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Markley, l’autore del libro che aveva previsto il disastro di Los Angeles: “È solo successo prima”

(afp)

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Intervista allo scrittore dell’apocalittico romanzo “Diluvio”. “E c’è ancora chi, come il presidente Trump, continua a negare il climate change”
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Stephen Markley, buongiorno. dove si trova in questo momento?

«A casa mia, per così dire: nel centro di Los Angeles, vicino a downtown».

E cosa vede dalla finestra?

«Un cielo pieno di fumo, un fumo come non avevo mai visto in vita mia».

Vede anche il fuoco?

«Sì, in lontananza, verso nord scorgo i margini dell’incendio al di sopra delle colline di Hollywood».

L’aria com’è?

«Sono stato poco fa in balcone e c’è un’aria acre, l’odore del fuoco arriva dappertutto. Durante la giornata sono uscito e in giro non si vede molta gente anche per via dell’aria irrespirabile: non a caso, più ti avvicini all’incendio, più si incontrano persone con la mascherina sul volto. Ho provato a fare la mia corsetta quotidiana e ho dovuto smettere quasi subito, perché tira u…

Stephen Markley, buongiorno. dove si trova in questo momento?

«A casa mia, per così dire: nel centro di Los Angeles, vicino a downtown».

E cosa vede dalla finestra?

«Un cielo pieno di fumo, un fumo come non avevo mai visto in vita mia».

Vede anche il fuoco?

«Sì, in lontananza, verso nord scorgo i margini dell’incendio al di sopra delle colline di Hollywood».

L’aria com’è?

«Sono stato poco fa in balcone e c’è un’aria acre, l’odore del fuoco arriva dappertutto. Durante la giornata sono uscito e in giro non si vede molta gente anche per via dell’aria irrespirabile: non a caso, più ti avvicini all’incendio, più si incontrano persone con la mascherina sul volto. Ho provato a fare la mia corsetta quotidiana e ho dovuto smettere quasi subito, perché tira un vento a 160 chilometri orari che impedisce letteralmente di andare avanti: il vento che ha sospinto le fiamme. Intorno a casa mia di solito corrono in tanti, ma in questi giorni non corre più nessuno».

Nelle mille pagine del suo apocalittico romanzo “Diluvio”, diventato un best-seller mondiale (anche in Italia, dove lo ha pubblicato qualche mese fa Einaudi Stile Libero), lei lo aveva predetto con una precisione impressionante.

«Il mio romanzo si basa su anni di ricerche: per questo ho predetto esattamente quello che sta succedendo. È successo soltanto un po’ prima di quanto io stesso immaginassi. Ma non era difficile da immaginare, anzi, era tutto previsto: i gas nocivi inviati dall’uomo nell’atmosfera cambiano sempre di più il clima: una conseguenza è che in California stiamo avendo l’inverno con meno pioggia a memoria d’uomo e la siccità ha contribuito a seccare le foreste, creando la tempesta perfetta quando dalle montagne di Sant’Ana si è alzato un vento più violento del normale. E il risultato è l’incendio peggiore nella storia di Los Angeles».

Colpa del cambiamento climatico prodotto dall’effetto serra, dunque, e proprio oggi è arrivata la notizia che la temperatura media della terra si è alzata di più di 1,5 gradi centigradi…

«L’incendio di Los Angeles è una delle conseguenze del clima estremo prodotto dall’uomo. Ci sarà ancora chi lo nega, naturalmente: nei prossimi quattro anni l’America sarà guidata da Donald Trump, da un presidente e da un’amministrazione che minimizzano o negano il cambiamento climatico, e che si apprestano ad aumentare, anziché ridurre, le emissioni di carbonio. Ma anche Trump passerà e intanto ci sono le autorità locali, a cominciare dal governatore democratico della California Gavin Newsom, ci sono gli altri governi della Terra, le organizzazioni internazionali, il G7, l’Onu».

L’incendio di Los Angeles, insomma, è soltanto l’inizio, non la fine della storia?

«È un monito per tutti, la prova generale. È, se mi si perdona il termine, il riscaldamento prima della gara. Se non ci danno la sveglia questi segnali d’allarme, cos’altro ci può svegliare? Ciò che sta accadendo a Los Angeles può accadere ovunque. Vogliamo aspettare che brucino tutte le città mondo? Finora i danni causati dal cambiamento climatico sembrano a molti di noi un problema astratto: vedere un’intera parte di Los Angeles distrutta, tutte quelle case rase al suolo dalle fiamme, dovrebbe dimostrarci quanto il problema è concreto ed urgente».

Lei è nato in Ohio 42 anni fa, ma vive da tempo in California. Cosa prova a vedere ridotta così la città in cui abita?

«Un grande dolore. Di più, uno shock, come provano tutti, anche coloro che, come me, lo avevano previsto e se lo aspettavano. Fortunatamente la parte centrale della città non è stata toccata dalle fiamme. Ma conosco bene Pacific Palisades, un angolo di paradiso fra Santa Monica e Malibù, ci sono stato tante volte a fare escursioni e passeggiate: è incredibile che sia scomparso, spazzato via come dalla furia di un uragano o di un bombardamento a tappeto».

Cos’altro aveva predetto il suo romanzo riguardo a quanto stiamo vedendo a Los Angeles?

«Le ramificazioni dell’incendio non si limitano alle case distrutte. Un altro aspetto è l’industria delle assicurazioni: il mio romanzo prevedeva che, di fronte al clima estremo, non sarebbe stata più un’industria sostenibile. Le agenzie di assicurazioni forse pagheranno i danni di questo rogo, ma faranno ancora polizze per case a rischio di essere divorate dalle fiamme? E se le faranno, quanto costerà assicurarsi contro un simile rischio? Abbiamo già assistito a qualcosa del genere in North Carolina dopo il recente uragano, qui la storia si ripete con l’incendio. La lezione è la stessa».

Los Angeles brucia, come Roma mentre Nerone suonava la cetra.

«Con la differenza che, in quel caso, il fuoco sembra sia stato appiccato dall’imperatore romano, in cerca di uno spettacolo per ispirare la sua musica. Stavolta in un certo senso lo ha appiccato l’umanità intera, con i propri errori, ignorando troppo a lungo il pericolo. Se non è clima estremo questo, che cos’è»?

La morale è che romanzi e film catastrofisti, incluso il suo, non sono più fantascienza o fantapolitica: basta guardare fuori dalla finestra per vedere la catastrofe?

«Purtroppo è proprio così. Mentre parlo al telefono con lei vedo dalla finestra del mio studio il fumo che offusca il cielo di Los Angeles. Qui in California ci aspettavamo il Big One, il grande terremoto, ma avremmo dovuto aspettarci anche questo: la catastrofe fantascientifica è diventata realtà».

Dopo “Diluvio” scriverà un sequel intitolato “Fuoco”?

«Ho impiegato dodici anni a scrivere “Diluvio”, non credo che scriverò un altro romanzo sullo stesso tema. Anche perché nel mio libro non ci sono soltanto i ghiacci che si sciolgono, gli oceani che inondano le terre, le piogge torrenziali degne del diluvio universale, ma anche appunto la faccia opposta del fenomeno: la siccità e gli incendi incontrollabili, come questo. Acqua e fuoco, le due forze primordiali da cui miliardi di anni fa nacque il nostro pianeta: non possiamo permettere che adesso le stesse forze lo distruggano».

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