Macerie e sopravvissuti, viaggio ad Altadena: “In guerra contro il fuoco per salvare le nostre case”
dal nostro inviato Paolo MastrolilliAltadena – E adesso? Ha senso ripulire, ricostruire, ostinarsi a restare, come sarebbe nelle radici della cultura americana, sapendo che ormai il clima è cambiato e il fuoco tornerà? Se lo chiedono gli abitanti di Altadena, la città alle porte di Los Angeles carbonizzata e rasa al suolo dall’incendio Eaton, guardando le rovine fumanti che ricordano piuttosto un teatro di guerra in Ucraina. Ma come spesso accade negli Stati Uniti, dietro a ogni tragedia c’è una storia. Questa comunità infatti era stata costruita dai neri durante la Great Migration degli anni Trenta, quando gli afroamericani fuggivano dalle persecuzioni delle leggi Jim Crow nel sud. Ci vive anche il fratello di Rodney King, il cui pestaggio da parte dei poliziotti aveva scatenato la rivolta del 1992. Allora arrendersi agli incendi non significherebbe anche rinunciare alla propria identità storica?
L’ufficiale della Guardia Naz…
Altadena – E adesso? Ha senso ripulire, ricostruire, ostinarsi a restare, come sarebbe nelle radici della cultura americana, sapendo che ormai il clima è cambiato e il fuoco tornerà? Se lo chiedono gli abitanti di Altadena, la città alle porte di Los Angeles carbonizzata e rasa al suolo dall’incendio Eaton, guardando le rovine fumanti che ricordano piuttosto un teatro di guerra in Ucraina. Ma come spesso accade negli Stati Uniti, dietro a ogni tragedia c’è una storia. Questa comunità infatti era stata costruita dai neri durante la Great Migration degli anni Trenta, quando gli afroamericani fuggivano dalle persecuzioni delle leggi Jim Crow nel sud. Ci vive anche il fratello di Rodney King, il cui pestaggio da parte dei poliziotti aveva scatenato la rivolta del 1992. Allora arrendersi agli incendi non significherebbe anche rinunciare alla propria identità storica?
L’ufficiale della Guardia Nazionale Chu non si pone questi interrogativi, quando apre il posto di blocco all’incrocio tra New York Drive e Hill Avenue, posizionato per impedire agli sciacalli di razziare le case abbandonate. Basta salire un paio di blocchi per incontrare le prime villette incenerite. In piedi c’è rimasto solo il camino con la sua canna fumaria, perché era costruita in pietra e quindi ha resistito. Il resto è andato. La casetta a fianco fa stringere ancora di più il cuore, perché nel giardinetto vedi i resti affumicati di un’altalena e lo scivolo metallico. Ci vivevano dei bambini, l’unica speranza è che siano riusciti a scappare in tempo.
Lungo Mendoncino, uno dei viali principali di questa cittadina fondata alle pendici delle montagne nella Angeles National Forest, la distruzione diventa ancora più angosciante. Non c’è una casa rimasta in piedi, capisci perché dicono che qui è come se fosse scoppiata una bomba. Le rovine fumano ancora, mentre qui e là vedi fiamme accese che continuano l’opera metodica di incenerimento. Dal viale di un villino mezzo carbonizzato esce un ragazzo con la mascherina per proteggersi dal fumo.
«Mi chiamo Wylie - racconta - e sono rimasto qui con mio padre, perché lui ha deciso che voleva difendere la nostra casa». Li per li pensi che sia ammattito, ma lui spiega: «Abbiamo inzuppato il giardino, il recinto, la base dei muri e il tetto di ritardanti chimici. Poi ci siamo messi a spruzzare acqua dove avanzavano le fiamme». Risultato: la villa dei vicini è rasa al suolo, mentre della loro qualcosa è rimasto in piedi. Altri che hanno fatto la stessa scelta, però, non sono stati così fortunati. Qui ad Altadena sono morte almeno sei persone, proprio perché hanno rifiutato di ascoltare gli ordini di evacuazione. Wylie però pensa di aver fatto la scelta giusta: «Questo quartiere è la mia vita. Frequento l’università all’Occidental College, proprio qui dietro, e non ho alcuna intenzione di andarmene. Ricostruiremo».
L’Occidental College è già un indizio piuttosto significativo. È l’università che aveva frequentato Barack Obama subito dopo la fine del liceo, trasferendosi qui dalle Hawaii. Si fece subito notare, con un discorso che sollecitava il presidente a terminare ogni investimento e collaborazione col Sudafrica, in modo da non alimentare l’apartheid. Allora capisci che dietro a queste rovine incenerite c’è una storia dentro alla storia.
La racconta Porsha, ragazza di colore che sta scavando in lacrime tra i resti della sua casa, nella speranza di trovare almeno qualche ricordo personale da salvare. «L’aveva comprata mia nonna per poche migliaia di dollari e poi l’aveva ampliata. Voleva che diventasse la base della nostra famiglia. Ma siccome conosceva gli stenti e la persecuzione da cui era fuggita, la teneva sempre aperta a chiunque avesse bisogno di aiuto». Cosa fare, dunque? Impuntarsi a restare, per salvare queste eredità storiche, oppure arrendersi alle realtà del riscaldamento globale e ricostruirsi una vita nuova altrove?
Peter Kalmus, climatologo della Nasa, la sua scelta l’aveva già fatta nel 2020 e l’ha spiegata con un editoriale sul New York Times: «Per 14 anni Altadena è stata la mia casa, il sogno della nostra famiglia. È una comunità bella, tranquilla, ospitale. Una meraviglia. Perciò avevo accettato un posto di lavoro al Nasa Jet Propulsion Laboratory». La realtà però si era imposta nel 2020, quando l’incendio Bobcat aveva costretto Peter a prepararsi per l’evacuazione. Poco dopo la moglie aveva ricevuto un’offerta di lavoro in North Carolina, e allora avevano deciso di chiudere questo capitolo della loro esistenza, per garantire la sopravvivenza e il futuro dei propri figli. Perché la situazione, secondo Kalmus, è destinata solo a peggiorare: «Nessun luogo - ha scritto - è più davvero sicuro». Altadena però sta peggio di altri, perché è vicina ai venti Santa Ana del deserto e circondata da vegetazione secca, pronta a bruciare. «I costi saranno immensi, fino a quando l’industria dei combustibili fossili non accetterà l’evidenza della necessità di cambiare».
Vallo a dire a Porsha, però. I suoi avi erano scappati qui negli anni Trenta, dalle persecuzioni delle leggi Jim Crow nel sud. Tra le altre cose perché non c’era la pratica discriminatoria del redlining, che impediva alla minoranza nera di accedere al credito necessario per acquistare case. E adesso dovrebbe arrendersi al fuoco, cancellando la memoria della propria esistenza?