New York — L’uomo più ricco al mondo, Elon Musk, ha puntato su Donald Trump durante la campagna elettorale. Il secondo più ricco, Jeff Bezos, lo ha fatto una settimana prima del voto vietando al suo giornale, il Washington Post, di schierarsi con l’avversaria Kamala Harris. Il terzo, Mark Zuckerberg, è arrivato per ultimo, dopo il risultato delle presidenziali, ma lo sta facendo alla velocità di uno sprinter. In poche settimane è andato in processione a Mar-a-Lago, ha elogiato Trump in un podcast, e deriso il presidente degli Stati Uniti Biden.
Dopo aver annunciato che Meta - di cui fanno parte Facebook, Instagram, Whatsapp e Threads - non utilizzerà più i fact-checker (gli addetti al controllo della veridicità delle informazioni pubblicate) per i contenuti pubblicati sulle sue piattaforme, Zuckerberg ha deciso la cancellazione immediata dei programmi per favorire l’inclusione, definiti dall’acronimo Dei, “Diversity, Equity, and Inclusion”. «Il panorama giuridico e politico per gli s…
New York — L’uomo più ricco al mondo, Elon Musk, ha puntato su Donald Trump durante la campagna elettorale. Il secondo più ricco, Jeff Bezos, lo ha fatto una settimana prima del voto vietando al suo giornale, il Washington Post, di schierarsi con l’avversaria Kamala Harris. Il terzo, Mark Zuckerberg, è arrivato per ultimo, dopo il risultato delle presidenziali, ma lo sta facendo alla velocità di uno sprinter. In poche settimane è andato in processione a Mar-a-Lago, ha elogiato Trump in un podcast, e deriso il presidente degli Stati Uniti Biden.
Dopo aver annunciato che Meta - di cui fanno parte Facebook, Instagram, Whatsapp e Threads - non utilizzerà più i fact-checker (gli addetti al controllo della veridicità delle informazioni pubblicate) per i contenuti pubblicati sulle sue piattaforme, Zuckerberg ha deciso la cancellazione immediata dei programmi per favorire l’inclusione, definiti dall’acronimo Dei, “Diversity, Equity, and Inclusion”. «Il panorama giuridico e politico per gli sforzi in materia di diversità, equità e inclusione negli Stati Uniti sta cambiando», ha dichiarato la vicepresidente alle risorse umane di Meta Janelle Gale in una nota interna citata da media americani.
Il team che seguiva le politiche inclusive è stato smantellato: Maxine Williams, figura chiave per il rispetto delle diversità, si occuperà di altro. Roy Austin, vicepresidente per i Diritti Civili, si è dimesso. Il “Diverse Slate Approach”, la politica aziendale in difesa dei diritti civili, «non è più attuale». Grazie a questi programmi, Meta aveva quasi raddoppiato il numero di dipendenti neri e ispanici. Questa linea non è più popolare nella Silicon Valley, e lo è ancora meno dopo la vittoria di Turmp, nemico della cultura woke, con cui viene definita l’attenzione a temi di giustizia sociale, uguaglianza e diritti civili.
Tutti i big tech sono andati in processione a Mar-a-Lago, da Bezos a Bill Gates, da Sam Altman di OpenAI a Tim Cook di Apple, e finanziato la cerimonia di inaugurazione di Trump, che il 20 gennaio a Washington giurerà come 47° presidente degli Stati Uniti. Zuckerberg ha dato un milione.
Dietro questa acrobatica inversione di un miliardario che fino a pochi mesi era stato minacciato da Trump, ancora furente per l’oscuramento dell’account dopo l’insurrezione del 6 gennaio e per la lotta alla disinformazione, c’è la volontà di utilizzare il futuro presidente come ariete per contrattaccare l’Unione Europea, che ha imposto alle piattaforme social restrizioni sulla protezione di dati e privacy, ordinato la rimozione di contenuti illegali e dannosi, chiesto il pagamento di più tasse e il contrasto alla disinformazione.
Lo stesso Musk, che si era autoproclamato paladino della crociata antiwoke, è a favore di una coalizione Big Tech che sostenga il presidente eletto, attacchi le democrazie europee, tolga ogni limitazione e faccia volare i profitti. Le organizzazioni che controllano la veridicità dei contenuti e i gruppi in difesa dei diritti Lgbtq sono in allarme: i social rischiano di essere ancora più invasi da notizie false, messaggi di odio e discriminatori. Biden ha definito «vergognosa» la decisione di abolire il fact-checking. Il fondatore di Meta, che si divide tra la baia di San Francisco e l’isola di Kauai, ha risposto difendendo la «libertà d’espressione» e accusato l’amministrazione americana di aver fatto pressione per rimuovere contenuti. Parole che sono piaciute molto a Trump, considerate l’ultimo omaggio di Zuckerberg all’ex nemico che tra meno di dieci giorni tornerà alla Casa Bianca.