l’esercito è considerato l’unica istituzione che ancora funziona e Aoun una personalità integra, capace di tenere insieme un mosaico composito come le Laf, le Lebanese armed forces, che hanno tra le loro fila sciiti, sunniti, drusi, cristiani. Il generale in pensione Amine Hoteit, un tempo suo comandante di brigata, l’ha definito «un patriota completamente non settario».

La sua elezione è un successo per il presidente Usa uscente Joe Biden, che con l’inviato Amos Hochestein ha lavorato dietro le quinte per arrivarci, insieme ai sauditi e ai francesi. Le reazioni internazionali sono entusiaste, Macron ha già prenotato una visita a Beirut, Berlino si schiera «al fianco di Aoun», l’Italia parla di un «buon amico». A Beirut l’atmosfera è di ottimismo, molti libanesi sperano in un nuovo Foaud Chehab - il comandante dell’esercito che costruì le istituzioni nazionali tra gli anni ‘50 e ‘60 - aspettando gli aiuti promessi per rimettersi in piedi.

Leggi i commenti